Pallonate di frontiera

Pallonate di frontiera

Partiamo da una certezza: il tentativo di esportare il calcio anche nei luoghi più remoti e ostili del globo ha a che fare con il business e le enormi potenzialità economiche che esso porta con sé. Poi poniamoci una domanda: sappiamo tantissime cose riguardo a calciatori che a causa dell’abuso di alcol hanno in qualche modo inficiato la propria carriera o sono stati allontanati dalla squadra, ma quanto sappiamo degli allenatori?

La relazione tra la certezza e la domanda è la stessa che intercorre tra gli USA e l’India. La Indian Super League è soltanto l’ultimissimo tentativo in grande stile di aprire nuovi mercati per il sistema calcio. Manlio Scopigno, detto “il filosofo”, fu licenziato con una lettera dal Cagliari nell’estate del 1967. I motivi del licenziamento non furono mai svelati e lui non volle parlarne. Poco prima però, durante una cena dal Console italiano a Chicago, dal quale il Cagliari era stato invitato, Scopigno fece la pipì su una siepe in giardino, o peggio, dicono altre versioni, in un cassetto della scrivania del console. Si dice che quella figuraccia, causata da qualche whiskey di troppo, gli costò la panchina.

Ma cosa ci faceva il Cagliari ospite a cena del Console italiano a Chicago? Giocava il campionato di calcio americano del 1967. Uno dei motivi per cui questa storia è quasi dimenticata, è che il Cagliari, nonostante fosse il Cagliari, non giocava con il nome di Cagliari, ma con quello di Chicago Mustangs.

Chicago Mustangs

(I Chicago Mustangs)

Jack Kent Cook, impresario canadese trasferitosi negli Stati Uniti, fu il principale finanziatore della United Soccer Association (USA), la lega che venne riconosciuta dalla FIFA per l’organizzazione del campionato americano del 1967. Cook era già conosciuto nel business sportivo per essere il proprietario dei Los Angeles Lakers (cui costruì la nuova “casa”) e dei Washington Redskins. Nel 1971 sarà finanziatore dell’incontro tra Muhammad Ali e Joe Frazier al Madison Square Garden di New York. Il fiuto per gli affari ce l’ha: e cosa potrebbe portare più soldi del calcio?

Negli Stati Uniti, però, il calcio non è mai stato uno sport di massa, e di conseguenza non ci sono atleti simbolo che possano fare da lancio per la campagna pubblicitaria. I campioni stanno in Europa o in Sudamerica, ed ecco che alla United Soccer Association viene in mente di prendere a noleggio intere squadre europee e sudamericane. Esatto, a noleggio, perché le franchigie restano quelle statunitensi e i nomi pure.

Il Cagliari venne importato a Chicago per via della presenza in città di una folta comunità italiana. Le altre squadre che parteciparono a quel campionato furono: Shamrock Rovers (Irlanda), Stoke City, Wolverhampton Wanderers e Sunderland (Inghilterra), Glentoran (Irlanda del Nord)*, Bangu (Brasile), Cerro (Uruguay), ADO Den Haag (Olanda), Hibernian, Dundee United e Aberdeen (Scozia). Shamrock e Glentoran, che hanno sede a Dublino e Belfast, si sono incontrate di nuovo per una gara competitiva solamente due anni dopo, nel ’69, e poi mai più fino a Marzo 2014 per la Setanta Cup.

Evidentemente non si tratta di squadre di primissimo piano, e ciò è dovuto al fatto che i costi per organizzare un campionato intero sarebbero lievitati enormemente rispetto alle classiche tournée estive delle grandi squadre cui siamo abituati oggi. Tuttavia la conformazione delle Coppe europee a quell’epoca, la minore disparità economica e la più varia diversificazione dei sistemi di gioco tra culture calcistiche differenti garantivano a tali squadre una buona visibilità anche a livello internazionale.

Il Glentoran, ad esempio, quell’anno uscì dalla Coppa Campioni senza sfigurare contro il Benfica di Eusebio, che tra il ’61 e il ’68 giocò cinque finali vincendone due (prima di essere colpita dalla famosa maledizione di Béla Guttman). Il Bangu non è certo tra le formazioni più conosciute del Brasile, ma quell’anno vinse il Campionato Carioca, cioè il campionato statale di Rio de Janeiro al quale partecipano Flamengo e Fluminense. L’Hibernian batté quell’anno Porto e Napoli in Coppa delle Fiere (poi UEFA/Europa League) prima di perdere da un Leeds United  nel pieno dell’epoca d’oro della sua storia e che poi vinse la Coppa.

Anche le squadre inglesi non erano certo formazioni del calibro di Manchester United, Liverpool o del grande Leeds, ma all’epoca qualsiasi cosa riguardasse il calcio inglese era sovraesposta mediaticamente grazie alla vittoria dell’Inghilterra nel mondiale di casa, che aveva scatenato un’enorme attenzione verso il calcio nei paesi anglofoni.

Anche il Cagliari, del resto, attraversava un periodo di gloria. Gigi Riva si era appena laureato capocannoniere per la prima volta in carriera, anche se non poté partire per gli USA a causa di un infortunio (ma l’anno successivo vinse il Campionato europeo con l’Italia). Il Cagliari era da poco salito in serie A ma aveva concluso al sesto posto e con ambizioni crescenti. Avrebbe poi vinto l’unico scudetto della sua storia nel ’70 e già nel 69 aveva lottato per lo Scudetto fino alla fine.

Negli Stati Uniti con la squadra volarono Nené, attaccante che aveva fallito con la Juventus e fu reinventato da Scopigno a centrocampo, Comunardo Niccolai (difensore con la fama neanche troppo giustificata dell’autorete, di cui si dice che Scopigno si stupì nel vederlo in mondovisione ai mondiali messicani) e Roberto Boninsegna detto Bonimba, che fu capocannoniere del campionato americano con 10 reti nonostante le difficoltà incontrate dalla sua squadra. Il torneo fu vinto dal Wolverhampton (che quell’anno militava nella seconda serie inglese) sotto la franchigia dei Los Angeles Wolves, di proprietà dello stesso Cook.

Quanto a introiti e a popolarità il campionato del 67 fu un disastro (nel video qui sopra si può notare quanto siano vuote le tribune). Dopo l’entusiasmo per la gara inaugurale, che superò le 35.000 presenze, la media si attestò sugli 8.000 spettatori per gara, e la United Soccer Association chiuse i battenti con le franchigie in netto passivo.

Le notizie più importanti sul torneo riguardano gli incidenti tra i tifosi, principalmente immigrati europei, cui gli americani guardavano con incredulità. Durante una partita dei Mustangs un tifoso italiano scese in campo e prese a calci nel sedere il guardalinee mentre le autorità osservavano stupefatte. L’uomo tornò poi a sedersi come se nulla fosse mentre altri tifosi invadevano il campo e malmenavano l’arbitro prima che riuscisse a mettersi in salvo scappando dal campo da gioco.

L’anno dopo il campionato tornò ad essere disputato da americani (con costi contenuti) e l’organizzazione passò alla NASL (North American Soccer League) dopo la fusione con la NPSL (National Professional Soccer League) che nel ’67 aveva organizzato un campionato parallelo non riconosciuto dalla FIFA. La NASL, invece che importare intere squadre, cominciò la politica dell’ingaggio di grandi stelle a fine carriera, tra cui Best, Chinaglia, Beckenbauer, Pelé e Cruyff.

Anche la NASL comunque non ebbe il grande successo pronosticato, e si sciolse nel 1984. Fu solamente quasi un decennio dopo, durante il quale il campionato riconosciuto era stato quello indoor, che gli Stati Uniti tornarono ad avere un campionato professionistico per come lo conosciamo in Europa, la Major League Soccer. Tutto questo appare molto bizzarro, soprattutto se consideriamo a che il calcio negli Stati Uniti si giocava già da inizio secolo.

Us_soccer_team_1916

(La prima nazionale Usa, 1916)

Ma allora cosa sbagliano gli americani? Verrebbe da dire che gli americani hanno i loro gusti e non ci si può fare niente, ma resta il fatto gli investitori continuano a riprovarci. Allora forse il punto è un’altro: cosa sbagliano gli investitori americani? Domanda troppo vasta per rispondere in questo articolo, ma azzardiamo un possibile punto di osservazione.

In Europa siamo abituati a lamentare l’invasività del capitale nel mondo del calcio, che si vorrebbe un luogo romantico fatto solo di narici sanguinanti e tiri a fil di palo; lo facciamo perché, nonostante i contorni mitici – e dunque diciamolo chiaramente, inventati (il business nel calcio c’è sempre stato) – percepiamo il gioco del calcio come estremamente legato alla nostra sofferenza e alla nostra gioia, all’andamento della nostra vita, al destino, ai sentimenti. Ed è per questo che arrivano i capitali: essi intuiscono che i sentimenti possono essere un business.

Negli Stati Uniti, invece, l’approccio è sempre stato quello dello spettacolo, dell’entertainment, dell’industria culturale (per dirla con Horkheimer e Adorno), della società del consumo: hanno inventato Hollywood e Broadway, vanno pazzi per le messe in scena, che sarebbe a dire: prima prepariamo lo spettacolo, poi giocate.

Ma le messe in scena prevedono un copione ben preciso mentre il calcio, con la sua inutilità dei dati statistici, le risse tra i giocatori, gli incidenti tra i tifosi e le brutte partite, rappresenta un’imprevedibilità che non ammette la replica. Ogni partita è un prodotto nuovo e non garantisce la godibilità del precedente.