Vivere e morire a Mumbai

Vivere e morire a Mumbai

Prologo: il ciclo delle mattine 

 

“Come una persona indossa abiti nuovi e lascia quelli usati, cosi l’anima si riveste di nuovi corpi materiali, abbandonando quelli vecchi e inutili” (Bhagavad-Gita 2,22)

 

Stamattina, come ieri mattina e la mattina prima, a Mumbai c’è un’aria fresca. Un’aria strana, che non sa di mattina. Una cosa simile al sollievo di una notte estiva sul Mediterraneo, fugace e passeggero. Fuori dalla finestra di una camera al Grand Hotel, come ieri mattina e quella prima, c’è un corvo che gracchia con un ritmo costante, in terzine. L’albergo è pieno di operai, in equilibrio precario a piedi nudi su impalcature di bambù. Tinteggiano le pareti e, al passaggio degli ospiti lungo i corridoi sul cortile interno, si fermano e osservano perplessi un passo svelto che non conoscono e non capiscono. Tutto intorno, oltre al bianco chiazzato della vernice vecchia e nuova, mattonelle rossastre, fili neri impolverati e ghirigori in legno e ottone. Tutto mescolato, tutto sbagliato. 

Oggi è il giorno della finale e la città manda segnali contrastanti. I quotidiani, finalmente, parlano della partita. Un accenno in prima pagina (ma non sempre) e poi un paio di colonne all’interno, nella cronaca sportiva e naturalmente dopo il cricket. L’eccezione è il Times of India, che pubblica una foto di Luis Garcia (che non sarà in campo causa infortunio) e Ian Hume a tutta pagina. Ma è un’eccezione apparente, un inganno come il fresco mattutino. Aprendo il giornale si scopre che la prima pagina non era la prima pagina, ma soltanto un involucro pubblicitario. Le notizie della prima pagina, quella vera, sono altre. La rabbia popolare (indiana) costringe il governo (pachistano) a tenere Lakhvi in carcere. Il cuore di un bambino di Bengaluru batte nel corpo di un bambino russo. A Delhi la nebbia ha provocato la cancellazione di 100 voli. Come negli altri quotidiani, anche sul Times l’analisi della partita è relegata in fondo alla cronaca sportiva, e anche qui viene dato ampio risalto alle parole di David James e Luis Garcia, chiamati a confermare che la finale dell’Indian Super League è un grande evento e anche loro, grandi campioni, sentono l’emozione della vigilia. L’arbitro sarà lo stesso che ha negato un gol al Kolkata nel precedente scontro tra le due finaliste, vinto dal Kerala per 2-1. Dalle pagine del quotidiano Zico ci tiene a sottolineare che lo stesso arbitro ha salvato il Kolkata nella semifinale di ritorno non concedendo un rigore netto al suo Goa. A quanto pare l’arbitro, l’uzbeko Ravshan Irmatov, vanta il record di presenze ai mondiali. Una vecchia gloria. Un marquee player degli arbitri. Tutto torna. Tutto ritorna. Sul Times c’è anche un’intervista a Del Piero, ambasciatore di Woolmark, che è in città per partecipare a un evento pubblicitario in un centro commerciale. Frasi di circostanza più una mezza apertura alla possibilità di tornare l’anno prossimo. Il ritorno, il ciclo delle mattine, delle nascite e dei campionati. Si vedrà. 

prologo

Mumbai Indian Super League

Doveva essere la lega degli eroi, ma all’ora di pranzo Mumbai sembra voler distruggere ogni epica. Il misterioso fresco mattutino è sparito da tempo e ha lasciato spazio a una cappa di smog, odori pungenti e fetori soffocanti. I clacson non hanno lo stesso ritmo solenne dei corvi, ma sono altrettanto ostinati. Prima di attraversare, guardare prima a destra, poi a sinistra e anche in alto in basso e da qualsiasi altra parte. Anche oggi l’enorme Oval Maidan è pieno di gente. Giocano a cricket o guardano altri giocare a cricket. In tutto il parco non c’è un solo pallone da calcio. In città non si vede una sola maglietta degli eroi della lega. A Colaba non si capisce bene se il bar, l’unico bar degno di questo nome, è già aperto o ancora chiuso. Ma è presto, prima c’è la partita. 

Il treno parte dalla stazione CST (probabilmente la più bella del mondo) e impiega un’ora ad arrivare in prossimità dello stadio. Durante il tragitto si scoprono i significati più profondi del concetto di sovraffollamento e si trascorre la maggior parte del tempo a fissare un ventilatore spento. A bordo, superata la fermata Mankhurd, appaiono i primi tifosi, tutti con indosso le magliette giallo fosforescente del Kerala e tutti molto silenziosi. Dalla finestra con griglia metallica, attraversando il ponte Vashni, si intravede un panorama stupefacente. L’acqua è dello stesso colore del cielo e dello smog che li unisce, un grigio acceso, brillante. Come un gigantesco banco di nebbia metallica che cancella tutto.  L’orizzonte non esiste. A non saperlo sono soltanto uno stormo di uccelli e qualche peschereccio, piccoli punti neri persi nel niente. 

 

La partita: gli dei del cricket

“Credo nella reincarnazione e credo di aver vissuto un discreto numero di vite” (Dr.Dre)

Fuori dallo stadio si comincia a respirare l’aria dell’evento. I tifosi dei Kerala Blasters sono in netta maggioranza e quasi tutti hanno una fascetta annodata in fronte, dello stesso giallo dell’immancabile maglietta. Cantano, gridano, usano fischietti e vuvuzele. I tifosi riconoscibili dell’Atlético de Kolkata, invece, non sono più di tremila e stanno ammassati in un unico settore. La cerimonia iniziale è piuttosto sottotono. Qualche sbandieratore e uno stuolo di tamburisti. Il momento clou, salutato dall’entusiasmo della folla e da fuochi d’artificio rossi sparati dentro e fuori lo stadio, arriva quando un grosso pallone gonfiato a elio, telecomandato (e sponsorizzato), finisce in porta sulle irresistibili note di Let’s Football. Prima del calcio d’inizio, sui venti maxi schermi disposti in alto lungo il perimetro dello stadio, appaiono una giornalista dall’accento britannico abbastanza artificiale, Zico e soprattutto Del Piero. L’abbigliamento di tutti lascia a desiderare, l’aplomb dei due grandi sconfitti (Zico in semifinale, Del Piero molto prima) invece è impeccabile. 

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Mumbai Indian Super League

Comincia la partita. Il Kerala, in giallo, parte all’attacco con una manovra fluida e verticalizzazioni improvvise. In avanti Hume e Michael Chopra dimostrano fin dai primi minuti di essere due attaccanti di livello e di avere un’ ottima intesa. L’Atlético Kolkata, maglia a strisce biancorosse, si limita alle ripartenze e a qualche scambio stretto a centrocampo. Il gol è nell’aria, ma come la prima pagina del Times e la frescura mattutina, si tratta di una promessa disattesa. L’incontro, infatti, scivola via tra una serie di uscite tempestive di Apoula Edel e i boati della folla ogni volta che vengono inquadrate le due divinità viventi del cricket indiano Sourav Ganguly e Sachin Tendulkar. Nel frattempo si nota un fatto abbastanza curioso. Gli indiani, o almeno quelli presenti oggi pomeriggio allo stadio, hanno una passione viscerale per i cartellini, e ogni volta che l’arbitro Irmatov mette mano al taschino vanno in visibilio. Sugli spalti si registrano anche i continui litigi tra quelli che si alzano in piedi per l’entusiasmo e quelli che, alle loro spalle, si spazientiscono e chiedono bruscamente di tornare a sedersi. Gli scambi di rimproveri si fanno sempre più accesi, tanto che al trentacinquesimo deve intervenire la polizia per placare gli animi, due minuti prima che Arnal Llibert si faccia parare da David James un tiro a botta sicura. 

Nell’intervallo una voce femminile impartisce istruzioni su come eseguire la “Ola” (Mexican Wave). Qualcuno ci prova, ma il tentativo fallisce. Intanto molti spettatori si mettono inspiegabilmente a spolverare il seggiolino su cui sono stati seduti per almeno un’ora. Prima che l’incontro riprenda, i due idoli del cricket fanno il giro del campo, salutati da un boato di delirante entusiasmo dalle varie tribune. Sachin Tendulkar viene intervistato, ma il frastuono copre le sue parole. 

Il secondo tempo comincia, mentre il pubblico continua a ignorare le istruzioni incessanti dell’annunciatrice e la musica a tutto volume. L’Atlético sembra voler cambiare la storia della partita e parte in avanti, ma dopo una decina di minuti ritorna il leitmotiv del primo tempo. Kerala all’attacco con buon piglio ma senza la zampata decisiva, Kolkata che si affida a qualche ripartenza pericolosa. Verso la mezz’ora comincia a risultare evidente che Hume e Chopra, oltre a essere due punte di livello, sono anche due cittadini del Commonwealth che hanno superato la trentina e sono palesemente sovrappeso. Entrambi hanno sul piede la palla buona ed entrambi falliscono, Hume perché rimontato da dietro e Chopra perché dopo un paio di rimpalli permette a Edel di compiere un intervento miracoloso parando il suo destro da due metri e conquistandosi immediatamente il titolo di migliore in campo. L’ex Real Madrid Borja Fernandez, nel frattempo, si limita a passeggiare e ogni tanto intrattiene il pubblico con qualche giochetto a centrocampo, coreografico ma assolutamente inutile. Tra un’azione dei gialli e un mezzo contropiede dei rosso-bianchi, la partita si avvia verso i supplementari palesando la differenza tecnica tra le due squadre. Il Kerala gioca meglio a calcio ma ogni tanto rischia l’imbarcata per il troppo impeto, l’Atlético è inferiore tecnicamente ma ha un’impostazione di gioco, efficace quanto deprecabile (interminabili scambi stretti e tuffi acrobatici per evidenziare il minimo contatto, a qualcuno ricorderà un’altra squadra più blasonata). In sintesi: quelli dell’Atletico aspettano l’errore avversario e cercano falli e cartellini, quelli del Kerala attaccano a testa bassa e non si buttano mai . Poi, appena il tempo di riflettere su quanto sia strano ritrovarsi a Mumbai e vedere uno scontro filosofico tra il calcio spagnolo e quello inglese, arriva il finale a sorpresa. A venti secondi dal termine, su un calcio d’angolo nato da un’azione di alleggerimento dell’Atletico, il subentrato Mohammed Rafique insacca di testa alla destra di David James. Il boato dei tifosi dell’Atletico, molto più numerosi di quanto sembrasse e ben mimetizzati tra la folla, scuote le tribune dello stadio (ma non quanto le grida di folle ammirazione per le divinità del cricket che continuano a essere inquadrate dagli schermi ogni 5 minuti). Il Kerala non ha nemmeno il tempo di far arrivare la palla nell’area avversaria che l’arbitro fischia la fine. L’Atletico ha vinto, il Kerala ha giocato molto meglio. L’eterno ritorno – oltre che delle vite, delle mattine e degli dei impomatati del cricket – è anche quello dell’inclemente casualità del calcio. 

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Epilogo: Il sogno del cane

“Varanasi è più vecchia della storia, più vecchia della tradizione e persino della leggenda e sembra due volte più vecchia di tutte queste cose messe insieme” (Mark Twain)

 Insieme a tutto il resto, tornano le notti e la birra Kingfisher al bar. Stanotte, come ieri notte e la notte prima, il bar è l’Alps di Colaba. In realtà, leggendo l’insegna e i tovaglioli con puntiglio, il nome dovrebbe essere “Alßs”, ma in questo posto il puntiglio non ha cittadinanza, quindi è e resta Alps. A tutte le ore, fuori dal locale, ci sono due cani addormentati. Difficile dire se siano sempre gli stessi due cani, perché i cani di Mumbai sono tutti uguali (somigliano ai Dingo e hanno sul pelo i segni di un collare che non c’è più) e sono quasi costantemente addormentati. L’interno è arredato come il Grand Hotel, ovvero senza il minimo criterio. I gestori non sono inclini alla conversazione e servono la birra (l’unico motivo per venire qui, il cibo è pessimo) quasi con riluttanza. Gli avventori sono tutti espatriati, per ragioni diverse. I bianchi coi sandali sono qui perché cercano di sfuggire alle guide turistiche, gli asiatici probabilmente per sbaglio e gli africani perché c’è un tavolo lungo su cui accumulare le birre vuote e le tessere del domino senza essere disturbati. Stanotte il televisore dell’Alps (in alto, quasi attaccato al tetto, semi-invisibile) trasmette una partita di cricket. Probabilmente una replica, data l’ora. Come ogni sera, al tavolo più isolato ci sono quattro puttane africane vestite in modo sgargiante. Parlano tra loro in francese e col pappone in inglese. Il pappone è un indiano lungo e allampanato che somiglia moltissimo a Jeff Goldblum, e stasera sta consolando una ragazzina vestita con una giacca verde fosforescente e un vestito argentato di paillettes. A quanto pare è stata malmenata da un cliente. Jeff Goldblum le racconta una barzelletta. Lei ride, le altre ridono con lei e bisbigliano qualcosa in francese. Il cameriere porta la birra ai tavoli, una Kingfisher dopo l’altra. La Kingfisher costa meno delle altre e non è disprezzabile. La notte di Mumbai si è probabilmente già dimenticata del gol di Rafique, o forse non ne ha mai saputo niente. L’aria è ancora calda. Domani ricomincerà tutto dal fresco della mattina. E intanto a Varanasi i vecchi dormono nelle loro camere d’albergo, sperando di morire e di sfuggire al ciclo delle rinascite. Stanchi, consumati. 

 

epilogo

Mumbai