Ancelotti, l’uomo di plastica

Ancelotti, l’uomo di plastica

Articolo originale di Thibaud Leplat per So Foot.

Guardate come urlano, come gesticolano, come fischiano con le dita. Dai loro volti paonazzi e dalla forma delle macchie che si disegnano sotto le loro ascelle si intuisce un fossato sempre più profondo tra quello che vedono e quanto avrebbero voluto vedere. Soli nella loro area tecnica, vale a dire soli al mondo, camminano come ossessi per andare a urlare ordini inascoltabili a un centrocampista troppo svagato o a un attaccante troppo disinvolto. Con il nodo della cravatta sciolto e di fronte a quei pochi che si comportano come soldati, se la rifanno alla fine sul loro aiutante di campo, il terzino destro, l’unico soldato sempre a portata di voce e di pallone. Peggio per lui, soffrirà per gli altri. Se nessun allenatore ha mai vinto una partita da solo è solo perché nessuno di loro avrà mai il diritto di indossare una casacca e mettersi direttamente in campo al posto di un centravanti inefficace o di un’ala frastornata. Quando le luci delle telecamere sono su di loro, assomigliano a quegli insetti notturni che scambiano i neon con la luna. E una volta che la luce si è spenta, fanno finta di avere tutto sotto controllo, mentre noi fingiamo di aver compreso tutto. Le nostre lampadine sono la loro luce, le loro lucciole le nostre lanterne.

Polisemia e poliuretano

Naturalmente ogni tanto vincono anche qualche partita e allora ci diciamo che devono pur servire a qualcosa, le zanzare. Oggi che viviamo nell’epoca degli allenamenti a porte chiuse e delle muraglie di cemento intorno ai campetti d’allenamento non ci restano che le repliche delle partite e qualche conferenza stampa per separare il grano dal loglio, per tentare di capire qualcosa degli enigmi tattici che ci vengono proposti ogni tre giorni, per distinguere gli eroi dai ciarlatani. Con Carlo Ancelotti è tutto più complicato. Gesticola talmente poco a bordo campo che ci si chiede se stia davvero dando ordini a qualcuno. Ma come? Un allenatore che non sa neanche fischiare? Che rimane con le mani in tasca. Che discute coi suoi vicini rimanendo tranquillamente seduto in panchina invece di prendersela col quarto uomo? Anche Sacchi ogni tanto s’arrabbiava, anche Mourinho, anche Guardiola, tutti comunicano col campo di gioco, si agitano, tutti finiscono per perdere la pazienza. Se non danno ordini, perlomeno hanno l’aria di farlo e questo per noi è ampiamente sufficiente. Peggio ancora, quando gli vendono Özil, imponendogli Bale, oppure gli tolgono Xabi Alonso affibbiandogli James Rodriguez o Navas, neanche si lamenta. Oppure, quando chiarisce che non ha bisogno di un altro attaccante (per non indispettire il “gatto” Benzema), si ritrova fra i piedi Chicharito. Però non dice niente, incassa, riflette e si adatta. E alla fine della stagione vince la Champions League.

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Polivalenza e polistirolo

Invece di perdere la pazienza quando i suoi s’arrabbiano di fronte alla totale illogicità del sistema di reclutamento del Real e, di fronte agli addi di Özil o a Xabi Alonso, rievocano lo spettro della cessione di Makelele nel 2003, preferisce inventare lui stesso il giocatore di cui ha bisogno. Allo stesso modo, l’anno scorso, un’ala inaffidabile come Ángel Di María, che solo per miracolo non aveva lasciato il club, si è trasformato all’improvviso in quell’interno geniale che mancava alla squadra. Grazie anche a Modrić e Xabi Alonso, si è trattato del centrocampo del Real più intelligente che si sia mai visto dai tempi della quinta. Quando gli idioti si immaginano che nei grandi club si debba “avere una riserva per ogni ruolo”, come se un giocatore fosse un operaio specializzato inchiodato alla sua catena di montaggio, Carlo (così come Guardiola, Sacchi, Michels e Van Gaal) fa esattamente l’opposto. Piuttosto che rendere tutti i giocatori sostituibili, li rende tutti indispensabili. Insegna loro a farsi piacere le nuove responsabilità. Ed è così che Di Maria ha potuto giocare sia ala sinistra, che interno o addirittura mediapunta, come dicono in Spagna, appena dietro gli attaccanti. Allo stesso modo Isco, il ragazzo selvaggio di Malaga, sta diventando il metronomo del centrocampo madrileno. Certo contro l’Elche, a fine settembre scorso, ha perso qualche pallone cercando di accelerare il gioco all’altezza dei quaranta metri. Ma è stato molto raramente fuori ritmo e raramente lontano da Cristiano Ronaldo. Ha saputo imporre a volte delle pause, a volte delle accelerazioni, creando spazio davanti a se. Sembrava Di Maria.

Polimorfismo e polietilene

L’altro miracolo della partita con l’Elche, e forse il più bello, è stato Asier Illaramendi, il giocatore più importante del match secondo la società di elaborazione dati sportivi Opta, parere condiviso da chi l’anno scorso l’aveva spesso visto pestarsi i piedi con Xabi Alonso. Schierato nel ruolo di 4, da regista davanti alla difesa, il giocatore non ha più niente a che vedere col ragazzino angosciato che passava il pallone solo ai laterali fino a qualche mese fa. Nella partita con l’Elche l’abbiamo visto effettuare il gesto più difficile per uno del suo ruolo: il lanco lungo in diagonale oltre le linee nemiche (più di cinquanta, incluse alcune perle verso James e Ronaldo). Modrić non è neanche dovuto entrare per togliere le castagne dal fuoco a centrocampo, visto che il grande Asier se la cavava benissimo da solo. Possiamo quindi continuare a dire che Ancelotti, alla fine dei conti, non è altro che un buon politico, che se ha vinto tre Champions League come allenatore è soprattutto grazie ai suoi presidenti, che se è ancora al suo posto è perché è amato dai giocatori. Ma se Ancelotti non possiede né una statua di rame a sua immagine né dei principi di ferro a cui non è possibile derogare è perché è fatto di una materia totalmente diversa, più morbida, più malleabile. Non offre nessuna ricetta, nessun metodo pre-stabilito ma rappresenta lo spettacolo del suo stesso successo. Carlo fa meglio della natura dando vita a leghe sconosciute. È al contempo quercia e giunco. È fatto, come direbbe Roland Barthes, “sostanzialmente di una sostanza alchemica”. Solo che Ancelotti non è fatto né d’oro né di piombo. Ancelotti è fatto di plastica.