Fantasmi all’Atahotel Executive

Fantasmi all’Atahotel Executive
18 Maggio 2015 Maurizio Buquicchio

Dissipati i fumi del presente, dei cantieri e delle proteste, ci si può ritrovare a camminare per le strade di Milano senza nulla da fare o da vedere, come anziani senza più niente di cui lamentarsi, in odore di Alzheimer. È estate. Il campionato è quasi finito. Questa volta non c’è mondiale, europeo o persino olimpiade che possa accellerare lo scorrere di un tempo stagnante, nessun evento al quale ci si possa aggrappare per sfuggire all’ignavia delle amichevoli di prestigio e di un calciomercato senza onomatopea. Top! Crac! Suonano come i rumori secchi di un gigantesco e traballante scheletro senza vita quale è ormai quello della serie A. L’architettura, da queste parti, sembra invece suggerire l’immagine di un corpo sano, atletico. Simbolo di una società proiettata verso il futuro, pulita, senza paura di declassamento o retrocessione. Tutto nuovo, tutto moderno, tutto in vetro e acciaio. Tutto in HD. In HD non si sente alcun odore.
Eppure, superata la nuova stazione, i nuovi scintillanti palazzoni cinesi, le nuove scritte “vaffanculo” e “Gesù è grande” sui muri, i nuovi bancomat scassati e le nuovissime macchine in doppia fila, può capitare di distendere i muscoli del retto, spalancare le narici, e lasciarsi pervadere da uno strano e seducente odore di morte.

L’odore proviene da un palazzo bizzarro, il risultato di una alchemica amalgama di marmo, cemento, piante in plastica e paillettes. L’insegna anacronistica su sfondo blu è punteggiata da bandieroni tricolore gonfiati in modo svogliato e solenne dalle folate di smog.
A pochi metri dall’orrore dell’Italia che lavora, si erge ancora e per sempre l’avamposto del cazzeggio: il maestoso e spettrale Atahotel Executive.
Tempio della grigia ricorrenza semestrale del calciomercato, della messa nera e finale del pallone italiano. Luogo d’affari, “È come ‘na seconda casa” per procuratori e DS fortunati.
Tomba delle illusioni di squadre neopromosse, di presidenti col portafogli pieno.
Finto cuoio sottilissimo gonfio di cambiali, di “pagherò”, di buoni pasto per tramezzi troppo ricchi di maionese, ingoiati con disperazione nelle brevissime pause. 

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Scocca la mezzanotte.
Ogni anno, finite le trattative, l’orologio si blocca. Come in una moviola inceppata, il tempo scorre rallentato, si ferma, va avanti e poi indietro. La palla rimbalza fra la linea e la traversa all’infinito, in un irrisolubile gol fantasma.
I corridoi si svuotano. Chi ha un buon olfatto può entrare e inalare profondamente la compresenza di passato, presente e futuro.
Chi ha un buon udito, può ancora sentire l’eco di Andreotti al telefono che persuade la cattolicissima madre di Falcao a farlo andare alla Roma: “qui c’è il Papa”. E ancora il Viperetta, che parla ad Eto’o al cellulare: “ma perchè, a Genova nun ce stanno le mignotte?”

La canzone dei menestrelli del web e della televisione, risuona fioca dalla sala stampa. Le notizie bomba solo un frenato e distante crepitìo.
Nei bidoni della spazzatura, sotto le ceneri ancora tiepide, si riconosce il marchio della lega calcio. Procure, cartellini, opzioni, hanno tenuto caldi gli sparuti superstiti delle ultime sessioni.
Nella sala grande, con la moquette scorticata e i mozziconi di Merit, si aggira ancora un fantasma.
Da vivo riscuoteva l’ammiccante rispetto delle soubrette pettorute in trasmissione. Ora che è morto, nessuno ricorda il suo nome.
Era uno di quei nomi che il pubblico associava a una faccia stramba, con occhiali troppo spessi, capelli troppo oleosi per apparire in televisione.
Vittima di un arcano sortilegio, il giornalista sportivo vaga senza riposo nell’aldilà dell’Atahotel. Condannato a sbraitare a un pubblico assente, ad intervistare il nulla, a rimanere obliterato in eterno nell’horror vacui di un’inquadratura sbagliata.
Come le sue esclusive, anche il corpo è ormai diventato vaporoso e immateriale. Trascina le membra stanche, avvolte da lunghissimi cavi. Solo le sproporzionate cuffie e microfoni a gelato lo trattengono al suolo, tintinnando goffamente al suo seguito.

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Il primo dei dannati è un fantasma corpulento, con occhietti gioviali e maliziosi. In vita era noto come Varriale.
Agita il testone e ride istericamente, mentre borbotta ancora le battutine provocatorie in napoletano che tanto avevano irritato i suoi intervistati. Con i cavi ancorati alle spalle, trascina due succubi, il cui mormorio si sente a malapena. Uno tarchiato e riccioluto, con lo sguardo abulico, è D’amico. L’altro, smilzo e mefistofelico è il tenebroso Failla.
Attorno al bar, un altro fantasma piroetta vorticosamente ingoiando tazzine di espresso. Il liquido marrone lo attraversa imbrattando la carta da parati. È uno spiritello con vestiti variopinti, capelli arruffati e una lunga barba di nome Bargiggia. Il suono della sua dannazione è quello delle percentuali dei trasferimenti, ripetute in modo febbrile e spezzettato nella eterna pausa pubblicitaria dell’oltretomba. Al piano successivo, nel ristorante, dominano la scena i due gruppi più funesti. I satellitari si scontrano fra loro e svolazzano in traiettorie irregolari, sbattendo al soffitto e proiettando con fuochi fatui grafiche e tabelle. Sotto di loro volteggiano a filo d’erba in un macabro girotondo i digitali terrestri. Con le larghe fauci ingoiano le frattaglie di notizie marcescenti, per poi espellerle dalle lunghe code a favore dello spirito successivo. Due di loro, Criscitiello e Pedullà, guidano il cerchio suonando dei tamburi e alternandosi in un lamentoso canto di nomi di squadre di Lega Pro e fantasisti ecuadoriani.

Più in fondo, si stagliano funebri i “box”, mausolei scudettati decorati dalle foto in bianco e nero di acquisti sbagliati e promesse mancate. Un confuso collage di volti proiettati da un passato lontano e doloroso, compone un grottesco cerbero dalle mille teste a guardia dei propri padroni.

La testa a spillo di Macheda, i baffi da porcone di Vampeta e Ian Rush, la barba di Onyewu, i capelli sudici di Bartelt, gli occhi crudeli di Ahn. I riccioli ossigenati di Ba e Abel Xavier, la mascella squadrata di Bogarde, il cranio brillante di Bothroyd e le guance butterate di Ziege.
Dalla sala conferenze arrivano le note di un vecchio ballo di gruppo. I direttori sportivi, con le facce cadenti e decomposte, ballano alzando le braccia in una lenta e melliflua ola collettiva. Sul palco l’orchestra suona. I presidenti di serie A ci sono tutti o quasi tutti. Ognuno s’è pagato la sua quota. Moratti e Thohir, Berlusconi e Mister Pink, Sensi e Pallotta, tutti gli Agnelli e i Cobolli Gigli di sempre, brindano con calici vuoti. Sorridono e si danno un bacio sulla bocca e uno sull’ano, mentre scambiano gagliardetti. La musica continua. L’occhio di falco si allontana, attraversa il soffitto ed esce fuori dall’Atahotel. Da fuori il palazzo sembra buio, vuoto. L’estate è finita, l’arbitro fischia l’inizio delle partite. Lo stadio è completamente deserto.