Carneadi e cariatidi: difensori

Carneadi e cariatidi: difensori
21 Gennaio 2015 Michele Manzolini

IL CATALOGO DEGLI UOMINI SENZA MERCATO

Indice del catalogo

Diego Assis ora si gode la pausa del campionato finlandese. Brasiliano, un metro e sessantacinque, tecnica da vendere, fraseggio nobile, palla spesso a terra, anche perché appena si alza un po’ diventa per lui irraggiungibile. Assistman e uomo ovunque del centrocampo con compiti di manovra, in cabina di regia o come trequartista. Gioca nell’Idrottsföreningen Kamraterna Mariehamn, o semplicemente IFK Mariehamn, terza nello scorso campionato. Nonostante lo scarso blasone del torneo in cui si esibisce molto probabilmente sarebbe stato in grado di  fare la differenza in un nostrano Chievo-Torino.

Perché nessuno compra il cartellino di Diego Assis? Costa troppo? No, quasi la metà di Vives e un terzo di Basha e sembrerebbe un calciatore ben più abile di loro, per lo meno nei fondamentali. E allora forse la ragione è nel consueto mantra tipico degli esperti del nostro calcio parlato: “bisognerebbe vedere l’impatto con il calcio italiano, con le difese italiane”. Può darsi. Ma il Toro, per continuare con l’esempio della trasferta a Verona, aveva una difesa con Glik, Maksimovic e Gaston Silva, quest’ultimo appena ventenne. Diego Assis avrebbe assaggiato forse il gioco, peraltro assai poco “italiano”, di Ventura, ma certo non si può dire che si sarebbe trovato di fronte una difesa italiana. Senza contare che il difensore italiano che attualmente ha il valore di mercato più alto è Leonardo Bonucci e davanti a lui ce ne sono almeno altri venti, dei quali solo in tre hanno giocato in Italia: Nastasic, Thiago Silva e Marquinhos. Ed il degrado è analogo in tutti i reparti.

Eppure il bello di vivere in un paese in cui il calcio, da sport blasonato e divertente, pieno di stelle mondiali ed icone affascinanti, è divenuto uno spettacolo noioso e provinciale stracolmo di mediocri e patetici guappi di quartiere, è che chiunque finalmente può venire da noi ed insegnarci, in serenità, a giocare a pallone. E questo è molto interessante.

Brasiliani, argentini, ghanesi e uruguaiani lo fanno con umiltà e continuità da molti anni ormai, con alterne fortune. Agli inglesi non lo abbiamo quasi mai permesso, invidiosi come siamo. I tedeschi li abbiamo ospitati con il contagocce, ma solo quelli davvero bravi. Abbiamo chiuso più di un occhio sui francesi, a cui possiamo mostrare i nostri panni sporchi, contando sulla loro complicità, fiducia il più delle volte mal riposta. Mentre per rumeni, albanesi ed olandesi abbiamo avuto periodi di sbandamento e di infatuazione, presto ridimensionati. Ultimamente abbiamo deciso che il calcio che ci piace, oltre che dalla spazzatura della Premier League, viene dalla Croazia, dalla Svizzera, dalla Repubblica Ceca, da qualche paese scandinavo, da Grecia e Portogallo che ci somigliano sempre di più e da rari esempi di esuli scontenti della Liga spagnola, che reputiamo nomi prestigiosi solo perché in carriera si sono allenati insieme a qualche compagno di squadra che, forse, a sua volta, per qualche giorno o qualche ora, si è allenato con Guardiola. O sostiene di averlo fatto. Amici di amici di amici di persone che hanno amicizie importanti.

Curiosi Carneadi, accantonate Cariatidi, a caccia di contratti, di manciate di minuti in campo, di allenamenti, di spogliatoi, di pullman per le trasferte e di cene di squadra. Sanno di avere rinunciato per sempre ai grandi riflettori, ma conoscono pienamente il significato dell’espressione “giocatore normale” e sanno che qualche cosa in campo sono pur capaci di farla. Per questo vogliono l’Italia, che è sì terra di facile conquista, stressata dall’incompetenza diffusa a tutti i livelli, ma anche ricca di storia gloriosa, di tracce archeologiche di un’egemonia culturale, tecnica e tattica, il cui semplice ricordo basta a valorizzare, da solo, la propria esperienza di calciatore nell’odierna Seria A: giocare nel Milan o nell’Inter è, ancora, ma forse non per molto, meglio che farlo nell’Olympiakos, nel PSV Eindhoven o nello Sporting Lisbona.

Ecco di seguito un catalogo di questi strani individui, né brocchi né campioni, né scommesse né delusioni. Gente seria e regolare, che di lavoro fa gol, passa la palla, corre sul fondo e crossa, salta di testa, anticipa e ferma gli avversari, alla peggio regala un calcio d’angolo, per evitare guai peggiori. Gente che ha delle qualità ma non è mai insostituibile.

Carneadi e Cariatidi che forse in Serie A effettivamente non arriveranno mai, ma se lo facessero di certo regalerebbero ad un Chievo-Torino un calcio migliore.

seconda

 

Parte prima: centrali difensivi

Le bellissime montagne intorno a Thun, la quieta cittadina che prende il nome dall’omonimo lago, nel cantone di Berna, custodiscono la routine di Fulvio Sulmoni. Il Carneade ideale.

Sulmoni è un vero amante della natura, si scalda in montagna, diventa gelido in città. Sembra un uomo insicuro ed insoddisfatto, ma magari non lo è. Forse è solo metodico nel piazzamento in campo, chirurgico nella conduzione della difesa e nelle chiusure, generoso nel dispendio di energie nel cosiddetto “arco” dei novanta minuti. Sa che esistono difensori centrali che amano inserirsi e si omologa volentieri, cercando fortuna anche lui nelle aree di rigore avversarie. Segue con pedanteria le istruzioni che gli vengono date. Da quando ha cominciato a girare la Svizzera come professionista del pallone, la sua vita trae un grande stimolo nello stirare, lavare, stendere i panni, esattamente come farebbe sua mamma. Da quando è diventato un calciatore, Fulvio Sulmoni è diventato sua madre.

Fulvio Sulmoni si annoia molto a guardare il calcio, preferisce giocarlo, sostituendo, non a caso, a questo verbo quello più preciso e più a lui congeniale: “praticarlo”. Ha una ragazza con cui è andato a New York in vacanza, ma la metropoli lo stressa tremendamente. Lui vorrebbe sposarsi, vorrebbe far fruttare la sua laurea in economia. Non vorrebbe fare l’allenatore, in tv non si piace, pensa di non avere poi troppe qualità. È terrorizzato dal futuro post-calcio. Sogna una grande squadra ticinese che assorba tutte le piccole realtà e si imponga in quello che lui ama immaginare come “il calcio che conta”. Non lo sogna per davvero, ma gli piacerebbe molto sognarlo. 

Senza tutti questi assurdi condizionamenti, il ticinese sarebbe un ottimo centrale difensivo. Ventinove anni, cinquecentomila euro di cartellino: consigliato al Parma del dopo Paletta-Lucarelli, ma anche al debilitato Cesena di Di Carlo. E in generale a tutte le squadre che lottano per non retrocedere e che hanno bisogno di un gelido bravo ragazzo che sappia fare bene il suo lavoro.

Ed ecco altri grossi Carneadi centrali, consigliati in particolare alle squadre già citate in precedenza a cui aggiungiamo Hellas Verona, che deve convincersi che Rafa Márquez è una breve parentesi di lusso, e Lazio, che va a caccia di olandesi quando potrebbe cercare altrove tutta la fisicità e la normalità di cui Pioli sente di aver bisogno.

Daniele Russo, svizzero ventinovenne del San Gallo, ha le movenze furbe, agili e scafate di un Biava ma la mole di un Piquè. La sua interpretazione del ruolo di difensore è tale per cui è di rado possibile mettere un aggettivo di fianco ad un suo gesto atletico. Efficace, spensierato e umile, ha conquistato la fiducia prima del tecnico del San Gallo, che all’inizio del campionato lo mandava in tribuna e ora non sa fare a meno di lui al centro della difesa, poi della dirigenza che gli ha fatto firmare un contratto fino al 2017. Le sue quotazioni sembrano finalmente in ascesa. Ma sfortunatamente per lui ha quasi 30 anni e la sua vita a 700 metri sul livello del mare non pare conoscere tentazioni. 

Tomàs Rada, 31 anni, ceco di Praga ed ex colonna del Viktoria Plzen, a ventisette anni sembra sufficientemente maturo per un’esperienza da protagonista all’estero. Si fa avanti una turca, il Sivasspor. Nel giro di un anno e mezzo il suo valore di mercato crolla, si moltiplicano le brevi e deludenti esperienze fino a quella attuale nel FC Slovácko, in cui interpreta il ruolo di cattivo della difesa: capelli lunghi, faccia da provocatore, interventi scomposti e decisi, un’indole da salvatore della patria che fa ben sperare per la sua vecchiaia. Ha un debole per il colore giallo dei cartellini che gli arbitri, chissà poi perché, nascondono con malizia nel taschino. Largo e pesante, non ha la fisionomia del fulmine ma saprebbe tenere a terra un Luca Toni e sotto terra un Eder. Il suo avversario più ostico è il Thereau, quella strana creatura offensiva che unisce la corsa ed il fisico al colpo a sorpresa. Ecco, l’imprevedibilità è capace di distruggere l’umore di Rada. Costa duecentocinquantamila euro, quanto una casa di 7 vani e più di 100 metri quadri, doppi bagni, doppi servizi, due camere da letto, cucina abitabile, balcone, ripostiglio e cantina. Ottima esposizione.

quarta

Leonardo Sigali e Mario Holek potrebbero costituire un reparto di centrali di tutto rispetto. Non tremerebbero le ginocchia a Inzaghi se anziché Zapata e Bonera ci fossero loro. In un ipotetico turnover di Fiorentina, Sampdoria, Genoa, Udinese e Lazio tornerebbero utili. Preziosi addirittura per le squadre che non vogliono retrocedere. Sigali e Holek, 27 e 28 anni, non sono vecchi né giovani, hanno ottenuto nella loro vita professionale un buon ritorno economico e una serie di minime trame di calciomercato che hanno portato qualche anno fa, per Holek, un assegno di due milioni di euro e un biglietto aereo per l’Ucraina, nel blasonato Dnepr, prima di tornare mestamente in Repubblica Ceca a ravvivarsi la carriera nello Sparta Praga. Per Sigali, invece, un insistito interessamento da parte del Villarreal, che pur consentendogli di giocare nella sua Argentina ne ha aspettato la maturazione fino ai 27 anni, quando ha capito che questa non sarebbe mai avvenuta. Ed ecco farsi avanti la Dinamo Zagabria, fucina di talenti che sembrano fatti apposta per sbocciare incerti in Italia e diventare campioni in Inghilterra e in Germania.

Sigali e Holek non costano neppure poco, un milione l’uno, uno e mezzo l’altro. Il primo è una via di mezzo tra Cordoba e Paolo Cannavaro: discretamente tonico, reattivo, rabbioso, tenace. L’altro è un monaco, un sacrificato sull’altare dell’invisibilità, un uomo che fonda il suo lavoro sull’osservazione dell’attaccante e sulla consapevolezza delle traiettorie. Uno è furia, l’altro è silenzio. I due non si conoscono neppure, sono Carneadi essi stessi l’uno per l’altro. Uno sta per vincere il campionato croato, l’altro quello ceco. Ma non sono leader. Piuttosto titolari, questo sì, onesti saltatori, marcatori, difensori in generale. Se chiedessero uno stipendio più alto le loro società li sbolognerebbero ad altre squadre nel giro di un pomeriggio, trovando degni sostituti. Troppo spesso capita che Sigali salti in ritardo rispetto alla punta che sta seguendo, o che Holek camuffi con interventi disperati e scivolate spettacolari precedenti errori di posizione, di reattività, di marcatura. D’altra parte è normale: normali, infatti, sono anche le loro qualità.

Ma non chiedono nulla di più dalla vita e si preparano alla seconda parte della loro carriera, idealmente ancora lunga, con la sensazione di aver perso qualche occasione per strada e la consapevolezza, tutta tipica dei Carneadi, di continuare in ogni caso ed in ogni condizione a fare il proprio dovere. Senza nemmeno chiedersi cosa accadrà in futuro, quando una scivolata pulita sul pallone non sarà più sufficiente per ottenere la stima di pubblico, tecnico, dirigenti. 

E il proprio nome sul giornale finirà solo sui tabellini delle partite.

quinta

João Daniel Mendes Real, detto semplicemente João Real, è un trentunenne portoghese che viene da Covilha, il paese della lana e della neve, un centro di poco più di trentamila abitanti, piccolo ma pieno di convinti scalatori, campeggiatori, arrampicatori, camminatori, ingegneri aeronautici, costruttori di jet, esperti di telecomunicazioni ed operai di fabbriche tessili. João Real, invece, si è limitato a farsi crescere i capelli ed incarnare il Fernando Meira o il Fabio Galante delle serie inferiori portoghesi. Esordisce a Covilha con l’associazione sportiva Estaçao, che vuol dire stazione, poi passa alla prima squadra di Covilha. Matura nel Naval 1 de Maio, nella costiera Figueira da Foz, senza quindi abbandonare il centro del Portogallo. Infine, a 28 anni, raggiunge finalmente la Primeira Liga con l’Acadèmica, la storica squadra di Coimbra. Un’ascesa costante, caratterizzata però da una irrimediabile lentezza, tipica portoghese. Una lentezza che João Real non rinnega nemmeno in campo: allunga le braccia intorno all’attaccante, nel timore che gli sfugga, ma è onorevole e dignitoso quando si fa saltare. In difesa svetta, perché è alto e coraggioso, ma senza palla appare timido e meditabondo. Si lancia nelle mischie, in attacco e in difesa, perché lo fanno sentire vivo.

Nel suo cuore di professionista senza picchi c’è una sola espulsione, alla prima giornata del suo secondo anno in Acadèmica. Gli avevano fatto capire che avrebbero puntato su di lui quell’anno, dopo una stagione vissuta da rincalzo. Dopo sette minuti dal fischio d’inizio una di quelle ali offensive un po’ esagitate, dal rendimento incostante e dal buffo nome, Nildo Petrolina, galoppa in diagonale dentro l’area di rigore a cui il responsabilizzato João Real dovrebbe fare da guardia. In ritardo, affaticato prima ancora di cominciare, con la foga di chi per non far cadere il cucchiaio di legno rovescia a terra tutta la pentola, João si lascia scivolare come  facevano i suoi amici di Covilha con lo slittino  su quelle montagne che lui invece ha sempre odiato. Stende Nildo Petrolina e l’arbitro gli sventola un cartellino rosso, l’unico della sua vita da professionista. 

L’unica volta che si è sentito solo e sontuoso. Per il resto la cura dei capelli, lo sguardo serio e che non lascia alcun dubbio sul silenzio assoluto che regna nella sua casa, sono la prova inconfutabile che João Real, se non fosse stato João Real ma qualcuno con le stesse caratteristiche tecniche e tattiche, sarebbe stato qualcun altro. Forse più pronto, da giovane, a lasciare la pace di Covilha, le zuppe al porto di Figueira Da Foz e le patetiche calze nere delle studentesse di Coimbra per provare a lanciarsi in un eroico ripiegamento difensivo su qualcosa di diverso di un pur dignitoso, onorevolissimo Nildo Petrolina.

Il catalogo di Carneadi e cariatidi continua coi centrocampistigli attaccanti.