Il piede dell’oca selvatica

Il piede dell’oca selvatica
8 Ottobre 2014 scat

L’oca selvatica, levandosi dall’acqua non alza un piede;
se lo tenesse sempre sollevato, non ci sarebbero né morte, né immortalità:
gli yogin vedono il glorioso Signore eterno.
(Sesto Adhyaya, 5.46, 14.)

Recatosi in un luogo solitario sulla cima della montagna, il muni si fermò un momento. Volgendo poi lo sguardo verso la direzione nordoccidentale, egli ebbe davanti agli occhi una vista meravigliosa: nella parte settentrionale dell’oceano di latte c’è un’isola vasta e famosa, l’isola di Sveta.

I poeti religiosi spiegano che essa si trova a oltre trentaduemila yojana dal Meru. I suoi abitanti sono i Marquee player, uomini generalmente di incarnato bianco, privi di organi sensoriali, che vivono senza assumere cibo, privi di  movimento ed emanano un soave profumo; sono esenti da qualsiasi peccato e rovinano gli occhi degli uomini peccatori [che li guardano]; le loro ossa e i loro corpi sono duri come diamanti; considerano uguali l’onore e il disonore; il loro aspetto è quello di un corpo divino ed essi sono dotati di prosperità e di forza.

Hanno la testa a forma di parasole e la loro voce è simile a quella di una nube tempestosa, hanno quattro testicoli o quattro braccia, ma di certo i loro piedi sono coperti di fiori di loto. Hanno sessanta denti bianchi ma otto grandi denti.

Con le loro lingue essi sembrano leccare con devozione il sole, il cui volto guarda ovunque, il Dio da cui tutto è nato, dal quale tutti i mondi sono stati generati, i Veda, le norme e i muni pacificati, dal quale si sono sprigionati tutti i deva.

Ora, queste creature prive di organi sensoriali, che non assumono cibo, che sono privi di movimento ed emanano un soave profumo, come sono nate? E qual è il fine più alto a cui tendono?

Luis García

Luis García

È giunto ormai il tempo inesorabile
della rovina per i Bharata:
questa è l’opinione che ho maturato da tempo
e che sostengo sempre, o leggiadra.
Suyodhana non è degno di regnare,
e per questo non può ricorrere alla pazienza.
Io invece sono degno di regnare,
e per questo la pazienza mi soccorre.
Questa è la condotta da seguire per chi
è padrone di se stesso, questa
la norma sempiterna: essere miti e pazienti,
e così in verità io mi comporterò.

All’Estadio Victor Manuel Reyna di Tuxtla Gutierrez, in Messico, manca un minuto alla fine della partita. L’Unam Pumas sta perdendo contro i padroni di casa, i “Giaguari” del Chiapas.

Uno scivolone di un difensore dei Giaguari, detti anche “La Bestia”, favorisce l’insperato inserimento sulla fascia sinistra di un’ala di nome Efrain Velarde. Il rasoterra dell’esterno è carico d’effetto e diretto al centro dell’area.

Nessuno ci arriva prima di Luis García detto Lucho, classe 1978, nato a Badalona. Tonico, scattante, sereno, Luis García tocca il pallone quel tanto che basta per farlo volare sotto la traversa, siglando il gol del pareggio, davanti a ventimila persone seminude nel caldo ottobre del 2013.

Luis García esulta con moderazione, con sollievo, alzando gli occhi al cielo, ringraziandolo di quello che sembra essere, forse, l’ultimo gol della sua carriera. Di qui a pochi mesi Luis García, 36 anni e una Champions league vinta col Liverpool, si prenderà una pausa.

David Trezeguet

David Trezeguet

Ti vidi un tempo unto di pasta di sandalo,
splendido come il sole;
ora ti vedo lercio di fango
e rimango attonita, o Bharata.
Ti vidi un tempo vestito
di splendidi panni di seta;
ora ti vedo coperto da un lembo di stracci, o gran re.
C’era un tempo in cui dalla tua magione
si serviva cibo preparato in modo
da soddisfare ogni voglia, su stoviglie
d’oro massiccio per migliaia di brahmana.
Fossero asceti vaganti
senza dimora stabile o capifamiglia,
si distribuiva cibo, o potente sovrano,
e della migliore qualità.
Un tempo nella tua casa
recavi omaggio ai nati due volte
procurando loro ogni piacere,
a migliaia con ogni piacere erano intrattenuti.
Ma non ti vedo più così ora, o re:
che pace mai troverà il mio cuore?

Estadio Marcelo Bielsa, a Rosario. Siamo alla fine di marzo 2014. Bloccati sullo 0 a 0, i padroni di casa del Newell’s Old Boys spingono per 79 minuti, colpiscono traverse, sfiorano gol a porta vuota, ma non riescono a segnare contro il modesto Quilmes. Piove e fa freddo.

Un calcio di punizione ben diretto al centro dell’area, una difesa distratta, un portiere esitante sono il presepe ideale per un colpo di testa solitario, in bello stile, elegante, di un franco-argentino nato a Rouen, campione del mondo e di tante altre cose.

L’esultanza del 37enne è appassionata, una corsa con le braccia larghe, che dura pochi istanti. Poi la stella, subentrata solo negli ultimi venti minuti a una più giovane punta dalle polveri bagnate, è circondata dai compagni che lo nascondono e chiudono così quello che, nonostante altri scampoli di partita, sarà l’ultimo gol nella vita professionale di David Trezeguet: dopo il Qatar e l’affettuoso rientro in Argentina, è arrivato per lui il momento di chiudere col calcio.

Joan Capdevila

Joan Capdevila

Ed ecco Bhimasena, sciagurato,
costretto a vivere nella selva.
Perché dunque considerandolo la tua ira
non cresce, ora che i tempi sono maturi?
Al vedere Bhimasena, lui ch’era solito compiere
senza fallo da sé le sue gesta,
in preda allo sconforto, lui meritevole
d’essere felice, perché la tua ira non cresce?
Al vederlo esiliato nella selva,
lui che amava ornarsi
di svariati carri e di vesti multicolori,
perché la tua ira non cresce?

L’undici maggio a Barcellona fa già caldo. L’Espanyol gioca in casa. L’Osasuna tiene fermo il punteggio sull’1 a 1. Conviene un po’ a tutti, non dà fastidio a nessuno.

A due minuti dal novantesimo viene richiamato in panchina un discreto terzino mancino di 24 anni, alla sua seconda apparizione nella Liga. Tra i ventimila allo stadio qualcuno applaude: ha giocato una buona gara.

Al suo posto, entra un uomo di 36 anni con la faccia spenta e dura come un arnese qualsiasi di un fabbro. A testa bassa, corricchia con un numero 11, forse casuale, guadagna degnamente e senza fretta alcuna la sua posizione, la telecamera indugia su di lui, privilegio concesso a pochi panchinari.

Qualche istante, poi le immagini scartano direttamente allo scambio delle magliette, alla pace in mezzo al campo, dopo un pareggio tra squadre di scarse ambizioni. Qualcuno recrimina, qualcuno si stringe la mano.

Questi due minuti, in cui non succede niente perché niente deve succedere, sono gli ultimi di Joan Capdevila, campione del mondo e d’Europa, prima che i giovani diventassero vecchi e i vecchi cominciassero a pensare di smettere di giocare, senza rimpianti e, soprattutto, senza essere troppo rimpianti.

David James

David James

Ecco poi Arjuna, lui che ha due braccia
pari a quelle dell’Arjuna dalle molte braccia,
nello scagliare le frecce per rapidità,
pari al Tempo, al Distruggitore o a Yama.
Non c’è sovrano che non sia stato
umiliato dall’ardore delle sue armi
tra quelli che, o gran re, durante il tuo sacrificio
servivano rispettosamente i brahmana.
Al vedere questa tigre in forma umana,
riverito dai deva e dai danava
Arjuna sprofondato in cupi pensieri,
perché, o re, non ti adiri?

Trecentoventiquattro spettatori paganti, per uno stadio che ne contiene tremilacinquecento, su una popolazione complessiva di quattromila abitanti.

Sta per finire settembre, quindi arriva il freddo: bisogna chiudere il campionato senza preoccupazioni e le prospettive immediate del club sono quelle di una vita placida e mesta, senza scossoni. Troppo recente il fallimento societario, troppo triste l’estate senza la propria squadra di calcio.

L’unica isola abitata dello sperduto e nascosto arcipelago di Vestmannyjar. C’è un villaggio di pescatori, vulcani sempre attivi e un campo da golf a diciotto buche tra i più selvatici del mondo. Qui un uomo di quarantaquattro anni, che dieci anni prima difendeva la porta del Manchester City e quindici anni prima ancora quella del Liverpool, ha deciso di cercare la pace.

Vive sull’isola, va a cavallo, la domenica scende in campo con la sua squadra, l’Ibv, totalmente stipendiata dagli abitanti del comune. C’è un altro giocatore inglese sull’isola, più giovane di lui di oltre dieci anni, invecchiato in Islanda anzitempo, che si lamenta di come l’Islanda sia cambiata: non è più come quando è arrivato lui. Prima era una pacchia. Mangiano pesce, aspettano la fine del campionato.

Domenica 19 settembre 2013, alle 19.45 circa, l’ex portiere della nazionale inglese David James, subisce un misterioso, invisibile gol, da parte di un biondino che di nome fa Pedersen, ma che di fatto ha esattamente la metà dei suoi anni.

0 a 2 per il Valur. Fine primo tempo. Il tecnico Hreidarsson, una vita nella serie B inglese, ha quattro anni meno di James. Il portiere s’infila sotto la doccia vestito. Non c’è acqua calda. Togliti almeno i guanti, dice qualcuno per scherzare.

Nel secondo tempo le cose non cambieranno. Ma in porta per l’Ibv gioca un altro portiere. James è rimasto nello spogliatoio, con i guantoni ancora infilati. Dalla finestra si vedono goffe e inutili famiglie di pulcinelle di mare, truccate come pagliacci, con lo sguardo ottuso di chi non si fida di niente e si accontenta di poco.

Alessandro Del Piero

Alessandro Del Piero

Al vedere quell’unico guerriero,
che ha sconfitto dèi, uomini e serpenti,
esiliato nella selva,
perché la tua ira non cresce?
In mezzo a carri d’aspetto mirabile,
a corsieri ed elefanti
quell’abbruciatore di nemici strappò a forza
a più di un monarca le proprie ricchezze.
Forse una volta non scoccò
in un colpo solo cinquecento dardi?
Al vederlo adesso esiliato nella selva,
perché la tua ira non cresce?

Gessato blu, capelli cristallizzati nel gel, un look da giovane imprenditore, parla con cadenza veneta il più ricco giocatore italiano in attività.

Un ragazzo sobrio, che fa parlare i fatti. I fatti dicono che è nella storia del calcio giocato, con un numero infinito di titoli vinti, tra cui un mondiale, nel quale si è ritagliato un ruolo da protagonista segnando in finale.

Al Porsche center di Padova sente la pressione. Gli chiedono cosa pensa dei soldi, non dei soldi in generale, ma dei suoi soldi, e deve fare una bella figura.

“Noi veniamo da una famiglia che non aveva delle grandi possibilità e che ci ha insegnato il risparmio. E risparmiare è fatica. Quindi è un peccato buttarli via. Non siamo gente spregiudicata. Meglio accontentarsi di poco. Le fluttuazioni sono sempre pericolose.”

Le fluttuazioni sono un concetto che nessun tecnico gli ha mai insegnato. Una parola fantasiosa, allusiva. Interviene per lui il manager che cura i suoi affari.

“Delega, ma controlla tutti i suoi investimenti. È una persona che non segue certo lo stereotipo del calciatore viziato e poco sobrio nello stile. Il suo modus operandi negli investimenti è conservativo. Investe per proteggersi dall’inflazione”.

Fluttuazioni, modus operandi, investe per proteggersi dall’inflazione.

Gli chiedono cosa se ne fa dei soldi. Dove preferisce spenderli. Ammette di amare il mattone: “È più sostanzioso. Mi dà un’idea di sicurezza”. Il 40 per cento del suo patrimonio è nel real estate.

Real estate. L’estate calda dei diciassette anni, in cui passò dal Padova alla Juventus e gli facevano già tirare le punizioni perché era forte in quello. E poi si infilava bene tra gli avversari, dribblare non dribblava granché, ma puntava lo stesso l’uomo, come se lo sapesse fare.

Ha giocato nello stesso identico modo tutta la vita. Conservativo, nonostante le fluttuazioni. Ammette di amare il mattone, la sostanza, la materia. La sicurezza. Ogni volta che viene messo in dubbio il suo posto in squadra, è un silenzio col muso, un pianto dietro le quinte, sobrio, dignitoso, in silenzio, non viziato. Non ci va ai giornali a gridare all’ingiustizia.

Controllato, sempre controllato, controlla tutti i suoi investimenti. Ma inevitabilmente delega. Ombre di doping, fugate in tribunale. Ombre di partite truccate sulla squadra in cui ha giocato tutta la vita, scontate con una retrocessione storica anch’essa: non crolla mai, è innocente, cristallino come la sua cadenza.

In Australia scoppia lo scandalo doping, gli chiedono un parere: è un problema, spero che si risolva, non so quanti atleti si dopino, non so.

A trentanove anni, è il più ricco giocatore italiano con un patrimonio stimato di 24 milioni e mezzo all’anno. Del Piero è ancora un giocatore: gli dà sicurezza.

Le fluttuazioni sono sempre pericolose. Del resto, non so.

Freddy Ljungberg e Robert Pires

Freddy Ljungberg e Robert Pires

Avendo visto Nakula e Sahadeva
entrambi afflitti,
per quanto indegni di afflizione, o Indra tra gli uomini,
perché la tua ira non cresce?

Maggio 2006, all’Emirates di Londra, un grande interprete franco-portoghese della nouvelle vague di scuola Wenger, saluta dopo quasi un decennio i tifosi dell’Arsenal che molto l’hanno amato. Esce, richiamato dal tecnico, per far posto ad un altro della vecchia guardia, uno svedese arrivato un anno prima di lui e che andrà via un anno dopo. Lo svedese e il franco-portoghese si scambiano un abbraccio rapido e sembrano entrambi a fine carriera.

L’anno dopo, aprile 2007, lo svedese si vede richiamare in panchina dopo mezz’ora scarsa dal suo tecnico, con la squadra sotto di un gol, come se fosse responsabile della sconfitta. Sempre rotto, troppo a pezzi, pochi stimoli ormai, guarda il suo sostituto Fabregas sfornare assist per la rimonta dell’Arsenal.

Il giorno prima, il franco-portoghese, finito nel Villarreal, in Spagna, a più di mille chilometri di distanza, aveva sfoderato una prestazione sontuosa contro il Barcellona di Messi, Ronaldinho ed Eto’o. Una vittoria secca e insperata per due a zero. La sensazione dello svedese, da lontano, è quella di essere rimasto indietro, di aver perso l’attimo.

Non vedrà più il campo fino all’ultima giornata, giocherà l’ultimo mondiale della sua vita, dopodiché anche per lui sarà tempo di cambiare.

Li ritroviamo due anni dopo: il franco-portoghese sfida i suoi ex compagni dell’Arsenal nei quarti di finale della Champions league, titolare a quasi 36 anni. Lo svedese è negli Stati Uniti, guadagna più di Beckham, circondato però da un alone di scetticismo, con un femore che gli fa sempre male, la certezza di essere un monumento esibito a centrocampo dai suoi Seattle Sounders.

Guarda la partita di Champions in televisione e tifa per i colori dell’Arsenal, ma non gli sfugge il lento e compassato signore mancino vestito di giallo canarino che gioca probabilmente il suo ultimo match europeo proprio contro la squadra che ha reso famosi entrambi. Lo svedese si sente ancora una volta in ritardo.

8 maggio 2010: lo svedese cavalca ancora i contratti milionari in Mls, il franco-portoghese, più autore che mercenario, si accontenta di scampoli di partita. Il suo Villarreal è giunto ormai alla fine del sogno europeo, è settimo e i suoi campioni stanno per andare via.

Il tecnico Garrido gli concede venti minuti al posto del fuoriclasse Pepito Rossi. Non importa. La dignità prima di tutto. Lui non va a vendersi in giro per il mondo. Almeno lui è ancora un calciatore. Non fa il pagliaccio come me. Questo pensa lo svedese, che non riesce a prendere sonno dopo che i suoi Seattle poche ore prima hanno perso 4 a 0 in casa, sonoramente puniti da un patriota convinto di nome Landon Donovan.

Lo svedese e le sfilate di moda, i dieci milioni di euro all’anno, il gossip: tutti ingredienti per essere un ex calciatore. Ma perché continuare, allora? Perché insistere?

Maggio 2011, primavera inoltrata che vuol dire campionati ormai quasi finiti: i due amici sono molto più vicini del solito, il franco-portoghese, che non vuole, non sa smettere, orgogliosamente ancora in Premier league, gioca gli ultimi venti minuti scarsi con la maglia dell’Aston Villa contro il West Bromwich. Lo svedese, in un impeto di nostalgia, ha lasciato gli Usa. Ed è finito in Scozia, con il Celtic che passeggia allegramente sul campo del Kilmarnock. Sono gli ultimi fuochi.

Il franco-portoghese, l’elegante ala, solitario erede di una generazione di fantasiosi esterni mancini francesi, a 38 anni comprende che è il pallone è ormai degli altri e sente chiaramente che è finita. Lo svedese, il milionario, icona sexy planetaria, che è finita lo sa da molti anni già, ma non riesce a sentirsi messo da parte. Ibrahimovic lo aveva definito “primadonna”. Senza apparente motivo, accetterà l’ennesimo contratto in Giappone. Ancora sei mesi. Poi, farà una telefonata, lunga, notturna, dall’altra parte del mondo, al suo vecchio compagno di squadra.

Così Pires e Ljungberg accettano la sorte degli uomini che cadono e si defilano, su strade diverse, entrambi a fari spenti.

Elano Ralph Blumer

Elano Ralph Blumer

Riscuotiti, o Indra fra i re, ben conosci
le norme sempiterne:
tu sei chiamato per nascita a gesti crudeli,
da cui spaventato si ritrae il volgo
Foggiati un cuore da guerriero, o discendente di
Kuru,
sbarazzati della fiacchezza del tuo proposito,
e dando prova di virilità acconciati a portare
il giogo come una bestia da soma.

“Ho vissuto un’allegria momentanea, notti meravigliose, bevute, discoteche, donne, bevute, churrasco, compagnia di gente ricca. Poi bene, andavo a casa. Com’è che stavo? Quando mi sono separato? Quando sono tornato in Brasile. Quello che fa il Nemico alle persone è una cosa che non si può immaginare. La prima cosa che ho fatto è stata separarmi. Come? Sono tornato a casa, l’ho guardata e ho detto: ‘Non ti sopporto più’. Lei viveva con me, dieci anni di fidanzamento, quattro da sposati. Ha vissuto con me in Ucraina, sei mesi, senza uscire di casa, per colpa del freddo. Ucraina due anni e mezzo, Inghilterra due anni e mezzo, Turchia un anno e mezzo. Senza niente. Puliva la casa e cucinava. Io bevevo molto. E lei era là. Sono venuto in Brasile e la prima cosa che ho detto è stata ‘Voglio vivere’. Vedete cosa fa il Nemico alle persone. Mia moglie in cucina, mia figlia sta giocando, io sto facendo il precampionato. Le dico: ‘Io non torno’. ‘Come, non torni?’. ‘Non torno. Voglio vivere la mia vita, Non sopporto più la vita da sposato. Vado per strada’. Pensavo che poi sarei tornato. Sapete cosa ho fatto? Ho chiesto il divorzio nel giro di una settimana. Nemmeno la volevo vedere. Le è arrivata la lettera dall’avvocato. Se solo ripenso a quello che il nemico mi ha fatto in quel momento. Sono venuto al Santos. Quando mi sono separato sono stato campione paulista, campione della Libertadores.

Il Nemico mi ha dato tutto questo, perché il Nemico dà queste cose buone per ingannarvi. E io ero fuori. Ogni giorno, ogni settimana, stavo meglio. Mi ero separato da un anno. Mi sono separato, ho smesso di bere. Io avevo fatto questa follia. Sapete quando ho cominciato a non farcela più? Quando ho iniziato a non dormire. Stavo morendo in un tinello. A trent’anni. Ho 58 convocazioni nella nazionale, Coppa America, Confederations cup, due campionati paulisti, una Libertadores, tre coppe ucraine, tre campionati ucraini e una coppa del mondo. Sapete cosa significano per me oggi? Niente. La pace che io sento nel parlare con voi, dopo tre anni di conversione. Niente nella mia vita è valso la pena. Non è ingratitudine: è il contrario, è gratitudine per quello che Dio mi ha dato. Ma niente nella mia vita mi ha dato la pace che sento oggi”.

5 giugno 2014, presso la Comunità cattolica Pantokrator, Campinas, São Paulo, Elano racconta la sua pace. Tre mesi dopo vola a Chennai, nell’antica Madras, dove si dice che fu martirizzato San Tommaso.

Epilogo

 

C’è chi ritiene che tutto avvenga per necessità,
altri chiamano in causa il destino,
altri credono che tutto nasca dallo sforzo dell’uomo:
questa è nota come la triplice spiegazione.
Altri pensano che non si debba
agire per nulla:
tutto è imperscrutabile,
sia il destino che la necessità.
Si percepisce invero la connessione causale degli eventi
in forza della necessità e del destino.
Talora per il destino, talora per necessità,
talora per lo sforzo umano
l’uomo attinge il frutto:
non c’è una quarta causa.

I marquee player, insieme con Dharma e con tutti gli abitanti del terzo cielo, si recarono presso il fiume celeste, la santa, la purificatrice Ganga celebrata dai veggenti: s’immersero allora nelle sue acque i re e abbandonarono il loro corpo umano.

Bagnatisi in quelle acque, i marquee player assunsero allora un corpo divino, e il loro cuore fu in pace e ogni sofferenza svanì. Fra le lodi dei grandi veggenti, andarono quegli eroici guerrieri, vere tigri fra gli uomini i figli di Pandu e i figli di Dhritarashtra. Liberi anche dalla collera, presero infine possesso delle loro dimore.

E gli uomini furono estasiati e le genti si rallegrarono delle loro eroiche virtù. Il plauso delle folle era così tremendo che ogni punto del cielo ne risuonava. C’erano piogge di fiori profumati, suono di conchiglie e di cembali.

Tali furono le meraviglie che accompagnarono l’arrivo di quei principi.