Un re senza corona

Un re senza corona
29 Ottobre 2014 scat

La figura più discussa nel gioco del calcio è sicuramente l’arbitro. La discussione non riguarda solamente il suo comportamento in campo, ma anche la sua legittimazione, cioè: come nasce e perché il ruolo dell’arbitro? Se è effettivamente una figura tanto odiata – gli inglesi dicono soprattutto in Italia, ma basterebbe dare un’occhiata agli sfottò verso gli arbitri sulle pagine ufficiali dei club inglesi per smentirli – come è possibile che mantenga costantemente la propria autorità? Il modo più semplice per intendere la nascita della figura dell’arbitro è quello di paragonarlo alla nascita dello stato moderno. Per prendere a modello Thomas Hobbes, il grande filosofo politico seicentesco (inglese pure lui), gli uomini si rendono conto che non possono continuare a vivere nell’indeterminatezza che provoca paure inesauribili di fronte alla continua possibilità di morire per mano del proprio vicino, quindi stringono un patto che consegna a una persona terza, il sovrano, la possibilità di utilizzare tutta la violenza che vi è nel mondo. Non si tratta qui di una persona reale, ma fittizia, cioè lo stato: esso rappresenta le istanze conflittuali presenti nella società, le catalizza su di sé e detiene il monopolio della violenza contro i nemici esterni o i criminali al proprio interno. Allo stesso modo in una partita di calcio è naturale che vi siano contrasti fisici molto duri che portano a incomprensioni, litigi e spesso addirittura risse. Proseguendo il parallelismo i giocatori convengono che sia meglio lasciar prendere le decisioni a qualcuno che non stia partecipando dell’agonismo in campo e veda le situazioni di pericolo con un occhio esterno e non parziale. In questo modo se uno dei contendenti si mobiliterà contro la decisione dell’autorità, pagherà con una sanzione.

Arbitro

Fin qui sembra funzionare tutto. Ma a questo punto è doveroso notare che come nella storia umana esistono o sono esistite società che esorcizzano la violenza in altro modo (i sacrifici, il capro espiatorio ecc…) oppure si autogestiscono senza delegare la forza a un sovrano, così anche il calcio rimane tale in assenza della figura dell’arbitro. Il gioco del calcio è infatti quello in cui due squadre avversarie (di numero variabile ma i più canonici sono a 11, a 7 o a 5) si sfidano per far rotolare la palla in porta con l’uso di qualsiasi parte del corpo escluse le mani e tutte le altre regole che conosciamo. Tali regole fanno parte di una codifica consensuale delle abitudini e sono accettate all’unanimità senza bisogno di essere discusse all’ingresso nel campo da gioco. C’è un caso molto popolare che può mostrare questa conflittualità interna al calcio tra il gioco e la sua autorità, quello del gol-non-gol. La palla ha superato la linea o no? Nello sport professionistico è a discrezione dell’arbitro: la celebre fase “rigore è quando arbitro fischia” pronunciata da Vujadin Boskov parla proprio di questo. Ma siamo sicuri che sia così? Giocare a calcio non significa forse accettare che “gol” significhi l’ingresso in porta della palla? Ecco l’eterno conflitto, dal quale l’arbitro non può mai liberarsi poiché il suo compito non è vincere i contestatori in ultima istanza con l’imperio della forza, ma compilare un taccuino i cui dati saranno da mostrare a spettatori e investitori.

L’arbitro, a questo punto, non è affatto depositario della legittimazione necessaria a sedare la violenza: non ne ha i mezzi (non ha la polizia, per seguire il parallelo con lo stato moderno), né è suo interesse farlo. All’arbitro spetta solamente la sua sanzione. Ciò significa che il suo ruolo principale è quello di garantire uniformità alle sanzioni, nonché, parimenti importante, alle decisioni sui casi d’eccezione: quando non è evidente se una palla sia uscita o no, quando è necessario recuperare dei minuti, quando bisogna certificare il numero delle sostituzioni. La necessità di questa uniformità è quella che trasforma il gioco in sport e il calcio in business, essa è garanzia della credibilità della competizione per chi vi partecipa e per chi la segue da spettatore. L’uniformità delle regole del calcio non è infatti in discussione, le regole del gioco sono scritte da molto tempo e per le modifiche, che riguardano generalmente casi secondari, esiste un board apposito. L’arbitro, dunque, oltre a non essere poliziotto, non è né legislatore né giudice; somiglia forse più a un ufficiale giudiziario: arriva, certifica, se ne va. Il sistema calcistico è dunque più simile alle regole necessarie al libero mercato che all’autorità statale. Del resto l’autorità statale stessa, con un punto di vista diverso, fa parte di questo sistema di regole necessarie al libero mercato.

Ken Aston

Secondo John Foot l’arbitro gode in Italia della stessa bassa considerazione di cui gode lo Stato, poiché (citando Habermas) esso necessita di una diffusa “fiducia di massa” che invece non vi sarebbe. Senza questa fiducia mancherebbe la legittimazione all’autorità. Si riferisce al caso specifico italiano e non mette dunque in discussione la legittimità dell’arbitro in generale. Ma da dove prende dunque la figura dell’arbitro questa legittimazione e dove la direziona? Non dalla delega della forza, non verso il suo utilizzo. Il fatto che spesso venga usata la dicitura “direttore di gara” e che si sia discusso a lungo se l’arbitro debba essere considerato o no “pubblico ufficiale” (e il punto è la discussione, la sua risoluzione ci importa poco perché deve tenere conto di altri aspetti), conferma che la sua legittimazione non viene dalla necessità di delegare la forza a un terzo per la decisione. L’arbitro è anzi, da subito, figura professionale, officiante, impiegato addetto alla registrazione dei dati necessari a rendere funzionale e ordinata l’azienda calcio. Un calcio (ufficiale) romantico, come vorrebbero echeggiare certi cori contro il calcio moderno, non è mai esistito. Ma non per questo dobbiamo pensare di interrompere la ricerca di ciò che per noi ha valore, come ad esempio la continua e ineliminabile contestazione dell’arbitro nel mondo del calcio: essa è la rivolta del gioco contro lo sport e del calcio contro il suo business.