Alligatori albini

Alligatori albini

Esterno sinistro dal tiro potente, il biondo Peter Hopper era una discreta promessa del calcio britannico quando, nel 1951, gli obblighi di leva lo condussero in Kenya, allora parte dell’impero di Sua Maestà. L’insurrezione dei Mau Mau sarebbe iniziata solo l’anno successivo e il biondino del Devon, punto fisso del Dawlish Town FC, dovette pensare che la destinazione scelta dal comando dell’esercito non era poi così male. C’era solo un problema: avrebbe potuto continuare a giocare a calcio o sarebbe tornato a casa arrugginito o peggio, come capitava a molti colleghi, sfinito da interminabili partite di cricket sui non impeccabili prati coloniali? Una volta sul posto, Hopper scoprì che la sua carriera non sarebbe finita, ma anzi iniziava laggiù. Le cronache del tempo sono vaghe. Inconfutabile emerge però il fatto che Hopper collezionò almeno una presenza con la nazionale keniana durante un’amichevole disputata contro l’Uganda. Nessuna delle due nazioni aveva raggiunto l’indipendenza ma questo, in ambito calcistico britannico, non è mai stato un freno alla creazione di rappresentative nazionali. Hopper deliziò i presenti (bianchi? neri?) con numeri di alta scuola, segnando una tripletta e rifornendo di assist i compagni di squadra. Al ritorno in patria divenne una delle leggende dei Bristol Rovers, con cui segnò più di 100 reti in quasi 300 presenze. Ma non vestì mai la maglia bianca dell’Inghilterra. Non per una questione di regolamento (erano gli anni di Ghiggia, Schiaffino e degli oriundi) me perché lui, in cuore suo, aveva giurato fedeltà a un’unica nazione calcistica: il Kenya. Anzi per la precisione aveva giurato fedeltà all’Africa intera, dagli immortali tramonti. Senza saperlo,Peter Hopper aveva aperto la strada a una stirpe pionieristica di calciatori: gli alligatori albini, i bianchi in squadre di neri.

Gli esemplari di questa genia sono di genere diverso. Alcuni convivono coi pari specie più scuri perché condotti lontano da una storia di violenza e migrazione. Altri perché spinti da un atavico richiamo del sangue e dal mal d’Africa oltre che dalle scarse possibilità d’ingaggio nelle nazionali europee. Altri ancora per puro spirito mercenario, attirati dalle lusinghe di paesi esotici dove svernare o purgare in pace i peccati di una vita precedente. Le loro storie personali si intrecciano con quelle di paesi e federazioni lontane. Poco importano le classificazioni (bianchi, non bianchi, meticci…), ben più cruciale è il richiamo, esotico o del sangue, che attrae il loro cuore.

I primi decenni dopo la Seconda guerra mondiale non sono un habitat propizio per la sopravvivenza degli alligatori albini, stretti tra la decolonizzazione che li associa ai dominatori e l’apartheid che resiste e impone la separazione. Sono anni difficili di ritorni in Europa, nazionalismi e repressioni, ma a tenere viva la specie ci pensa una sotto-categoria particolarmente folle e resistente: i portieri. Scorrendo le rose della Coppa d’Africa 1957, la prima mai disputata, si scorgono nel Sudan padrone di casa due estremi difensori greci: Giorgios Lengis e Skandros Mina, probabilmente mai scesi in campo. Giocò invece, e vinse la Coppa, il portiere dell’Egitto Paraskos Trimerits, per tutti “Brascos”, capace di mantenere la porta inviolata durante la finale vinta 4-0 contro l’Etiopia (poker di Al-Diba). Ma quello era il tramonto dell’Egitto cosmopolita nel quale i mercanti greci, insieme agli italiani e più ancora degli inglesi, avevano contribuito a importare il calcio. Non è in Nordafrica, dove i colori si mescolano più intensamente da secoli, bensì nell’emisfero africano meridionale che la storia coloniale permette la nascita di alligatori albini di bellezza inusitata. Una bellezza frutto dell’asperità dell’ambiente e dei tentativi di sopravvivenza. In tal senso basti pensare che in Namibia soltanto nel 1974 venne concesso a una squadra di bianchi e una di neri di affrontarsi direttamente nel corso di una storica amichevole al Sudweik Stadion di Windhoek. Durante la partita, comunque, il pubblico venne tenuto precauzionalmente separato, coi neri nel settore sud e i bianchi in quello nord.

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In Sudafrica la fine dell’apartheid in vigore nella squadra nazionale fu sancita solo nel 1992, e da allora alcuni casi eccellenti si sono impressi anche nella memoria del pubblico europeo. Il più famoso in Italia è Mark Fish, roccioso difensore dei Bafana Bafana campioni d’Africa nel ’96 e onorevoli comparse dei Mondiali ’98, in forza per breve tempo anche alla Lazio. Ma nel Sudafrica calcistico di quegli anni non era raro imbattersi in altri suoi simili come l’ex capitano Neil “Mokoko” Tovey o il portiere Hans Vonk. Ciononostante nel 2010, durante gli storici mondiali giocati in casa, l’unico calciatore di origini europee a rappresentare il Sud Africa fu Matthew Booth, significativamente ribattezzato “the White Knight” e al centro di un caso diplomatico montato da alcuni poco attenti (o malintenzionati) osservatori che scambiarono il rumoroso “boooooth” usato dai tifosi di casa per salutare le sue azioni con un più classico e offensivo “buu” motivato da presunte antipatie razziali.

Proprio nell’Africa ex-britannica, in un contesto politico altrettanto teso, emerse l’esemplare forse più superbo di alligatore albino. Guarda caso è di nuovo un portiere. Il suo nome è Bruce Grobbelaar ed è un figlio della Rodesia meridionale (divenuta poi Rodesia e basta e infine Zimbabwe), una terra dove, storicamente, a una netta divisione razziale corrisponde una quasi altrettanto rigida spartizione sportiva: all’élite bianca il cricket e il tennis, alla maggioranza nera il calcio. Un apartheid sportivo de facto con pesanti strascichi razziali e politici negli anni dopo il 2003 (passati alla storia come “Crisi del cricket”) contraltare negativo all’unità nazionale post-apartheid del Sudafrica del rugby. 

Bruce nasce in Sud Africa e si trasferisce con la famiglia in Rodesia due anni dopo. Da giovane eccelle sia nel cricket che nel baseball ma sceglie la carriera calcistica partendo dalla gavetta. Dopo un primo contratto col Durban City, durante il quale si lamenterà dello scarso utilizzo dovuto proprio al colore della sua pelle (era il primo anno che le squadre di club non avevano limitazioni legate alla pigmentazione), si arruola nell’esercito prima di trovare un contratto coi Vancouver Whitecaps della defunta NASL. Diventerà dopo poco il portiere del Liverpool, con cui vincerà sei campionati e una Coppa dei campioni. In quella del 1984, vinta ai rigori contro la Roma a Roma, le sue mosse da clown costrinsero all’errore dal dischetto i campioni del mondo Conti e Graziani. Per la cronaca, il portiere dello Zimbabwe, che ispirò le future gesta del collega di squadra e reparto Dudek nel 2005, fu il primo cittadino di uno stato africano indipendente a conquistare il massimo trofeo calcistico per club d’Europa.

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Baffutissimo e stronzissimo, Bruce (celebre un suo litigio con il compagno di squadra Steve MacManaman e l’accusa, mai davvero respinta, di aver truccato alcune partite) fu anche fedelissimo simbolo dei Reds, con cui resterà tredici anni nonostante le successive e numerose esperienze in altri club inglesi, quasi sempre per poche partite e in serie minori. La stessa fedeltà la dimostrò (a modo suo) anche alla sua nazionale, con cui debuttò diciannovenne nel ’77 e che scelse di rappresentare con costanza negli anni ’90 a costo di giocarsi il posto in squadra a Liverpool e di stringere la mano con deferenza al discutibile presidente Mugabe. In totale furono 32 le presenze, su un arco di oltre 21 anni drammatici per il suo paese, che intanto aveva cambiato nome e assetto costituzionale. Ma non portiere. 

In epoca più recente gli alligatori albini sono stati avvistati soprattutto in Angola. Nel 2006, durante il suo primo mondiale, la squadra africana affrontò all’esordio proprio il Portogallo, da cui si era emancipato neanche trent’anni prima. Durante le foto di rito degli undici titolari, i pochi spettatori di paesi terzi furono colpiti dalla presenza in squadra di tre esemplari albini: il portiere (naturalmente) Joao Ricardo, il centrocampista Paulo Figuereido e il centrale difensivo Kali. Se quest’ultimo nel paese che rappresenta è nato e cresciuto, i primi due sono invece nati in Angola da famiglie di coloni portoghesi. I loro genitori li riportarono alla madrepatria subito dopo l’indipendenza angolana ma il richiamo del continente, oltre alle scarse chance di convocazione nel Portogallo, li ha riportati in Africa, dove hanno rappresentato degnamente il loro paese di nascita per una trentina di partite a testa.

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I lusofoni sono stati chiaramente i più sensibili al richiamo dell’Africa, basti pensare a Carlos Alberto Fernandes, nascita a Kinshasa ma famiglia e carriera quasi interamente portoghesi. Quasi, appunto, perché angolana era la nonna di Carlos, il quale nel 2009 accetta senza esitazione la convocazione delle Palancas negras dell’Angola con cui disputerà due coppe d’Africa, nel 2010 (in casa) e nel 2012. E come Carlos non ha resistito nemmeno Ricardo Campos, formatosi nelle giovanili del Benfica, onesta carriera tra seconda e terza divisione, che nel 2013 ha accettato di diventare il numero 1 del Mozambico, paese in cui è cresciuto il padre. Con Os Mambas, Ricardo ha sfiorato l’accesso alla Coppa d’Africa, prima di essere fatto fuori da Capo Verde e Zambia nel girone F dell’ultimo turno delle qualificazioni. Ma intanto la sua carriera, avviata alla mediocrità, si era rilanciata.

La stessa necessità di rilanciare la propria carriera ha spinto recentemente esemplari di alligatori albini a migrare anche verso le lontane ma fertili isole caraibiche. E d’altronde, nell’anno 2005, che altra possibilità avrebbe avuto di girare il mondo, conoscere le sue genti e partecipare ai mondiali un volenteroso e biondo nativo dello Staffordshire come Christopher Birchall? Centrocampista del Port Vale, terza divisione inglese, fisico normale ma grinta da mastino e pari desiderio di mettersi in mostra, Birchall aveva due carte da giocarsi: un agente furbo e una madre nata a Port of Spain, capitale dell’arcipelago di Trinidad & Tobago. E svolta fu. L’agente sparse in giro la voce delle ascendenze del suo assistito. Il centrale della nazionale trinidadiana e del Wrexham Dennis Lawrence drizzò le orecchie e verificò direttamente la notizia durante una partita di terza divisione. La federazione non fece tardare la convocazione. 

Il giorno dell’esordio non si mancò di sottolineare che Birchall era il primo bianco in sessant’anni di storia calcistica della nazionale locale. Chris fu una delle attrazioni dei Soca Warriors capitanati da Dwight Yorke ai Mondiali 2006, dove fece la sua dignitosa figura in campo e nelle foto pre-partita, dove la sua zazzera bionda e le gambette da portuale risaltano in mezzo ai fisici statuari e d’ebano dei compagni. La carriera dell’ex Port Vale si rilanciò davvero. Dopo il mondiale arrivò la chiamata del Coventry City, seconda divisione e blasone. Le cose però non andarono benissimo, e il nostro venne girato in prestito un paio di volte. Ma intanto la sua fama di mastino giramondo si consolidava. Nel 2009 arrivò la chiamata che più glamour non si può, quella dei Los Angeles Galaxy dove per tre stagioni, prima da riserva poi da titolare, ha presidiato il centrocampo insieme a Beckham e uno dei vari Juninhi brasiliani. Quanti altri giocatori di terza divisione avrebbero potuto ambire a tanto? Birchall in cambio giurò fedeltà ai colori delle due isole, che rappresentò fino al 2013 per un totale di 43 presenze e 4 reti. Nel 2013 è tornato al Port Vale, la squadra che lo ha lanciato. Nel suo salotto, d’inverno, il camino è sempre acceso e i trofei raccolti in tutto il mondo danno all’ambiente un tono esotico ma raffinato.

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Un capitolo a parte, qualora si volesse parlare di scelte di vita che nascondono più chiaramente calcoli opportunistici, meriterebbe la Guinea Equatoriale, o meglio i suoi geniali e scriteriati dirigenti, autori da almeno una decina d’anni di una spaventosa opera di naturalizzazione di calciatori stranieri, perlopiù brasiliani e spagnoli, volta a rafforzare una nazionale invero abbastanza scarsa. Questa politica è valsa alla federazione le critiche di avversari e qualche rimbrotto da parte della stampa e della FIFA, ma le ha anche permesso di aumentare il livello tecnico e di presentarsi con ambizioni di grandezza alla Coppa d’Africa di quest’anno dove, come padrone di casa, punterà forte sul giovane Ivan Bolado, piedi fatati e un passato nelle selezioni giovanili della Spagna.

Queste sono solo alcune storie di avvistamento di alligatori albini. Altri sono esistiti, altri esisteranno. Meticcio, infido, eroico, cosmopolita, opportunista, ogni membro di questa ristretta specie si è attirato nei secoli l’ammirazione o lo scorno dei potenti ma anche delle umili genti e degli invidiosi, quasi sempre suo malgrado. La sua pelle è motivo di orgoglio, vergogna e dibattito. Dell’apartheid, come del meticciato, egli è al contempo spauracchio ed emblema. Per questo è destinato a tornare, come un cromosoma recessivo che ogni tanto riemerge, per ricordarci i nostri peccati e indicarci la via. Pelle bianca, maschere, e cuori, neri.