Freddie al centro della scena

Freddie al centro della scena

Nel 1984 l’azienda Milton Bradley immise sul mercato “Gira la Moda”, uno di quei giochi che ancora sancivano una netta distanza tra i due sessi. Si trattava sostanzialmente di comporre una figura femminile attraverso le combinazioni di un ingranaggio a ruote con diversi personaggi e abbigliamenti. All’epoca Fredrik Ljungberg aveva 7 anni e sarebbe rientrato perfettamente nel target di quel gioco, non fosse per il fatto che è ingiustamente nato di sesso maschile e che all’epoca cercare di differenziare sesso e genere era impresa vana in un paese in cui si stava abbastanza bene per potersi dedicare a questioni intellettuali, ma troppo bene per interessarsene veramente. 

Dieci anni dopo, la nazionale svedese stava disputando il miglior mondiale della propria storia dal lontanissimo secondo posto del 1958. Ma Ljungberg non era in America insieme a Schwarz, Thern, Brolin, Larsson, Andersson e Dahlin, perché aveva 17 anni ed era un giovane Matt Damon che si apprestava ad accasarsi all’Halmstad. Solo quattro anni dopo fu scovato come molti altri giovani calciatori da Arséne Wenger e si trasferì all’Arsenal. Il trasferimento a Londra non fu doloroso come quello che gli era toccato vivere alla tenera età di 5 anni, quando aveva dovuto seguire i genitori a Halmstad da Vittsjö, un paesino di milleseicento anime nel sud della Svezia immerso nel verde. Ad Halmstad il piccolo Freddie aveva probabilmente sentito nelle viscere, senza aver avuto alcuna possibilità di comprenderla, l’eco delle spade che nel 1612 il Re Gustavo Adolfo sfoderò contro i danesi proprio su quell’altopiano. Le truppe di Gustavo Adolfo furono costrette ad arretrare al di là di una fortificazione a fossato ghiacciata, ma durante la traversata lo strato di ghiaccio si ruppe sotto gli zoccoli del cavallo del re appena diciottenne. I danesi presero il controllo della zona, ma Gustavo fu salvato in fin di vita dal cavallerizzo Thomas Larsson, al quale è dedicato un monumento.

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Dopo il trasferimento a Londra, Fredrik dimenticò quei luoghi, preferendo vestire i panni del gladiatore contro un avversario ben più temibile dei danesi, il Manchester United. Per Freddie era un mondo nuovo, un mondo dove l’aria fresca non era dovuta alla salubrità delle componenti atmosferiche, ma alle riviste patinate e alle luci sfavillanti della Cool Britannia. E fresca era anche l’aria che respirava quando, uscito da un uno-due in mezzo a una selva di gambe e corpi oscuri che gli impedivano di alzare la testa per guardare oltre, si ritrovava improvvisamente in area di rigore, un luogo verde, aperto e soleggiato con un solo avversario, il portiere, conoscitore di un’altra arte. Un luogo dove non c’era più bisogno di pensare a proteggersi, dove la mente era libera di divagare, il corpo libero di apparire in tutta la sua bellezza.

Al giocatore in area, dopo che con l’aiuto di qualcuno è uscito dalla selva oscura, si chiede di essere maturo e fare le cose da solo. Bisogna essere adulti e inventarsi qualcosa. E Fredrik molto spesso lo faceva nella maniera opportuna. Gli piaceva stare lì, gli piaceva esserci arrivato, gli piaceva tirare. Segnava quasi sempre. Perché, soprattutto, gli piaceva stare al centro dell’attenzione. Durante queste incursioni, divenute forse un modello per la maggior parte delle mezzali europee, era preso da una sorta di reminiscenza, un bagliore di qualcosa che fu. Non era il nome del giovane Gustavo, né la musica del suo concittadino Peps Persson, che sembrava descrivere proprio quel momento. Era qualcosa che aveva a che fare con la bellezza, con le forme proporzionate, con il giusto abbinamento di colori. Gira la Moda. Freddie, l’uomo della forma, della combinazione esatta, era anche il modello di Calvin Klein. “Mi piacciono i vestiti, ma non sono gay”.

E arrivò il momento in cui il digitale si prese tutto, anche Gira la Moda. Freddie fu uno dei modelli che divenne possibile vestire sul sito Stardoll. Le voci, le solite voci, tacquero dopo il matrimonio nel 2014 al Museo di Storia Naturale con Natalie, conosciuta ai tempi del West Ham. Nel mezzo Stati Uniti, Scozia, Giappone, India e uno dei libri preferiti: Kalle Anka. Paperino.

Oggi la percezione delle cose è cambiata. Quando usciva dalla selva di gambe doveva inventarsi qualcosa, adesso invece ha smesso di tirare. Dopo un viaggio in Sudafrica per la lotta contro il cancro, ha annunciato che tornerà a Londra. Highbury non c’è più, e nemmeno la Cool Britannia. Non ci sono più Pires, Vieira, Bergkamp e Henry. Ma ci sono ancora l’Arsenal con Wenger e la sua passione ambigua per i ragazzini. Ljungberg si occuperà dei quindicenni. Il francese la chiamerebbe L’âge de la raison.