Brucia talento brucia

Brucia talento brucia

SIMBOLICIECHI versione per non vedenti

 

Qualcuno sostiene di averlo visto un paio di volte, negli ultimi anni, sbucare da un cespuglio nelle radure fra Bosco Chiesanuova e Travagliato. Ogni estate, verso agosto, un avvistamento.

Altri affermano di aver sentito il rumore degli zoccoli in cortile, ma di non aver mai fatto in tempo a fotografarlo. 

Alcuni nottambuli, nella foschia, avrebbero notato una strana struttura di pietra le cui crepe ricordano la sua faccia. Non ricordano se sia piuttosto un Dolmen o un Menhir, perché l’hanno studiato alle medie. Si dice sia estinto da decenni, eppure ritorna, ogni estate, rinasce. Il nuovo Franco Baresi.

All’inizio i nuovi Baresi si fanno notare perché alzano il braccio. Con la mano sospesa, lo sguardo fisso, in fila uno dopo l’altro, chiamano il fuorigioco, marciano, girano l’angolo e scompaiono.

I Salvatore Fresi, i Gaetano De Rosa, sempre a testa alta, fieri, con un occhio al guardalinee e uno a scrutare l’abisso della serie D.

“Ma come, si diceva fosse il nuovo Baresi”. Un’eco lontana. Il nome suona sempre più astratto, più un attributo, come “Milite Ignoto”, che un nome proprio.

Cosa ha fatto di Baresi un giocatore così inimitabile? Ne hanno scritto in tanti: giornalisti sportivi col riporto, intellettuali, filosofi. La scivolata di Baresi, l’anticipo di Baresi, il senso del tempo di Baresi.

La verità è che il gesto tecnico di questo giocatore aveva la stessa grandezza e piccolezza di un riflesso quotidiano. Del salvataggio insperato, quando si crede di udire già il vaso impattare il terreno ed esplodere in mille pezzi e lo si carpisce, in volo. Il gesto aldilà e aldiquà dei nostri limiti, tecnici e umani.

Suona nelle nostre orecchie assordate da sciabolate e missili la felpata e struggente melodia di un pantalone del pigiama che scivola sul pavimento, in un corridoio, per fermare la corsa di una pallina da tennis. Magari in una partitella negli infiniti e cupi pomeriggi padani, fra fratelli.

Beppe e Franco. Lui è il fratello minore, peraltro. Forse è per quello che ha sviluppato uno stile unico, inimitabile, per non essere paragonato a Beppe.

Forse non è il Baresi ad essersi estinto, ma il suo ruolo, quello del libero. Forse l’Italia ha prodotto, fino a qualche decennio fa, per la sua storia, modi antropologicamente unici di essere uomo, anche nel calcio. Cosa è cambiato? Di chi è la colpa?

“Le scuole calcio sono troppo omologate, pensano prima alla preparazione fisica che al talento. Le società non investono nei settori giovanili. Gli stranieri ci rubano il lavoro. Gli stadi sono vecchi e brutti e sporchi e pericolosi. Certo, se facessimo come in Inghilterra. Beh, se lo stadio fosse un luogo da vivere tutta la settimana, con centri commerciali, cinema, musei e slot machines. Vabbè. Andiamo a mangiare una cosa?”

E mentre i saggi pisciano sul palazzo, si aggiustano la parrucca e vanno a bere un frizzantino, i giovani talenti continuano ad avvizzire. Ad indossare maglie sempre più larghe e variopinte, in serie sempre più lontane nell’alfabeto. Alcuni vanno all’estero, i saggi non approvano. In altri paesi i nostri talentini a volte riescono a diventare fenomeni. Lorenzo Amoruso diventa una bandiera dei Rangers, Pellè segna tutti i gol che ha sbagliato in Italia, cosa sarebbe successo a Verratti se fosse finito alla Juventus o al Milan? Forse essere lo straniero ti emancipa dai paragoni col passato, forse ti fornisce un’identità senza bisogno di troppi tatuaggi che la raccontino per te.

E magari meglio qualche foto sui tabloid dei tanti padri autoproclamati, commentatori abbronzati o ex allenatori sonnecchianti. Meglio scappare dalle loro manone callose che conosci bene, pronte ad accarezzarti la nuca, leste a stringere il collo al primo cucchiaio sbagliato su rigore.

Una settimana il titolo è “dategli il tempo di crescere”, quella dopo l’epitaffio dice “è l’ultimo treno”.

Incapaci di essere sè stessi, incapaci di essere la reincarnazione di giocatori del passato, i talentini  si inventano esultanze sempre più bizzarre, come i tagli dei capelli e i colori delle scarpe, per essere unici. Così gli hanno insegnato i procuratori. Cosa fa il procuratore il resto dell’anno, fra le due sessioni di mercato, cosa procura? Procura una nuvola di fumo attorno al giocatore. Il ragazzo entra a fine partita, con la squadra avversaria sulle ginocchia e segna un gol.

Basta poco. Forse non era nemmeno un tiro, lui voleva crossare. A tutto il resto ci pensa il procuratore. Giornalisti, inventatevi un soprannome, quest’anno vanno forte gli insetti, chiamatelo “mantide” o “coleottero”. C’è spazio per tutti sulla macchina nuova, anche se non hai la patente.

Su “Oggi” con la nonna, su “Novella” con la fidanzata, su “Cronaca Vera” col fucile in mano. Poi il giovane si sposa, di solito: “ho messo la testa a posto, è il mio gol più bello”. Inizia a bere, ingrassa, le caviglie diventano fragili, come quelle di un tacchino fatto crescere troppo in fretta. Va a qualche festa sbagliata. Forse non erano esattamente delle donne. Il procuratore gli toglie le enormi cuffie, gli insegna la pubalgia, o qualche altro infortunio inventato. Cambia squadra, il procuratore incassa. Cambia scarpe, il procuratore incassa. Mostra gli addominali. Non importa in che ruolo giocherai, né se sarai titolare, l’importante è che parlino di te.

La casa nuova è grande e vuota. “Chiama qualche amico”. L’amico di solito ha i capelli grassi, e un bomber con il collo di pelliccia. Arriva con una valigetta, non ha soldi, ma è l’amico degli amici giusti. Il ragazzo vuole solo qualcuno da sfidare ai videogiochi o col quale accendere le miccette. L’amico non è interessato. Cosa c’è nella valigetta? Banconote, cambiali, schede di cellulari, polverine, flebo, l’affare che ti capita una volta nella vita. Qualche volta la foto del ragazzo addormentato ad una festa.

Cosa sogna mentre dorme, a quella festa? Sogna di un campo le cui linee corrono parallele per miglia e miglia. Cammina cammina il campo diventa foresta. Là, strane e bellissime creature zampettano libere di radura in radura. Ci sono tutti: Morfeo suona il piffero, Banchelli e Benito Carbone si rotolano nell’erba. Santon conta fino a 100. Macheda si nasconde dietro una roccia, Ventola inciampa su una radice. Su un ramo, più in alto di tutti, c’è Mario, solo e pensieroso. Forse si annoia, forse è triste. Arriva il crepuscolo, inizia a far freddo. Gli altri non ci sono più. Ora, sotto di lui, ci sono solo dei bracconieri. Sono tutti in cerchio. “Scendi, accendiamo un fuoco.”