I nove pilastri del guardiolismo

I nove pilastri del guardiolismo

Negli ultimi anni il calcio europeo ha subìto un inarrestabile processo di ispanizzazione, iniziato con l’avvento di Guardiola alla guida del Barcellona e proseguito coi successi della nazionale iberica. Guardiola, con il suo stile moderno e vincente, ha proposto un’idea di allenatore capace di trasformare l’immaginario del mondo del calcio. In Italia, dove l’esterofilia ha sempre trovato terreno fertile, questo fenomeno ha assunto una dimensione quasi grottesca. Falso nuevetripleteremuntadamanitacantera sono tutti termini che sono entrati nel gergo comune dell’appassionato di calcio e della stampa sportiva italiani, mentre molte squadre hanno tentato invano di imitare il modello Guardiola/Barcellona cercando di trarne lezioni universali di comportamento calcistico.

1. Un allenatore giovane
Dovere assoluto per aspirare alla vetta d’Europa, seguendo il modello catalano, è affidarsi a un giovane allenatore, possibilmente con pochissima esperienza da tecnico. Il giovanotto deve essere un ex giocatore del club, ancora meglio se ne è una leggenda. Diversi tentativi sono stati fatti dalle squadre italiane in questa direzione, col risultato di affidare i propri destini sportivi a personaggi che non avevano la minima idea di come guidare la squadra. Il Milan, memore del motto presidenziale “Il Milan ai milanisti”, si è buttato a capofitto nella ricerca del nuovo Pep: Leonardo, Seedorf, Inzaghi. Carne da cannone sacrificata sull’altare del guardiolismo. Anche la Juve ha avuto un periodo d’infatuazione per questo metodo e Ciro Ferrara è ancora oggi un incubo per i tifosi bianconeri. L’Inter,  scegliendo Stramaccioni, ha avuto la stessa intuizione ma non il coraggio di seguire la regola fino in fondo: l’allenatore romano infatti non è un ex giocatore nerazzurro, ma l’esperimento è comunque un fallimento. Controcorrente la Roma che, trovandosi forse un piccolo Guardiola tra le mani, fa una scelta diversa: Montella finisce così ad allenare la Fiorentina.

2. Divieto di tuta 
Addio a Carletto Mazzone che corre in tuta sotto la curva atalantina. Basta con Malesani e i suoi pantaloni larghi e cadenti. Se si vuole possedere lo stile dell’allenatore catalano bisogna assolutamente evitare la tuta in panchina e nelle situazioni di rappresentanza. L’abbigliamento ideale comporta giacca e pantaloni attillati ed elegantissimi, cravatta sottile, gilè sopra la camicia bianca e scarpe lucide. Non sono ammessi errori. Leonardo in questo senso sembrava il più promettente. Il ricordo dei suoi lunghi trench neri è ancora vivo negli occhi delle donne milaniste. L’ultimo sopravvissuto del calcio in tuta, Maurizio Sarri, appena ha firmato con il Napoli è stato invitato a vestirsi in modo adeguato per la prossima stagione.

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3. Essere umili
Umiltà è una parola abusata nel mondo del calcio. Celebre è il concetto di umiltà usato da Sacchi. Per l’allenatore romagnolo l’umiltà è un concetto puro, dal sapore arcaico. Essere umili comporta il riconoscimento dei propri punti di forza ma soprattutto dei propri limiti e aiuta la squadra ad affrontare le sfide uniti senza mai pensare di essere superiori all’avversario. L’umiltà di Guardiola invece è solo un metodo comunicativo, privo di qualsiasi spirito nobile. La consapevolezza della propria superiorità è radicata nella squadra. I nuovi Pep devono parlare da umili ma allenare i propri giocatori a sentirsi migliori degli altri.

4. Metodi originali d’allenamento
Ideale per essere un novello Guardiola è proporre metodi originali di allenamento capaci di catturare l’interesse della stampa. Guardiola non mostra molto di quello che fa durante la settimana ma quello che filtra sono sessioni in cui i giocatori toccano sempre il pallone. Nessun lavoro atletico senza palla. I gradoni e le corse nel bosco di Zeman sono roba superata. Ora si punta su torelli, partitelle, triangolazioni e tanto divertimento. Il giorno della partita i giocatori si trovano direttamente allo stadio. Niente ritiri. Che questo sia vero non conta. Sapere se serve a migliorare il rendimento della squadra ancora meno. Conta quello che i giornali scrivono. Quella per tutti diventa la verità.

5. Tiki taka
Il tiki taka è stato considerato l’evoluzione di un altro sistema di gioco: il calcio totale olandese. Tuttavia quello che a prima vista sembrava uno schema di gioco basato sull’offesa si ispira in realtà ad un motto antiquato: “di pallone c‘è né uno solo, se lo abbiamo noi non ce l’hanno gli altri”. Nasce quindi in realtà da un’idea difensivista di calcio. Si può dire anzi che si basi sugli stessi presupposti del tanto bistrattato catenaccio. Nel catenaccio all’italiana una squadra crea una barriera al limite della propria area e aspetta gli assalti della squadra avversaria, per poi ripartire in contropiede. Nel tiki taka il Barcellona propone una linea sulla trequarti avversaria mantenendo il possesso palla. Cambia il metodo ma l’idea ispiratrice è la medesima: impedire il gioco dell’altra squadra per non subire marcature. Il Barcellona segna molti gol con questo sistema di gioco, ma sono lampi in un deserto di passaggi orizzontali. Un numero di Messi o una triangolazione con Iniesta creano il momento determinante che porta il pallone in rete. Il sistema di gioco è troppo legato ai propri interpreti per essere copiato da altre squadre. Xavi, Iniesta, Busquets, Messi e compagnia sono gli unici in grado di proporlo a questo livello. I nuovi Guardiola italiani hanno provato a dare un’aria più spagnolizzante alla manovra delle proprie squadre. Montella è quello che ha ottenuto risultati estetici più soddisfacenti. Anche se ovviamente non si può parlare di tiki taka.

6. Falso nueve
Guardiola ha costruito il suo gioco proponendo il concetto di falso nueve. Schiera Messi (a volte anche Fabregas) finto centravanti che non da riferimenti e che rientra fino a centrocampo. L’idea è quella di evitare la marcatura fissa del centrale e far partecipare tutti all’infernale possesso palla del tiki taka. “Non abbiamo un centravanti perché il nostro centravanti è lo spazio” ha dichiarato in merito l’allenatore catalano. A onore di verità con Ibrahimovic tenta anche la strada tradizionale dell’attaccante centrale, ma lo fa mal volentieri e solo per una stagione. In Italia Spalletti, quando allenava la Roma, aveva già sperimentato un modulo simile con Totti unica punta, ed è proprio quella la posizione in cui negli ultimi anni il “pupone” ha giocato le sue partite migliori. Tra gli “eredi” di Guardiola, Pippo Inzaghi ha creduto molto, contro l’opinione di Berlusconi che voleva una vera punta, nel falso nueve Menez. In Italia però il mito del centravanti puro è duro a morire e così un eterno Luca Toni può ancora vincere la classifica cannonieri.

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7. I frutti della cantera
Il lavoro di selezione dei giovani calciatori fatto dai dirigenti blaugrana negli ultimi quindici anni è noto. Guardiola ne ha beneficiato parecchio, potendo allenare una squadra di campioni quasi completamente costruita da giocatori usciti dal settore giovanile. I giornali ci hanno raccontato fino alla nausea di come un osservatore illuminato riuscì ad assicurarsi Messi facendo firmare al padre il pre-contratto su un tovagliolo. Ultimamente però si è anche scoperto che il club catalano ha adottato metodi non regolari per tesserare i giovani calciatori. In Italia, dove il problema di come allenare i giovani è ciclicamente tirato fuori dagli addetti ai lavori, i dirigenti delle principali squadre hanno pensato di potere emulare il metodo Barcellona col minimo sforzo. Così il Milan ha cominciato a blaterare di un sistema unico di gioco per tutte le categorie, dai pulcini alla serie A. La Juventus invece ha comprato diversi giovani spagnoli, rubandoli alle cantere di Real e Barcellona, riuscendo però ad accaparrarsi solo quelli meno buoni. Il frutto più prelibato di questa politica bianconera è stato il discreto Iago Falque che comunque ora è appena stato acquistato alla Roma. L’Inter ha invece inspiegabilmente ceduto tutti i giovani più promettenti ad altre squadre, basti pensare a Bonucci, Destro, Balotelli, Crisetig e Bonazzoli. Al di là di qualche caso isolato la situazione dei settori giovanili italiani rimane, nei fatti, molto lontana dalla realtà catalana.

8. Parlare le lingue
L’abilità nel parlare le lingue di Pep è maturata durante la sua carriera da calciatore, quando ha imparato, oltre al catalano e allo spagnolo, l’italiano. Guardiola parla inoltre l’inglese e da poco anche il tedesco. L’aspetto linguistico sembra essere l’elemento più difficile da superare per i suoi giovani emuli italiani. Anche perché i fallimenti delle loro esperienze difficilmente permetteranno loro di allenare all’estero. In generale però gli allenatori nostrani non sono molto a loro agio nell’imparare nuove lingue. Antonio Conte, che apparentemente non avrebbe nulla da invidiare a Guardiola da un punto di vista tecnico,  ha ammesso di studiare inglese da oltre un anno senza risultati significativi. Di Mazzarri, sparito dai radar dopo l’esonero all’Inter, si dice che sia chiuso in casa per apprendere nuove lingue. Il mondo del calcio attende il suo ritorno, magari in un campionato estero, per valutare i risultati delle sue fatiche. Anche i tecnici da esportazione, Trapattoni, Capello, Ancelotti e Mancini hanno appreso il minimo necessario per rispondere, non senza strafalcioni, alle solite domande dei giornalisti in conferenza stampa.

9. Scegliersi un rivale
Guardiola ha avuto come grande rivale negli anni Josè Mourinho. Una rivalità frutto soprattutto delle amplificazioni mediatiche. Tuttavia gli scontri tra i due hanno infiammato i tifosi. Guardiola è l’allenatore perbene, politicamente corretto, socialdemocratico. Mourinho invece è irriverente, scomodo, antipatico e aggressivo. Tiki taka contro catenaccio. Da questo confronto entrambi hanno tratto benefici in termini di popolarità. Gli aspiranti Guardiola in Italia non hanno mai avuto tali scontri. L’unico che si ricorda è il triste litigio in diretta tv tra Ciro Ferrara, allenatore della Juventus, e il suo ex collega Gigi Maifredi.

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Cercare un nuovo Guardiola, come hanno fatto le squadre italiane, è forse un esercizio sterile. Il Guardiola bramato da tutti non è mai esistito. Esiste un uomo intelligente e tecnicamente preparato che si è trovato ad allenare una squadra di campioni nel loro momento migliore. Col senno di poi appare chiaro che molti altri bravi allenatori avrebbero vinto quello che ha vinto Guardiola. E magari l’avrebbero fatto senza esasperare un sistema di gioco, il tiki taka, che nella espressione più estrema proposta da Pep uccideva la bellezza delle partite, appiattendole a un insieme di passaggi, in attesa del guizzo risolutore. Il sospetto che questo modo di giocare non fosse un’idea rivoluzionaria del tecnico bensì il frutto naturale degli insegnamenti appresi dai calciatori nella lunga educazione nel settore giovanile, è diventato oggi quasi una certezza. L’ultima dimostrazione si è avuta quando il “brutto anatroccolo” Luis Enrique è diventato improvvisamente un grande vincendo un altro triplete (con un gioco molto più frizzante e verticale del tiki taka) e umiliando il maestro Guardiola, oggi allenatore del Bayern, in semifinale. Dopo la finale di Champions c’è stato chi ha avuto il coraggio di sostenere che la Roma del 2011/2012 non aveva capito fino in fondo il genio del suo ex-tecnico. Dimenticando che il problema di allora, più che l’allenatore, era la mediocrità della rosa. Guardiola ha quindi avuto il principale merito di trovarsi nella squadra giusta al momento giusto. Da allenatore acuto qual è si è proposto al mondo con carisma, stile e ambizione. A crearne il mito ci hanno pensato i suoi giocatori sul campo e la penna dei giornalisti.