Squadre perdute – il fascismo

Squadre perdute – il fascismo
4 Maggio 2015 Damiano Cason

Lontano dalle televisioni con l’abbonamento in salotto, lontano dalla Viennetta Algida per l’occasione di una finale di coppa, ma in fondo vicino, molto vicino, ai vizi personali che manifestano l’attaccamento al gioco del pallone, ci sono le squadre chiuse per imperio dal potere politico. Nulla a che fare con gli attuali ultras che scimmiottano il nazismo, in questi casi basti ricordare una massima che non passa mai di moda e si può citare in qualunque scritto: “la storia si ripete sempre due volte…”. Per l’appunto, qui non si parla di scioperi del tifo o di minacce personali a giocatori o dirigenti, ma dello scioglimento forzato e totale di società di calcio da parte del potere costituito. Per cominciare da casa nostra, abbiamo conosciuto il regime fascista e la sua passione per il calcio.

L’insediamento in tutti i luoghi di potere da parte del fascismo, che ha subito capito l’importanza che poteva avere uno sport di massa, ha portato per prima cosa a un tentativo di riorganizzazione istituzionale. D’altro canto cattolici e socialisti facevano molta più fatica a inserire nel proprio sistema morale la legittimazione dello sport. Per i socialisti, nel 1910, esso debilitava e distruggeva il corpo umano, contribuendo complessivamente alla degenerazione della specie, e da quel momento in poi le discussioni furono accese quando infeconde. Per i fascisti invece lo sport aveva a che fare con la valorizzazione del corpo, con l’onore e con la vittoria. L’immagine che fornivano gli atleti italiani vincenti era un salto in avanti per il nazionalismo.

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L’organizzazione del tempo libero in generale, dunque un campo d’intervento che riguardava soprattutto la gioventù, garantiva prima di tutto una via privilegiata nella cinghia di trasmissione tra il partito e le masse. Anche l’architettura aveva il suo ruolo, con la costruzione dei grandi stadi alla stregua di monumenti imperiali. Un grande campionato nazionale, e non più solo per macro-regioni geografiche, avrebbe dato il senso di nazione che ostinatamente cercavano i fascisti, soprattutto nella prima fase. Ecco allora che, per garantire il funzionamento di una macchina burocratica accentrata ma soprattutto per avere il dovuto impatto sulla popolazione, occorreva far sì che le grandi città fossero rappresentate da una sola società che giocava in nome del proprio territorio. Via dunque alle fusioni tra le società minori che popolavano le città più grandi.

L’esempio più eclatante fu quello dell’Inter. Il nome originale di Internazionale, tanto per cominciare, non andava a genio, perché era un termine riconducibile in tanti modi al socialismo e al comunismo: non solo era il titolo dello storico inno, ma anche il nome dell’associazione mondiale dei lavoratori e in ogni caso una parola che si scontrava con gli echi nazionalisti del fascismo. Altra caratteristica che non stava bene era quella di assumere giocatori stranieri. Ecco perché, dopo la fusione con l’Unione Sportiva il nome fu cambiato in Ambrosiana che, come da tradizione fascista, esaltava le caratteristiche locali (Sant’Ambrogio è il patrono di Milano), anche se i conflitti territoriali che si amplificavano costituivano spesso fonte di contraddizione con il nazionalismo. Sulla maglia dell’Ambrosiana, comunque, campeggiava il fascio littorio.

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Il provvedimento del segretario federale è stato ispirato dal vasto programma sportivo dettato dalle superiori gerarchie del partito e vuole realizzare quella unificazione di attività che è nei postulati del Regime per il miglior rendimento delle forze sportive.

Così, con un comunicato, il fascismo sanciva l’unione dell’Ideale e del Liberty Bari per dare vita all’attuale Bari. Nel giro di un anno tra il Febbraio del ’27 e quello del ’28, il Liberty fu costretto prima al cambio di nome in Bari FC, poi alla fusione. Il cambio di nome fu desiderio di Araldo di Crollalanza, fascista barese della prima ora, poi ministro del governo, aderente alla Repubblica Sociale Italiana e infine deputato per l’MSI. Al tempo del cambio di nome era podestà di Bari e membro influente del Partito Fascista. Vista la rivalità che si era creata tra Liberty e Ideale, non vi è da stupirsi delle proteste dei dirigenti di quest’ultima per la fusione ordinata dal potere fascista meno di un anno dopo. Le due squadre derivavano infondo già dalla stessa Bari FC dopo due scissioni ma col passare degli anni si erano create immagini diverse, il Liberty come squadra borghese, l’Ideale come squadra proletaria. Il nuovo Bari, pochi anni dopo, fu nelle mani di quell’Arpad Weisz costretto a lasciare l’Italia per le leggi razziali.

A Roma, la politica delle fusioni venne realizzata tra Alba Audace, Fortitudo e Roman, mentre mantenne la propria indipendenza la Lazio. A portare avanti la transizione Ulisse Igliori, contributore della Marcia su Roma, forse con un ruolo nell’omicidio Matteotti. A Genova, le fusioni che portarono alla nascita nel dopoguerra dell’attuale Sampdoria avvennero prima durante e dopo il fascismo anche per ragioni economiche, sempre con Sampierdarenese e Andrea Doria come protagoniste. Nel ’27, per volere del fascismo, presero il nome di “la Dominante”, con maglia nera e fascio littorio. L’esperienza fu disastrosa e solo tre anni dopo con un’altra fusione fu creata l’FBC Liguria, anch’essa destinata a fallire in campo sportivo e restituire i ruoli originari alle due squadre fondatrici, fino alla definitiva fondazione del 1946. Anche la Fiorentina fu il risultato di una fusione.

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Attraverso questa politica delle fusioni “forzate”, il regime fascista non ebbe dunque mai bisogno di sciogliere società in virtù della loro linea politica o della provenienza dei membri. Le società sciolte furono solamente quelle fuse con altre per la creazione di squadre più grandi. Al momento dell’emanazione delle leggi razziali, oltretutto, i club fondati o gestiti dall’imprenditoria ebraica erano già semplicemente passati di mano, mentre non esistevano club ebraici in tutto e per tutto. I giocatori e gli allenatori ebrei, come tutti gli altri, furono costretti ad andarsene. I socialisti e i comunisti, da par loro, erano invece già stati eliminati politicamente quando ancora discutevano se il calcio fosse un nuovo oppio dei popoli o una poderosa macchina di mobilitazione della classe operaia.