19.10.94, Manchester United- Barcellona 2-2

19.10.94, Manchester United- Barcellona 2-2

Prologo

00216- 2281366

L’unico modo per riprendere il filo di un vecchio discorso era ed è ancora alzare la cornetta e telefonare.

Sono passati più di vent’anni, è altamente improbabile che risponda qualcuno.

Certamente non risponderà Bettino Craxi, che è morto e dopo tre giorni è rimasto placidamente al suo posto, dimostrando ancora una volta un disperato attaccamento alla poltrona. C’è stato un tempo in cui Hammamet era diventata una città magica, un morbido rifugio di sabbia in cui nascondersi quando tutti ti danno la caccia, quando il destino ha rivolto le sue lusinghe altrove, lasciandoti a giocare come un bambinello nudo e solo, smontando e rimontando il senno di poi.

L’icona di Bettino Craxi sta svanendo velocemente, prendendo le fattezze molto più convincenti di un suo antico imitatore nei siparietti televisivi, con le mani ai fianchi, postura mussoliniana, sguardo fiero e parole scandite come lastroni di acciaio che cadono da un’altezza incalcolabile, vicine, vicinissime ai piedi, ma senza colpirli, perché i ricordi sono imitazioni, pagliacciate, cose non vere e mai successe diventate però improvvisamente fatti inoppugnabili, pizzini ingoiati, tribunali, processi alle intenzioni e rubriche compromettenti piene di numeri telefonici di amici di amici di amici, da invitare per cercare il decimo su un campo da calcetto che non si troverà mai, se non all’ultimo momento, per un colpo di fortuna.

In genere, funziona così: basta chiamare il numero giusto, al momento giusto e risponderà la persona giusta.

0021-62281366. Il numero è giusto, la persona giustissima, il luogo è ancora magico, ma il tempo è sbagliato.

Squilla.

Pronto.

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Prepartita

Ottobre 1994.

Un centrocampista educato ma con lo sguardo intelligente, presente, vivace. Ventitré anni, tirato su dalla cantera e da tre stagioni ormai tra i titolari, protetto da Nadal, spalleggiato da Koeman, pesantemente apostrofato da Stoichkov, ignorato con falsa dolcezza da Romário.

In panchina c’è un uomo elegante, con la faccia spesso preoccupata, di chi pensa continuamente “Cos’altro dovrà ancora succedere stanotte?” e dei capelli fini, glaciali, nordicamente ripiegati da un lato: è il grande Cruijff, quello che ha così interiorizzato da calciatore il calcio totale da essersene totalmente dimenticato da allenatore. Uno straordinario attore, oggi buon critico, prestato con risultati altalenanti alla regia, questo pensa di lui il magro e agile centrocampista educato in possesso di palla, al trentaquattresimo minuto di una partita autunnale contro l’Atletico Madrid.

Il punteggio è di parità, uno a uno. Ma l’Atletico è squadra in crisi, dovrebbe essere una facile preda. Il gioco di Cruijff, tuttavia, è troppo anarchico, affidato all’egocentrismo corsaro di Hristo Stoichkov e alla luna di Romário.

Siamo troppo prevedibili per gli avversari, ma totalmente imprevedibili per noi stessi, pensa il centrocampista con un’illuminazione che lo conforta di tanti buffetti nello spogliatoio, di tante gerarchie da scalare.

Il Barcellona del 1994/1995 gioca la Liga da campione uscente. I risultati quest’anno sono buoni, ma non ottimi. In classifica si vola alti, ma non altissimi. La Coppa dei Campioni, persa l’anno scorso in finale per colpa di Savicevic, non è più una prosopopea ed è tornata ad essere un semplice oggetto con enormi orecchie, messo in palio per una competizione che invece, e da quest’anno ufficialmente, suonerà da qui in avanti, dall’Islanda a Cipro, con l’altisonante e fantascientifico nome di Champions League, un campionato europeo parallelo a quello nazionale, di fatto destinato a soppiantarlo nell’importanza e nell’immaginario.

La nuova creatura Uefa che si sta formando, esperimento dopo esperimento, stuzzica la fantasia del timido e introverso centrocampista. Si autocensura troppo. La squadra si autocensura troppo. I suoi pensieri si confondono, quando un pallone sbatte su un avversario sulla trequarti e rimbalza invitante a pochi metri dal suo piede.

Non se ne può più di cercare continuamente i passaggi alle punte, basta con questo stucchevole tiki-taka: Cruijff mi stima, lo ringrazio, ma non è un buon allenatore. A questo pensa Pep Guardiola mentre con un sinistro violento, in perfetta coordinazione, senza neppure tentare un controllo in corsa, come fosse uno sfogo, scaglia il pallone all’incrocio dei pali da quasi trenta metri.

È il primo gol in carriera in Liga. Corre un po’ incredulo. Per qualche secondo da solo e nessuno lo va ad abbracciare. Si copre gli occhi, non può crederci. Li riapre, la gente sugli spalti urla il suo nome. Ma la gente che ne sa, pensa con superbia il ragazzo educato, alzando un pugno rabbioso al cielo.

Questo ragazzo ha un buon tiro, è un classico centrocampista che segna, un centrocampista totale, è convinto Cruijff in panchina, lanciando uno sguardo desolato a suo figlio Jordi, il rampollo del calcio totale.

Alex Ferguson si attiene ai fatti. Privo di vezzi o peculiarità tattiche, basa tutta la propria autorevolezza su un approccio scientifico alla realtà, raccolta in uno spazio di tempo limitatissimo, che gli consente di non tenere conto dei successi passati e di non aspirare ad alcun obiettivo particolarmente ambizioso. Ferguson vive il presente e guarda i recenti risultati. Registra, senza emozioni, che il suo Manchester Utd è reduce da una vittoria in casa contro il West Ham grazie a un episodio deciso da un uomo che sta scontando una squalifica di 5 partite di Champions League comminata l’anno prima quando ancora non aveva cambiato del tutto il suo nome, dopo un bellicoso match col Galatasaray. A decidere la sfida contro gli Hammers è stato naturalmente Eric Cantona, il marsigliese più narcisista, narrativo e visionario della storia del calcio inglese, alla terza stagione con lo United, quella in cui entrerà nella leggenda per il celebre calcio volante a un tifoso. Gesto di incontenibile poesia, un haiku a gioco fermo, di fronte al quale i codici etici diventano sterili discorsi di fine anno dei presidenti della Repubblica.

Ma questo accadrà nel futuro e, come sempre, a Ferguson il futuro non interessa.

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È l’ottobre del 1994 e quello che è davvero preoccupante è che, prima di questa striminzita vittoria con il West Ham, lo United, privo di Cantona, aveva perso malinconicamente con lo Sheffield Wednesday fuori casa, con la coppia Hughes- McClair e un giovane Lee Sharpe sulla fascia. In Champions, il cammino non è stato meno balbettante: una faticosa vittoria contro il Goteborg e un pareggio a reti inviolate nuovamente col Galatasaray di Sukur e Turkyilmaz.

Eppure  l’anno prima il Manchester aveva vinto tutto, Premier, F.A. Cup e Supercoppa, ma questa stagione ha un respiro diverso: le altre si sono rinforzate, alla decima giornata lo United è solo quarto anche se non troppo distante dalla vetta. La Premier è iniziata da poco più di due mesi e sta già mettendo in vetrina punte esplosive, da Chris Sutton del brillante Blackburn, capace di segnare 9 gol (due in più del suo giovane compagno di reparto Alan Shearer), a cecchini come Robbie Fowler, Ian Wright, Andy Cole, che a Ferguson piace molto, visto che Cantona tende sempre a farsi buttare fuori. E poi ci sono Teddy Sheringham e Jurgen Klinsmann in versione Buffalo Bill al Tottenham. Dietro tutti, sorride Ferguson, sbuffa il solito implacabile Le Tissier, forse il più bravo di tutti, eroe del Southampton.

Il problema di Ferguson è, al netto dei dati confusamente raccolti sui suoi bigliettini, soltanto uno: non fare brutte figure contro il Barcellona mercoledì in Champions League, senza Giggs e Cantona e con il timore, fondatissimo, di dover ripiegare ancora una volta sul puro, generoso, ma decadente McClair. A destra potrebbe giocare Gillespie, un ragazzino. In realtà ci sarebbe anche quell’altro giovanotto tutto dorato, bello come Paride e Achille, educato e ottuso, come piacciono a lui i talenti. Quel Beckham che fin qui ha dimostrato di saper solo stoppare il pallone e crossare divinamente, ma che forse è meglio di Gillespie. Sir Alex pensa due cose in totale contraddizione tra loro, vuole farlo esordire in Champions League, ma non subito, per non farlo sentire troppo importante e poi, appena gli fa alzare il ciuffo, lo spedirà in prestito da qualche parte, magari già in primavera.

Intanto lo infila in stanza con Schmeichel, della cui eterosessualità è certo, al pari della mancanza di argomenti e di curiosità.

In un silenzio alternato a strane battute grugnite senza ricordare i finali, Beckham imparerà a essere un Red Devil.

Quanto a Gillespie, a Ferguson e a tutti gli altri non importa nulla di lui, sarà quel che sarà, lontano da Manchester.

A guardarlo chino sui suoi foglietti, preso dai dubbi, esitante e perplesso, mentre disegna senza accorgersene bambini senza volto intorno al nome di Beckham, in fondo, Alex Ferguson sembra un uomo piccolo, modesto e pauroso, un bambino di dieci anni con il cervello di Churchill, la frivolezza dei reali d’Inghilterra e la grettezza mite di Bobby Charlton, tutto in un solo corpo.

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Manchester United – Barcellona vs la vecchia Europa

La sigla che precede il prestigioso incontro, tratta da un’opera di un compositore tedesco del Settecento, naturalizzato inglese, e riarrangiata con un gustoso mélange delle tre lingue nazionali più importanti d’Europa, l’inglese, il tedesco e il francese, è un inno di incoronazione, una celebrazione di un’idea politica e sociale che, dopo il crollo del muro di Berlino, comincia a risuonare nelle case dei tifosi di tutto il continente, soprattutto di quelli più pronti a recepire il cambiamento, accomunandoli. Lo ha recepito bene la Fininvest in Italia, di proprietà del neo-presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, che per la prima volta nella sua storia ha strappato i diritti tv alla concorrenza, sostituendo alla sintassi asburgica di Bruno Pizzul e a quella pertiniana e indomita di Nando Martellini, i placidi paesaggi di campagna di Bruno Longhi e i tratti espressionisti di Sandro Piccinini.

Innanzitutto, le formazioni, da recitare come fossero un mantra per proteggersi dai nemici.

Gli ospiti, il Barça:

1 Busquets
2 Abelardo
3 Guardiola
4 Koeman
5 Sergi
6 Bakero
7 Luis Cembranos
8 Stoichkov
9 Nadal
10 Romário
11 Beguiristain

A disposizione: 12 Sanchez Jara, 13 Lopetegui, 14 Jordi Cruijff, 15 Eusebio, 16 Amor.
Allenatore: Johan Cruijff.

I padroni di casa, lo United:

1 Schmeichel
2 Parker
3 Irwin
4 May
5 Butt
6 Pallister
7 Kanchelskis
8 Ince
9 Keane
10 Hughes
11 Sharpe

A disposizione: 12 Bruce, 13 Walsh, 14 Neville, 15 Scholes, 16 Davies.
allenatore: Alex Ferguson.

Dunque, Ferguson l’ha risolta così, con Lee Sharpe a tollerare la normalità di Mark Hughes e Nicky Butt, l’unico originario di Manchester in campo, a collegare il centrocampo e l’attacco, con quello che si può definire mestiere.

Poi ci sono Paul Ince e Roy Keane a intavolare conversazioni rudi a centrocampo, Kanchelskis a minare per sempre la serenità della fascia destra e a sinistra un doppio compito per Sharpe, che ha ventitré anni e può tranquillamente dar fondo a tutta la sua gioventù, rendendosi così ubiquo, in senso laico e materiale. Nemmeno un dubbio sul quartetto di operai a protezione di Schmeichel.

Cruijff, forse davvero senza saper né leggere né scrivere, realizza uno schema indefinibile, probabilmente a spirale, con Bakero nel cuore del sogno catalano, Guardiola e Koeman alfieri, Stoichkov regina pazza della scacchiera, con libertà di uscire allo scoperto quando vuole e Romário a incarnare la divinità precolombiana, lo sciamano in grado di rendere spirituale e affascinante l’apparente confusione dell’allenatore olandese.

Sono due schemi raffazzonati e improvvisati, ma frutto di filosofie pratiche, adeguate alle esigenze dei giocatori in campo e poco comprensibili dai commentatori più esperti, ben più accettabili dai tifosi meno attrezzati.

Sono schemi umani, fini e naturali come i capelli degli allenatori che li hanno adottati.

L’arbitro è un rumeno, si chiama Craciunescu, i guardalinee forse anche, ma non contano ancora molto per la grafica televisiva, quindi è tacita consuetudine non considerarli esistenti finché non sbagliano.

Ma Craciunescu esiste eccome e osserva tutto.

Partiti.

In meno di un minuto, il Manchester United ha già dimostrato di essere più tonico, a volte irruento. Hughes spinge in volo, è fallo. Guardiola fa girare la palla con la punta del piede ma viene falciato. Sharpe si invola verso l’area di rigore e Nadal si immola con un intervento difensivo perfetto, in scivolata, si tira su, vince un rimpallo e imposta, ma in modo impreciso. Prima avvisaglia di grandi pericoli, temporaneamente scongiurati.

Passaggi troppo corti, fuori giri, senza ritmo, prima di Bakero, poi di Luis Cembranos, gonfiano d’orgoglio l’avvio degli inglesi. Se Sharpe a sinistra ha già dimostrato di poter sfondare, tocca ora a Kanchelskis. Parte da fermo, sfidando Sergi. Prende velocità, sbraccia, non lo ferma nessuno, non certo il terzino del Barça, che si rende conto di quanta rabbia scorra nelle vene di questo russo. Arriva un cross, Hughes ha avuto fiducia in Kanchelskis e ne ha seguito la furia. Il gallese si coordina con lentezza, svirgola il pallone che termina fuori e non ha poi il coraggio di sostenere lo sguardo indagatore della telecamera, né di quello gelido, imperturbabile di Kanchelskis.

Altre cose notevoli: una lezione di tecnica di base di Mark Hughes su un lungo rilancio di Schmeichel: spalle alla porta, come si suol dire, stop di petto in volo, palleggio di coscia, palla messa a terra con un delicato tocco di destro e rapido passaggio in diagonale per smarcare sulla trequarti un’accorrente Paul Ince. Da applausi.

Altre istantanee: Kanchelskis prova a sfondare di nuovo, la maglietta rossa si gonfia per il vento che si infila nell’enorme collettone, ma sbatte contro il muro impenetrabile di Nadal, che è venuto a contrastarlo sulla linea del centrocampo, per impedirgli di fare danni; quando il Manchester imposta la manovra a partire dalla propria retroguardia, Romário ha una sua personale interpretazione del pressing, è molto concentrato sul pallone ma lo segue con gli occhi, camminando, come se non si trattasse di roba sua; nei primi sei minuti di gioco, Stoichkov e Romário hanno toccato insieme poco più di cinque palloni, tentando aperture, passaggi di prima e verticalizzazioni, con l’unico risultato di regalare il pallone agli avversari; 

Al settimo minuto Kanchelskis riporta il suo secondo trionfo personale sulla fascia destra. Il modo in cui punta Sergi Barjuan e lo dribbla andando verso il fondo con l’esterno del piede ha un esito comico, Sergi perde l’equilibrio e crolla a terra alzando le braccia verso il cielo. La comicità è l’unico risultato che ottiene il russo che, appena entrato in area, non trova altra soluzione se non quella di calciare di collo un pallone rasoterra perfettamente indirizzato sui piedi di Rambo Koeman che registra il primo grande intervento difensivo della sua personale partita. Hughes e Keane, soli in area si disperano, ma non più di tanto. Vivono il presente.

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Il Barcellona sa di aver iniziato malissimo e vuole risalire, ma lo fa con flemma. Passaggi non rischiosi, appoggi al centrocampista smarcato, senza velleità di far male, finché la palla non finisce sui piedi di Stoichkov che con la sua solita postura sgraziata, a braccia larghissime, come se stesse camminando con metà corpo nell’acqua, ma col pallone incollato all’interno del piede, si accentra, si concentra e scaglia una palla arcuata e piena di effetti speciali che non incantano però un uomo poco poetico come Schmeichel, il quale si distende a fatica e sussurra, ingoiando fili d’erba umida, “tutto qui?”.

La verità è che il Barcellona, come l’ospite che comincia a sentirsi a suo agio e fa battute inopportune, si sta prendendo fette di campo, grazie alla mobilità di Bakero, perno incaricato di guadagnare metri preziosi e appoggiarsi sempre ai compagni di reparto poco dietro di lui, subito, senza fronzoli, e poi continuare ad avanzare. Così il Manchester si concentra sul rischio di inserimenti centrali e all’improvviso, la palla viene fatta scivolare a destra, dove Stoichkov scavalca con un bel pallonetto l’irlandese Irwin, un terzino di quelli che quando controlla il pallone ha sempre la mano chiusa a pugno, con grande sforzo, e Luis Cembranos, entrato in area di rigore con uno scatto intelligente, non trova di meglio se non scalciare confusamente senza forza verso un avversario, perdendo così una grande possibilità di essere ricordato.

Tra le piccole rivincite dei grossi stopper nei confronti dei fuoriclasse, va registrato negli annali il delicatissimo dribbling di tacco del gigantesco Pallister ai danni di Hristo Stoichkov che credeva di potergli togliere il pallone facilmente con un pressing aggressivo. È sempre uno spettacolo molto bello vedere un mastodonte danzare sulle punte, con orgoglio.

Poi, Luis Cembranos e Bakero commettono un errore da novellini, correndo a vuoto senza avere le spalle coperte: per Sharpe che addenta la appetibilissima e deserta fascia sinistra è facilissimo prendere sempre più confidenza con la debolezza della difesa di Cruijff, ma il suo cross finisce nel giardino delle buone intenzioni.

Quando stanno per scadere i dieci minuti di gioco, Romário è pigro e indolente, sembra annoiato. È Parker a suggerirgli di giocare a calcio. Il difensore, credendo che Romário sia entrato solo perché obbligato dal contratto, prova ad anticiparlo con uno scatto furioso condito da una scivolata molto scenica, ma la tracotanza è presto punita. Romário fa finta di perdere la palla, invece la nasconde nel segreto della sua suola, lasciando scivolare Parker con un’espressione delusa e ottusa per alcuni metri. Il panico si fa largo negli occhi dell’altro difensore, Pallister, che vede avvicinarsi a piccoli passi i cento piedi di Romário. Parker si è già rialzato e, come un elastico, sta tornando indietro con la stessa velocità, ma senza scivolate né presunzione, disperatamente. Di qualsiasi natura sia stata il gioco di gambe di Romário, non ci si spiegherebbe come abbiano fatto Pallister e Parker a scontrarsi, abbracciandosi, mentre Romário, furbo e felice, si è ritagliato due metri buoni per tirare.

Ma segnare non gli interessa. Quest’azione è finita con lo spettacolo offerto. Infatti il tiro è schiacciato contro l’erba, come volesse nascondersi e sparire più lontano possibile dalla porta. L’ha fatto per punire l’atletismo di Parker, non certo per far male. Fa il segno della croce e abbassa la testa, il numero 10 del Barcellona.

Schmeichel consola i suoi due piedipiatti e fa ripartire il Manchester.

Le squadre rifiatano.

Il pubblico si calma.

Dieci minuti di partita sono stati sufficientemente emozionanti.

L’arbitro rumeno Craciunescu si rende perfettamente conto che le cose stanno andando piuttosto bene, pensa perciò di allontanarsi un momento, non visto, per fare la sua telefonata. Una velocissima chiamata internazionale.

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Pronto.

Silenzio.

Dall’altra parte della cornetta ci sarebbe Boutros Boutros Ghali, segretario dell’Onu. Ci sarebbe ma non c’è. Perché non parla, non risponde, resta muto e fissa davanti a sé l’agendina aperta sui suoi prossimi impegni, la cura del giardino, i congressi, nomi in codice che vogliono dire altro. Con il telefono premuto sull’orecchio, ascoltando un silenzio nuovo, per qualche istante piacevole, fa precipitare gli occhi su un disegno di bambini senza volto, confusamente tracciato all’angolo della pagina di ottobre. Da lui? Può darsi. Se non da lui, da qualcun altro che ha aperto la sua agendina. Non vuole interrompere questo momento di serenità, così raro. Ha paura che da un momento all’altro lo chiami la Nato. Subito dopo un’abbondante colazione, gli hanno annunciato infatti che avrebbe ricevuto un pesante ordine di intensificare i bombardamenti in Europa contro i Serbi, nonostante il suo comandante dei caschi blu nei Balcani abbia più volte ufficialmente chiarito che una decisione del genere avrebbe senza ombra di dubbio aggravato la situazione anziché risolverla.

Ma cosa può fare Boutros Boutros Ghali, è solo un segretario. Gli basta dire pronto e tutto succederà da sé.

Finché non commette errori, in fondo, non esiste. Per questo non parla ancora.

Squilla il telefono anche al 10 di Downing Street a Londra.

Squilla ma non risponde nessuno. Eppure dentro c’è un sacco di gente.

C’è il padrone di casa, per esempio, il Primo Ministro inglese John Major, sobrio e cupo, rinchiuso in una stanza a porte e finestre chiuse, mentre fa cenno ai camerieri di concedere al Presidente Russo Eltsin ancora bicchieri, bottiglie, cicchetti. È una visita informale, ma tutto fa storia da quando è crollata l’Unione Sovietica.

Nella stanza si respira democrazia ma anche aria viziata, quella sensazione inconfondibile di una vita buttata via che esprimono gli anziani che hanno alzato il gomito. La principessa Alessandra, cugina della regina Elisabetta, cerca di resistere alle insistenze di Boris Eltsin, che trova nella sua pelle datata 1936 una promessa di piacere, meritevole di pressanti inviti al Cremlino, per proseguire un discorso diplomatico avviato qui.

Qui, nel cuore depresso di un’Inghilterra che aspetta senza pietà il crollo dei conservatori abbattuti dal tasso di disoccupazione stellare, dal pericolo dell’isolazionismo anti-europeo, proprio mentre invece le altre nazioni del continente assicurano il massimo del divertimento, dalla decadenza del nome della Thatcher, infangato da loschi traffici tra suo figlio e l’Arabia Saudita, milioni di sterline e armi, sotto occhi timidi che non hanno voluto porre alcun veto. Con gli stessi occhi, Major osserva il volto rubicondo dei presenti. Hanno tutti il naso rosso ma il pagliaccio è l’unico che non beve, lui.

Boris Eltsin vuole concupire la principessa Alessandra, questo è chiaro a tutti. Major fa finta di niente, pensa ad altro, ha sentito che da Blackpool, cittadina operaia affacciata sul mare, si erge ormai quasi incontrastato l’astro nascente di Tony Blair, capace di umiliare ogni deriva socialista del Labour, promettendo di riportare la Gran Bretagna al centro di ogni interesse mondiale, con le mani finalmente di nuovo dentro la marmellata.

Boris Eltsin ora si alza e invita a ballare la principessa. Lei, lusingata ma incerta, guarda le sue damigelle, ubriache, che la invogliano ad accettare, per un fatto di etichetta. John Major non tocca un bicchiere, ha ancora il cappotto, si è costruito un sorriso stentato, ma tutti i muscoli della sua faccia sono protesi verso il pavimento. Qualcuno si è dimenticato di mettere su la musica. Per fortuna c’è il trillo del telefono a scandire il silenzio.

Accennando un’intesa primordiale, Boris e la principessa volteggiano pesantemente, nella stanza avvolta dall’oscurità.

L’interprete russo ripone svogliatamente sul tavolino pieno di bicchieri vuoti una copia del Times, godendosi l’insperato relax di un pomeriggio di lavoro.

Si accorge che il telefono sta effettivamente squillando

Alza la cornetta.

Pronto.

Pronto Raffaella.

Raffaella Carrà ha annunciato la sua decisione di lasciare per sempre gli studi tv spagnoli di “Holà Raffaella” per ritornare a sedurre l’Italia, è un buon momento per la televisione, le hanno detto.

È un momento divino, anzi. Si può anche vedere, da lontano, senza avvicinarsi troppo, il mantello senza volto dell’avvocato Bevacqua, che ricorda al giudice Ognibene che al momento di pronunciare la sentenza egli equivale a Dio e proprio per questo deve rispettare il valore insindacabile della Verità e quindi decidere per la piena assoluzione di Piero Pacciani, oscenamente dipinto come il “mostro di Firenze”, cosa che non è e non potrebbe essere mai.

Ma Dio è fuori dal rettangolo di gioco, per un dolore all’altezza della coscia. I medici lo stanno visitando, ma fanno cenno alla panchina di sostituirlo, non ce la fa a continuare.

Pacciani sarà per sempre il mostro di Firenze, la culla del Rinascimento, il mostro della culla del Rinascimento.

A tempo ormai scaduto, in pieno recupero, il telefono squilla anche a Coburgo, a metà tra Edimburgo e San Pietroburgo, un borgo luterano e tedesco, tra Norimberga e Francoforte, roccaforte dei nazisti sessant’anni prima.

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Il problema è che il volume della televisione è alto e un uomo senza nome sta lottando disperatamente coi pianti di suo figlio neonato. Le urla del bambino sono un coro di demoni che gli impedisce di seguire quello che dà la televisione. L’uomo, con la moglie lontana, fuori casa, finita chissà dove, sperduta tra i rovi di un bosco o nelle vetrine di un negozio di dolci, sta assorbendo un pettegolezzo da parte della fondamentale rubrica di approfondimento politico della Germania unita. A quanto gli sembra di capire, nonostante il rumore devastante prodotto da suo figlio, nella periferia di Parigi, per appena cinquanta franchi, che lui non sa nemmeno a quanti marchi corrispondano, ma che suonano come monetine di rame di poco conto, si può trovare con poco sforzo un pericolosissimo Vhs, “La guerra santa – istruzioni per l’uso” in cui un giovane dal viso parzialmente coperto spiega, a partire dal jihad algerino, la teoria e la pratica di un attentato a Parigi, dai principi generali alla detonazione fai-da-te. Il bambino sembra calmarsi per un attimo. Frammenti di parole che l’uomo riesce a captare, con la ritrovata pace domestica, lasciano appena intuire che il prefetto della Seine-Saint-Denis, Duport, un uomo ritenuto non di destra, ha inviato una relazione al governo francese in cui fa notare che l’integralismo islamico prolifica nel disagio e nella disoccupazione delle banlieue, sostituendosi allo Stato assente. Nell’opinione pubblica di quel paese barbaro a pochi chilometri da Coburgo, due politici di nome Le Pen e De Villers, per far fronte alla delinquenza crescente, auspicherebbero una riapertura del dibattito sulla pena di morte, niente di strano per un Paese che, ultimo cronologicamente in Europa, vi aveva rinunciato solo nel 1981. Il bambino prorompe di nuovo in un pianto senza precedenti, un frastuono di un popolo urlante che reclama cibo.

L’idea della ghigliottina è affascinante, sospira l’uomo di Coburgo che tenta di alzare ancora il volume, ma non riesce più a sovrastare i decibel di dolore raggiunti dal bambino, ora più che mai deciso a rovinargli i piani della serata.

Abbiamo appena risolto il problema dei comunisti, ora arrivano gli islamici, pensa afferrando un coltello e sgozzando senza pensarci due volte il suo piccolo e fastidioso neonato.

La moglie sta per rincasare, avrà speso i suoi soliti 15 marchi al giorno, che cominciano a essere tanti, troppi.

Più o meno ogni giorno un Vhs islamista.

Ora il telefono ha smesso finalmente di squillare, il bambino di urlare. Ammazzata ogni concorrenza, regna la televisione, con un volume che copre ogni cosa, ogni silenzio, ogni paura.

L’uomo di Coburgo, cuore della vecchia Europa, può finalmente godersi il suo programma preferito“Show da 100 mila marchi“con la bella e brava Ulla Kockam Brick, mentre aspetta che rientri la moglie e, poco dopo senza dubbio, anche la polizia.

Torna la moglie, in effetti, con un sacchetto di dolci e strani rametti impigliati nel cappotto. La domanda è come da copione, lui se la immaginava già, come tutto il resto.

Perché l’hai fatto?

Perché non mi faceva seguire la televisione.

Nel riquadro del suo Grundig, esplode uno spot elettorale.

È Helmut Kohl che si appresta a diventare di nuovo cancelliere. Nessuno slogan particolare, solo il suo viso, che ogni tedesco, anche fuori da Coburgo, conosce a memoria e una canzone, energica e vincente, quindi non tedesca, “Simply the best” urlata senza sosta dalla leonessa Tina Turner.

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Il dopopartita

Purtroppo le cose sono scivolate di mano.

L’arbitro Ion Craciunescu è rientrato di corsa in campo, ma non c’è più nessuno, com’era facile immaginare.

Al colpo di testa vincente di Mark Hughes, su cross elegantissimo di Lee Sharpe, ha risposto Romário con la tranquillità dei forti, infilatosi in un corridoio illuminato da Bakero, proprio in mezzo ai giganti inglesi, palla in mezzo alle gambe di Schmeichel che guarda alle sue spalle il proprio fantasma afflosciato come un pupazzo di pezza senza senso dell’umorismo.

Nel secondo tempo un calcio di punizione con traiettoria altissima progettato ed eseguito da Ronald Koeman acceca i riflessi di Parker e May e plana delicatamente in area di rigore sul petto di Bakero che con guizzo strisciante da serpente sorprende tutti, portiere avversario compreso, e porta il Barcellona sul 2-1. Ma gli inglesi non si arrendono e, dopo un’arrembante azione di Ince, Kanchelskis pensa bene di regalare a Lee Sharpe un cross basso tagliato come un graffio. Il dolcissimo piede di Sharpe inventa un colpo di tacco in corsa tale che il buon portiere avversario Busquets, forse anche frenato dai pantaloni lunghi, non sa prevedere. A fine partita, ancora due occasioni per il Manchester United, ma il punteggio non cambia più.

Sono occasioni perse, pensa Cracionescu.

Romário farà le valigie a gennaio, perché capisce che per fare più gol di Pelé bisogna nascondersi in Brasile, il Barcellona finirà quarto a una considerevole distanza dal Real Madrid di Zamorano. Ferguson perderà il titolo all’ultimo minuto dell’ultima giornata, perché Shearer e i ragazzi del Blackburn sono terribili.

Di fatto nessuno vincerà niente.

Quando l’Europa era in guerra, i bombardamenti nazisti danneggiarono pesantemente l’Old Trafford.

Ma in fondo anche alcuni uffici del Barcellona furono distrutti dalla Regia aviazione italiana nel ’38.

Parità assoluta, insomma, pensa Cracionescu.

Ma lui è l’arbitro, è Dio. Non può finire così.

Osserva intorno a sé lo stadio spento e il famoso cielo stellato sopra di sé.

Pensa a quanto siano inutili, oscene e deformi le grandi orecchie della coppa dalle grandi orecchie e, in fondo al cuore, sa che sta calpestando un campo nero su cui si stagliano enormi disegni di bambini senza volto.

Ma ugualmente raggiunge nell’oscurità un telefono non segnalato dal guardialinee posto al centro del campo e, benché forse sia troppo tardi, compone per l’ultima volta quel numero.

Può darsi che non tutto sia perduto.

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Messaggio gratuito.

La chiamata non può essere inoltrata poiché è attivo il servizio di esclusione delle chiamate.