Il gol dell’avvenire

Il gol dell’avvenire

And then the harder they come
The harder they fall, one and all
Jimmy Cliff

Vi sono presagi che annunciano la rivoluzione e un mondo nuovo, ma che durano lo spazio di un mattino. Vi sono calciatori annunciati come messia: pochi mantengono le promesse ma la maggior parte mostra, almeno a tratti, i lampi del talento annunciato. Solo pochi eletti riescono a sprigionare tutta la loro forza in una singola partita d’esordio, superando persino le aspettative dei propri tifosi, prima di spegnersi con eguale vigore, stelle di una sola partita, tanto magnifica quanto illusoria. Le prospettive di rivoluzione o di trionfo appaiono all’improvviso una prospettiva concreta e vicinissima. Questo momento non arriva con le prime voci di mercato, la dichiarazione sorniona del procuratore o l’ipocrita prudenza del presidente. E neppure coi filmati sgranati delle migliore azioni che circolano in tv (oggi in rete con sottofondi tecno o reggaeton). Non sono neanche l’annuncio della firma, le foto di rito o le dichiarazioni di circostanza. E può anche non essere la prima amichevole, e neppure la prima partita ufficiale, va bene anche la seconda o la terza. Ma esiste un momento in cui il nuovo acquisto, il fenomeno che ha coronato il calciomercato, finisce di essere sogno e si rivela davvero in tutta la sua forza. Il momento in cui, dopo un battesimo bagnato da uno, due o tre gol, i tifosi si guardano tra di loro e, spalancando gli occhi o assestandosi colpetti di gomito, annuiscono come a dire: “Questo è forte davvero”. Peccato che il fallimento totale, proporzionato alle attese, disti appena alcuni mesi.

Darko Pancev: Reggio Emilia, 26 agosto 1992
L’epilogo della traiettoria calcistica in Italia di Darko Pancev, simbolo dei bidoni, è noto. Talmente noto da far dimenticare le circostanze del suo esordio ufficiale, avvenuto all’andata dei sedicesimi di Coppa Italia. Contro la Reggiana, una delle favorite della Serie B di quella stagione (che si chiuderà con la storica promozione in A) il futuro “ramarro” segna 3 gol in meno di 50 minuti, mostrando tutto il repertorio: uno di rapina, uno di testa, uno di potenza. I tifosi interisti si stropicciano gli occhi, sottoscrivono abbonamenti e non si lasciano scappare la prima occasione di vederlo dal vivo in casa. Anche perché il 3-4 in favore dell’Inter dell’andata obbliga comunque la squadra a non sottovalutare del tutto l’impegno.

Al ritorno a San Siro, il 2 settembre, Pancev segnerà altri due gol in meno di 20′.  In tutto faranno 5 in meno di 90′. Ma è già una coda dell’esordio illusorio. In tutto il resto della stagione Pancev segnerà un solo gol in 12 partite, tra errori terrificanti e il disprezzo del suo allenatore che si allarga presto ai suoi stessi tifosi. L’ex bomber della Stella Rossa, campione d’Europa nel 1991 a Bari, compie la sua traiettoria di supernova in un tempo sorprendentemente rapido: gli bastano 3 mesi per accendere il cuore della piazza e diventarne anche lo zimbello. In Coppa Italia l’Inter esce ai quarti col Milan e Darko non riuscirà ad aggiungere neanche quell’unico gol che gli sarebbe bastato per agganciare Beppe Signori in cima alla classifica marcatori. Negli anni successivi giocherà in Germania, tornerà brevemente a Milano e chiuderà la carriera in Svizzera col Sion dove farà in tempo a dare il suo contributo nella conquista del campionato nazionale: cinque presenze e zero gol.

Ugochukwu Michael Enyinnaya: Bari, 18 dicembre 1999
È la notte di Bari Inter 2-1, celebrata e rimpianta da tutti i tifosi del Bari. È ricordata come la partita di Cassano, schierato titolare da Fascetti per le assenze di Spinesi, Masinga e Osmanovski, che decide la partita con la celebre azione tacco-testa-serpentina-tiro che stordisce Blanc, Panucci e Ferron, decidendo la partita e dando inizio alla sua leggenda. Ma è la notte anche di un altro ragazzo, anzi un ragazzone nero di cui, in quei giorni, si sottolinea costantemente la potenza fisica quasi animale: Ugochukwu Michael, per tutti “Hugo”, Enyinnaya, diciottenne nigeriano con appena due presenze alle spalle che sblocca il risultato dopo pochi minuti con un missile da 40 metri. Durante l’esultanza, Hugo si accascia al suolo, lascia che Cassano gli si getti addosso e poi sembra incapace di rialzarsi o riprendere conoscenza. Sembra una profezia.

“Non dorme in un letto, ma per terra” ripetono ossessivamente le televisioni locali della provincia di Bari in quei giorni, come se fosse un attributo da semidio dalla potenza bestiale. Cassano- Enyinnnaya: i dioscuri del Bari per un breve tempo sembrarono destinati a un futuro scintillante, novelli Pulici- Graziani o Mancini- Vialli. Della carriera di Cassano si può discutere ma se anche la si volesse considerare al di sotto delle premesse, non mancano i grandi momenti e la delusione è comunque diluita in anni e squadre diverse. Quella del suo gemello nero è invece andata in frantumi  con una violenza pari solo a quella dell’unico tiro per cui sarà ricordato. In quella stagione segnerà solo un gol, zero l’anno successivo, appena uno quello dopo ancora, in serie B. Complici gli infortuni, inizia un triste vagare tra Livorno, Foggia, Gorniz Zabrze, Lechia Zielona, Odra Opole, Anziolavino, Meda e Zagarolo, prima del rientro in Nigeria da privato cittadino nel 2011. Al momento dell’addio qualcuno non resiste alla tentazione del titolo “Ultimo tango a Zagarolo”.

Adriano: Madrid, 14 agosto 2001
Santiago Bernabeu, amichevole Inter- Real. “Primo test vero” come vuole la retorica estiva. L’Inter di Cuper è sull’ 1-1 (l’anno dopo perderà anche lo scudetto all’ultima giornata con la Lazio). La stampa ha già pronto l’articolo sui lampi di bel gioco, il buon lavoro estivo e la necessità, però, di registrare l’intesa tra i reparti. A pochi minuti dalla fine l’arbitro fischia una punizione dal limite per l’Inter. Sul pallone c’è Seedorf. Ma da dietro, non inquadrato dalle telecamere, come se fosse sbucato direttamente dalla panchina, arriva il 19enne Adriano Leite Ribeiro, da poco aggregato alla prima squadra. Botta mostruosa nell’angolino alto vicino al portiere che non la vede neanche.


È il gol della vittoria a quattro minuti dal termine. Gresko e Guglielminpietro lo abbracciano: più che dei veterani che incoraggiano un ragazzino, sono due gregari che vogliono ingraziarsi il nuovo dio del pallone. Gli interisti che da anni si attaccano a ogni brandello di promessa si illuminano:  la loro redenzione arriverà proprio dall’unico giocatore su cui non riponevano aspettative. L’indomani il Corriere della sera titola sobriamente: “L’Inter a Madrid trova un nuovo fenomeno”. La strada è segnata. Ci vorranno molti anni, i prestiti al Parma, Fiorentina, un paio di stagioni obiettivamente di alto livello con Mancini, le voci di alcolismo, il prestito al San Paolo e un’ultima chance datagli (e toltagli) da Mourinho ma alla fine Adriano riuscirà , malgrado tutto, nella sua missione. Quella di essere una delusione all’altezza delle speranze scatenate in quella notte di Madrid.

Alexandre Pato: Milano, 13 gennaio 2008
Di Alexandre Pato, come tutti i calciatori giovani comprati in estate, “si diceva un gran bene”. Il Milan, che il problema del ricambio generazionale non se lo pone neanche oggi, era fresco campione d’Europa e quindi i discorsi sul futuro apparivano ai più come un esercizio forse necessario ma prematuro. Si sapeva che Pato era in squadra da qualche mese ma, per problemi burocratici, l’esordio era dovuto slittare.  Il brasiliano, insomma, era atteso con curiosità dai più (uno striscione sintetizzava mirabilmente “ArraPato”), qualcuno si domandava se un diciassettenne valesse i 22 milioni versati ma, in generale, non c’erano particolari ansie. Il ragazzo si farà, con la maglia numero 7. Invece il ragazzo, che sembrava un bambino non particolarmente intelligente con l’apparecchio e i boccoli castani, si fece all’istante, il giorno dell’esordio assoluto a San Siro contro il Napoli, schierato dall’inizio in coppia d’attacco con quello che verosimilmente era il suo idolo da adolescente: Ronaldo. Dopo pochi minuti Pato ha già segnato: in realtà il gol è attribuito a Ronaldo, il tocco di testa del gioiellino avviene quando il pallone è già entrato. Poco importa, perchè il papero gioca la partita con grande personalità: botte da fuori, scambi serrati con Kakà e Ronaldo (già si parla di Ka-Pa-Ro), il tiro che propizia il gol di Seedorf e altri numeri. A coronare il tutto, il gol del definitivo 5-2. “Gollasso anche di Pato” strepita Caressa. “E questo è un gol incredibile” chiosa compiaciuto Beppe Bergomi. “Ne vedremo delle belle” pensano tutti i presenti.


Il seguito è noto e, con le dovute differenze, simile a quanto accaduto ad Adriano. Ottimo primo anno, poi tre stagioni buone ma non eccelse e infine un crollo verticale dovuto agli infortuni e ulteriormente avvelenato dalle polemiche e l’affaire con la figlia del Presidente. Il ritorno in Brasile fu una liberazione per tutti, giocatori, squadra e tifosi. Al Corinthians le cose sono andate malissimo e Pato si è dovuto munire di guardia del corpo per evitare le aggressioni dei suoi stessi tifosi. Molto meglio al San Paolo. In fondo è ancora giovane. Ogni tanto si riparla dell’Italia, della Fiorentina, dell’Inter, il Milan addirittura. Ma non dovevamo non vederci più?

Alberto Paloschi: Milano, 10 febbraio 2008
Milan- Siena è bloccata sullo 0-0. Gli ospiti tengono grazie alla tigna di Portanova e Loria. Inzaghi non ha ancora trovato la zampata e l’ultima versione europea di Ronaldo “fenomeno” ha lasciato il posto a Seedorf. Che sia il caso di buttare nella mischia un altro 18enne, si domanda Ancelotti. Con Pato è andata bene, ma quello è un fenomeno, un predestinato. Ma sì, dai, deve aver pensato, anche se finisce 0-0 siamo a Febbraio, c’è tempo: proviamo quel Paloschi che da due mesi si allena in prima squadra, sempre lì a copiare i movimenti di Inzaghi. È il 18° del secondo tempo. Alberto entra in campo al posto di Serginho, mentre Kalac si accinge al rinvio. Il segnale sonoro dei cambi  sta ancora risuonando, uguale a quello degli annunci nelle stazioni, mentre il telecronista legge compitamente un foglio di appunti: “Classe 1990, bresciano di nascita. Cresciuto nel settore giovanile. Vive a Gallarate, nel pensionato dei ragazzi rossoneri. È all’ultimo anno di liceo scentifico. Per lui anche un esordio importante nell’Under 16. Attenzione subito, Paloschiiii. Pa-a-loschiiii. 1-0, incredibile”.

Sono passati venti secondi netti dall’ingresso in campo: rinvio, tocca di testa, lancio di Seedorf. Alberto è scattato in profondità, si è trovato il pallone che gli si avvicinava, lo ha lasciato rimbalzare e ha liberato il diagonale destro vincente. È il primo pallone che tocca in Serie A.  Il primo abbraccio è per Brocchi, che gli salta addosso con balzo goffo e pelle rossa per la gioia. Tutti vogliono toccarlo, Seedorf, Ambrosini, Maldini, Inzaghi. Soprattutto Inzaghi. Non è come il gol di Nello Russo in Inter- Udinese 3-0, che apparve subito come un miracolo episodico, a partire dalla reazione del giovane interista, alla prima e unica presenza in Serie A. Qui è diverso. Super Pippo è emozionato quanto Paloschi perché sa di aver trovato il suo erede. Il giovane Alberto, sicuro dei suoi mezzi, gli mette un braccio intorno al collo e gli sussurra qualcosa. Non è intimidito, anzi, è un dialogo tra pari, un passaggio di consegne. Ancelotti se la ride. Dopo la partita dirà che è un predestinato. Oggi Paloschi ha 25 anni e quello rimane il suo più bel ricordo. Dopo 7 anni di esperienza tra Parma, Genoa e Chievo sogna ancora una chiamata alla casa madre. O forse no, l’entusiasmo di entrambi si è raffreddato e i due magari si vergognano a farsi vedere così invecchiati. Meglio aspettare ancora un po’.

Diego: Roma, 30 agosto 2009
Diego Ribas da Cunhas arriva alla Juventus in estate, pagato 24,5 milioni di euro. Nei fantacalcio italiani è il bocconcino pregiato. Esordisce in campionato il 23 agosto ed è suo è l’assist per il gol di Iaquinta. Ma è solo un riscaldamento per il vero debutto in società di una settimana più tardi. A casa della Roma che finirà il campionato a soli due punti dall’Inter del triplete, Diego si scatena: doppietta fulminante e Olimpico espugnato. Finisce 3-1 per i bianconeri che, guidati da Ciro Ferrara, gongolano. La Gazzetta si spinge in avanti “È già la Juve di Diego”, “numeri da stropicciarsi gli occhi”, “bravo, bravissimo Diego. Spietato sottoporta”. Ma per accarezzare le dimensioni del fallimento cui erano destinati sia il brasiliano che la Juventus, il reperto storico più indicato è la pagella di Paolo Ziliani a Controcampo (voto 9) : “(…) Colpo a concludere il tutto che ha la delicatezza di un cucchiaino usato per imboccare un bimbo di quattro mesi. (…) Nel secondo tempo il piatto giusto sono i tortiglioni, quelli che vengono alle gambe di Mexes nel tentativo, inutile, di fermare il dribbling che lo porta alla vittoria”.

A completare il presagio di sciagure, i voti in pagella dei suoi due neo-compagni di squadra, pure loro pagati in estate oltre 20 milioni: il 7 ad Amauri e il 6,5 di consolazione di Felipe Melo al quale, nonostante il gol, si pensava di poter chiedere molto di più. La Juventus finirà al settimo posto, il peggior piazzamento sul campo dai tempi di Maifredi. In estate arriverà Marotta che impiegherà un po’di tempo (qualche mese per Diego, una stagione per Melo, una e mezzo per Amauri) ma si sbarazzerà appena possibile delle tre stelle di uno dei mercati più disastrosi di sempre.

L’eterno debutto: Giampaolo Pazzini
Se c’è un calciatore che sulla magia del debutto ha costruito un’intera carriera, quello è Giampaolo Pazzini. Non uno solo ma infiniti, pirotecnici e illusori debutti in tutte le squadre e le nazionali in cui ha giocato. Il Pazzo è un amante vigoroso e istintivo: le prime volte è generoso, vorace e onnipotente. Se tutte le partite fossero esordi, lui sarebbe stato come Vieri o Paolo Rossi, forse anche meglio. Però si stanca presto e per recuperare la passione ci vuole un grande sforzo, ammesso di riuscirci.  Inizia il 12 settembre 2004 in un Atalanta-Lecce 2-2, prima in A e primo gol da attaccante purissimo, controllo in aria e diagonale deciso. Alla Samp deve aspettare la seconda partita, ma cambia poco, quando va a segno contro l’Udinese. Clamorosa la prima assoluta nell’Inter del dopo-triplete, nella quale arriva in un calciomercato invernale del 2011. La squadra è sotto 2-0 in casa col Palermo e lui entra nella ripresa. Dopo poco riceve il pallone spalle alla porta, lo difende, crea spazio con un movimento tipo basket e segna. Pochi minuti dopo, punizione da destra, anticipo di testa sul palo vicino e pareggio. Alla fine si conquista anche il rigore decisivo di Eto': finisce 3-2, San Siro negli anni si è vaccinata, ma esulta comunque.

Ci vorranno una stagione e mezza (buona la prima mezza, deprimente quella, intera, successiva) e lo scambio con l’ex compagno alla Samp Cassano per sancire il fallimento. Col Milan non segna nell’esordio vero e proprio, nel quale gioca meno di un tempo contro la Samp, ma alla prima da titolare è già tripletta: 1-3 col Bologna il 1° settembre 2012, un gol più brutto dell’altro ma i tifosi rossoneri, almeno per qualche settimana, sognano. La prima stagione è ottima, le ultime due di una infinita tristezza. Anche in nazionale il Pazzo sente l’odore acre e seducente del debutto. Con l’Under 21 gli capita di inaugurare il nuovo stadio di Wembley contro l’Inghilterra. Segna dopo 30”, ha fretta di entrare nella storia, poi ne aggiunge altri due. Hat trick e pallone della partita tutto per lui. Segna anche all’esordio in Nazionale maggiore con Marcello Lippi, contro il Montenegro. Poi, per quindici lunghissime partite e oltre due anni, più niente. Ma chissà, se quest’estate dovesse cambiare squadra, cosa potrebbe accadere.