Chi vuol esser negro sia

Chi vuol esser negro sia

SIMBOLICIECHI versione per non vedenti

 

“La sveglia, cazzo”. Il proprietario del negozio di articoli da regalo si scaraventa giù dal letto mormorando una litania di bestemmie. È mattina presto. La sveglia del telefono non ha suonato perché il telefono, sul comodino, non c’è. L’avrà preso suo figlio per smanettare tutta la notte con qualche gioco o qualche sito porno. L’uomo si veste in fretta, si lava in fretta e si dimentica in fretta di svegliare la moglie che a sua volta deve svegliare i ragazzi, preparare la colazione, portarli a scuola e fare visita di nascosto a una vecchia amica per confessarle le sue fantasie sul cugino del marito. Ma tutto questo il proprietario del negozio di articoli da regalo non lo sa. Seduto sul water, mentre la fretta gli impedisce di dare all’evacuazione il suo ritmo naturale, cerca di pensare al negozio che sta andando bene, al figlio che almeno ha portato a casa una buona pagella, alla macchina nuova che dovrebbe arrivare a giorni. Ma non ci riesce. La faccenda tra lui e il water si complica, i pensieri si imbizzarriscono e vanno dove vogliono loro. Non riesce a non pensare alla sua maledetta sveglia, le 6.40 ogni mattina che diventano le 6.46 in un disperato e inutile tentativo di prolungare il riposo. Non riesce a non pensare alla dieta che lo sta mandando ai matti: niente pane, niente formaggio, niente maiale. Solo tanta, troppa verdura. Tanta, troppa carne rossa. La pesca sbucciata e tagliata a pezzi e messa in un bicchiere. Senza vino, niente vino. Pensa a quella stronza della moglie che continua a prendere multe sulla tangenziale, una alla settimana, sempre il giovedì e sempre nello stesso punto. Imbecille. Non riesce a non pensare alla tettona che ha lasciato il curriculum tre giorni fa. Lui l’assumerebbe al volo e magari ci scappa pure un servizietto, prima o poi. Ma sa che non può farlo. Una così manda all’aria il negozio. Gli altri dipendenti si scannerebbero tra loro. Una così porta guai nella squadra. Però che tette…

Nel frattempo, a Palermo, al mercato di Ballarò, Salvatore Cosentino detto Totuccio corre in motorino tra le bancarelle di frutta secca e fresca, spezie, carne, pesce, cineserie e cd piratati. Rischia di andare a sbattere contro il carretto dello sfincione. Ha la vista annebbiata ma il cuore a mille. Non ha sonno, la notte in discoteca e in cocaina non è ancora finita anche se la discoteca non c’è più e nemmeno la notte. Supera una coppia di turisti con le borse aperte e le macchine fotografiche in bella mostra. La mano avvinghiata all’acceleratore ha un fremito. Quasi quasi un bello scippo. Ma no, ormai non lo fa più, e non lavora nemmeno dietro il bancone del pesce. Ha fatto strada, ha un locale tutto suo, ha i soldi per le serate. Uno di questi giorni si compra un motorino nuovo.

Nel frattempo, in una camera d’albergo, Mario Barwuah dorme un sonno tranquillo, appena graffiato da un sogno in cui tiene in mano la fototessera di uno sconosciuto, un nero, coperta di cenere. C’è caldo e puzza di bruciato, ma poi il sogno se ne va da dove era venuto e Mario non sogna più niente. Avrebbe potuto dormire a casa. Avrebbe potuto andare a ballare di nascosto. Ma non aveva voglia. Meglio di no.

“Sveglia, cazzo!”. Sono le dieci e mezza di sera e lo stadio è mezzo vuoto. È una bella serata di primavera, qualcuno avrà preferito andare a passeggio. Oppure, più semplicemente, molti non avevano voglia di venire a vedere questa partita. Importante ma non troppo, probabilmente noiosa. L’urlo arriva dalla tribuna coperta. Violento, cattivo, esasperato. In campo, Mario Barwuah trotterella sulla fascia sinistra nei pressi del vertice dell’area di rigore. È stato appena anticipato da un difensore avversario che poi ha provato a far ripartire l’azione con un lancio lungo, ma l’ha svirgolato malamente e la palla è finita sugli spalti. In tribuna, l’uomo che ha appena imprecato, il proprietario del negozio di articoli da regalo, accartoccia il giornale e lo lancia verso il campo. La palla di carta non fa molta strada. Atterra poche file più in basso senza fare sfaceli e senza che nessuno l’abbia seguita con lo sguardo. L’uomo, l’urlatore, il proprietario del negozio di articoli da regalo, chiude gli occhi e cerca di calmarsi. In campo, Mario Barwuah passeggia in mezzo ai difensori. Svogliato, nervoso.

È una partita importante, ma non troppo. L’Europa è lontana anche se non ancora irraggiungibile. Serve un mezzo miracolo ma oggi non sembra giornata di miracoli. Mancano pochi minuti alla fine, il risultato è bloccato. Mario Barwuah riceve palla, sempre sulla fascia sinistra. Si guarda intorno. Uno dei suoi gli offre un appoggio, un altro si inserisce alle sue spalle ma lui non lo vede o non lo vuole vedere. In mezzo all’area, il suo compagno d’attacco si sbraccia e chiede palla. Mario si accentra, caracolla, fa un paio di finte senza troppa convinzione. Poi alza la testa e fa partire un missile da 45 metri, carico di effetto. La palla si abbassa all’ultimo momento, troppo tardi, sorvola la traversa. Al pubblico scappa un grido di stupore. In tribuna coperta, il proprietario del negozio di articoli da regalo ha un sussulto. Senza volerlo pensa al suo lancio del giornale, moscio, ridicolo. Poi, con con tutta l’ottusità di una fede incrollabile, scuote la testa e urla ancora “Dove cazzo vai, negro, la devi passare!”. Mario non alza la testa. Gira le spalle alla porta e torna nella sua posizione preferita. Non visto, gli scappa un mezzo sorriso tra il prato e la sua testa bassa. “Di un soffio”, pensa.

balooo

A Palermo è l’una di notte. In via generale Cadorna c’è una donna africana stesa per terra al centro della strada. Grida, chiede aiuto in una lingua gutturale. È visibilmente incinta e non ha più di 25 anni. Le macchine, sporadiche, la schivano. Dopo un po’ qualcuno si ferma e le chiede cosa è successo. Lei, in inglese, racconta di essere stata spinta giù dalle scale dal marito ubriaco, poi ricomincia a piangere e gridare nella sua lingua. Le dicono che l’ambulanza sta arrivando, ma la cosa non sembra interessarle. Ha gli occhi accesi e chiede insistentemente una sigaretta. Poco lontano, la piazzetta di Ballarò è ancora piena di ragazzi che bevono e ballano tra gli ortaggi calpestati, le teste di pesce, il piscio dei cani, i fili elettrici avvinghiati al cemento e le saracinesche abbassate. Totuccio Cosentino balla dietro al bancone del suo locale, uno dei tanti che si contendono l’attenzione e i soldi dei ragazzi di buona famiglia con musica alla moda, birre artigianali e panche di legno. Dalla piazzetta principale parte una strada stretta e diroccata, quasi senza illuminazione. Sopra la testa dei passanti, i palazzi si piegano fino quasi a toccarsi. La chiamano “la via dei negri”. Totuccio non si preoccupa di loro. Sono pacifici, cucinano per strada e ballano tutta la notte. Non cercano di rubargli i clienti e non vogliono guai.

Nel frattempo, il proprietario del negozio di articoli da regalo sta guidando per tornare a casa. È quasi arrivato. L’autoradio è accesa, parlano ancora della partita, l’ennesima occasione persa, l’Europa League ormai è sfumata. Dicono che nello spogliatoio Mario Barwuah ha litigato con un compagno ed è andato via dallo stadio senza parlare con i giornalisti. Il proprietario del negozio di articoli da regalo spegne la radio con uno scatto di rabbia. “Negro de merda”, si lascia sfuggire nel silenzio dell’abitacolo. Pensa che comprare Barwuah è stato un errore micidiale. Pensa che quello lì guadagna 4 milioni di euro e se la spassa dalla mattina alla sera, fa le ore piccole nei locali tra cocktail e mignotte. Magari si droga pure e uno di questi giorni lo beccano all’antidoping. Se solo avesse un po’ di cervello sarebbe un gran giocatore. Se solo avesse un po’ di cervello lascerebbe perdere i macchinoni, le tette e le bravate da adolescente. Se solo avesse un po’ di cervello si sveglierebbe la mattina presto e si allenerebbe come un professionista, ogni giorno, con impegno. Farebbe una dieta sana, niente sigarette e patatine. Penserebbe alla squadra, aiuterebbe i compagni. E invece no, continuerà a fare lo stronzo in campo e fuori. Continuerà a guadagnare una barca di soldi per giocare partite come quella di oggi. A cazzo di cane. Continuerà a rompere i coglioni nello spogliatoio. Non ha nessuna umiltà, nessun rispetto per i tifosi che spendono una fortuna per l’abbonamento. Un giocatore inutile.

A Palermo, nella strada dei negri, qualcuno ha piazzato un albero di natale in mezzo alla strada anche se è quasi estate. La piazzetta si sta svuotando. Totuccio Cosentino ha chiuso il locale e torna a casa in motorino. Passa a tutta velocità impennando accanto all’albero di natale e grida qualcosa agli africani che mangiano e bevono e ammirano l’intermittenza delle luci. Non si capisce, il rombo del motorino copre tutto. A meno di 500 metri, in via generale Cadorna, i carabinieri sono arrivati prima dell’ambulanza. Sono in due e cercano di convincere la donna incinta a togliersi dalla strada. Lei non li ascolta, resta per terra e grida, negli intervalli chiede una sigaretta a chiunque le capiti a tiro. “Ma perché fanno sempre sto casino? Ogni sera ce n’è una. Secondo me questa non è nemmeno caduta, fa scena. E troviamogli sta cazzo di sigaretta che non la posso più sentire”. L’altro carabiniere non risponde, guarda la donna incinta, in silenzio, spaesato. Arriva l’ambulanza. Improvvisamente la donna smette di parlare e si alza in piedi senza dire niente. Si divincola dai due carabinieri che cercano di fermarla e scompare in un vicolo buio. Dalla finestra aperta di un appartamento affacciato sulla strada, con le luci spente, qualcuno urla “è una galera!” con un forte accento africano. Gli infermieri restano immobili accanto all’ambulanza, ancora in moto. Uno di loro si accende una sigaretta.

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Nel frattempo, Mario Barwuah è in macchina con la musica a tutto volume. Anche se non lo sente, sa che il telefonino sta squillando nella borsa sul sedile posteriore, ma non gli interessa. A casa lo aspettano gli amici, forse hanno già organizzato il torneo di play station. O forse, più probabilmente, hanno svuotato il frigo. Mario sfreccia accanto al cartello che annuncia il controllo elettronico della velocità. Accelera, si avvicina ai duecento all’ora. Tra cinque chilometri c’è l’Autogrill, forse è il caso di fermarsi e prendere un Camogli, bello caldo. L’uscita dell’autogrill arriva e passa e Mario non si ferma. Non ha così tanta fame e ha voglia di arrivare a casa. Senza volerlo, ricomincia a pensare a quel tiro. I due passi verso il centro del campo, l’impressione che il portiere stesse pensando a come organizzare la difesa e non si aspettasse il tiro, la gamba che carica e la sensazione, quando il piede tocca il pallone, che il tiro è partito bene. “Dieci centimetri più in basso e spaccavo la traversa”. Mario scoppia a ridere, nel frastuono della sua macchina potente e dell’autoradio a tutto volume.

Quella risata dice tutto, se solo qualcuno la vedesse e si prendesse la briga di provare a capirla. Quella risata dice che se guadagni quattro milioni di euro all’anno te ne puoi anche sbattere delle multe per eccesso di velocità. Dice che se guadagni quattro milioni di euro all’anno puoi permetterti di non svegliarti la mattina presto. Tanto lui non è Maradona e non lo sarà mai, quindi non ne vale la pena. Dice che non bisogna dire grazie per il talento e comportarsi come se il talento non ci fosse. Dice che è meglio sfruttarlo tutto, il talento, mungerlo fino all’ultima goccia senza faticare. Tanto qualcuno che paga lo trovi e se si lamentano pazienza, pagano anche il diritto a lamentarsi. Contenti loro. Quella risata dice che ci sono momenti, come i mondiali, in cui vale la pena buttare il sangue in campo. Non perché si deve fare e nemmeno perché ti pagano, ma perché i mondiali sono i mondiali. Tra un po’ arrivano i mondiali. La squadra fa schifo e lo sanno tutti, ma magari con un po’ di culo. Quella risata dice che i pettegolezzi, il razzismo, le troie che vogliono solo farsi un po’ di pubblicità, i giornali che guadagnano su ogni istante della sua vita e i procuratori assetati di soldi e affamati di pizza fanno parte di un mondo che non è il suo. Il mondo di chi deve fottere il compagno, la madre, il padreterno. Lui per fortuna non lo deve fare. Ha il pallone. Ha il suo cannone nel piede destro. Ha i muscoli che restano muscoli anche se mangia male e fuma. Ha gli amici. Mario Barwuah accelera ancora perché è tardi e a casa lo aspettano gli amici, la birra, la play station e i commenti sulle donne che gli girano intorno. Un giorno tutto questo finirà ma non oggi, non stasera e nemmeno domani. Un giorno tutto questo finirà ma lui non lo sa e non lo vuole sapere. La sua macchina si mangia la strada.