Un sogno in technicolor

Un sogno in technicolor

Articolo originale di Jacob per Howler

La memoria è selettiva. La seconda guerra mondiale, per esempio, è un incubo che ricordiamo tutti in bianco e nero. Per gli inglesi la vita è rimasta monocroma ben oltre la fine della guerra, come se il colore in sé fosse una stravaganza. Quando i Beatles accesero la miccia dei frenetici anni sessanta con il loro film A Hard Day’s Night, lo fecero in sfumature di grigio. E quando la finale della Coppa del mondo tra Inghilterra e Germania fu trasmessa a quaranta milioni di spettatori il 30 luglio del 1966, le immagini che baluginavano in diretta sui teleschermi avevano gli stessi colori: maglie bianche e grigie che si disputavano una palla grigia.

Ancora oggi, nella nostra coscienza collettiva, le immagini dei capelli a caschetto dei Beatles  restano caparbiamente in bianco e nero. Ma la Coppa del mondo del 1966 no, è impressa nella nostra memoria con i colori splendenti del technicolor. Il motivo è semplice. Fatta eccezione per le poche parole pronunciate dal telecronista della Bbc Kenneth Wolstenholme e per una singola immagine del capitano inglese Bobby Moore sulle spalle dei suoi compagni con la coppa in mano, i nostri ricordi di quel torneo derivano da Goal!, il film ufficiale dei mondiali prodotto dalla Fifa.

Per gli inglesi il mondiale del 1966 è il più grande trionfo della loro storia calcistica. Lo stadio di Wembley è l’eden di un’epoca primigenia in cui la pubblicità non aveva ancora sequestrato la coppa trasformando i calciatori in cartelloni ambulanti. Sembravano anni più onesti, più innocenti. Ma la nostalgia corrompe la memoria. I ritmi delle partite possono sembrare sonnolenti, ma la brutalità dei contrasti è agghiacciante. In una delle sequenze più famose del film, Pelè viene falciato da una difesa portoghese con intenzioni dolose, una, due volte, in un impietoso rallentatore. Una specie di Zapruder del calcio. Il più grande calciatore del mondo avanza claudicante nel disperato tentativo di contribuire a una causa persa. Quattro anni dopo ci sarebbe stata l’introduzione dei cambi, ma non qui, non nell’Eden del 1966. Al mondiale inglese l’idea di simulare un infortunio sembra non sfiorare nemmeno l’immaginazione dei calciatori. Sarebbe un gesto disonorevole, soprattutto in un paese che ricorda ancora i campi disseminati di morti e feriti. Non è ancora l’ora del beautiful game.

Nel 1966 il calcio era davanti a un bivio ideologico, ma non era che il riflesso dell’epoca. I comunisti si nascondevano dietro ogni angolo, e al mondiale i loro agenti erano in piena vista: l’Unione sovietica, l’Ungheria, la Bulgaria e naturalmente la Corea del nord. “L’Enigma. Misteriosi. Sconosciuti. Per quanto ne sappiamo potrebbero essere arrivati dallo spazio”, raccontava il narratore Nigel Patrick con toni da Guerra fredda. Naturalmente gli operai di Middlesborough la pensavano in modo diverso, e si identificarono con gli sfavoriti coreani sostenendoli nel giorno della più grande sorpresa nella storia del mondiale. “E così l’Italia torna a casa dai suoi pomodori”, chiosa Patrick con understatement.

Il testo, scritto dal prolifico Brian Glanville, farà da modello per i successivi film sui mondiali. Il suono, invece, resterà unico. Siamo in un’epoca in cui il calcio televisivo è ancora agli albori, prima che il ronzio della folla e la telecronaca ritmica si affermassero come sottofondo sonoro di una partita. I registi di Goal! – il sudafricano Ross Devenish e il pittore turco Abidin Dino – usano il sonoro con parsimonia. I cori e l’atmosfera turbolenta dello stadio sono appena accennati, lasciano spazio all’inquietante tonfo del pallone calciato e al blando galoppo dei calciatori sull’erba. In fondo questo è il linguaggio dei sogni, che dà un effetto d’intimità. In questi momenti di silenzio non siamo tra i 97mila spettatori di Wembley e nemmeno tra i milioni sintonizzati davanti alla tv. Siamo in campo, in gioco.

Le allucinazioni si susseguono: il capitano dell’Uruguay Horacio Troche tira uno schiaffo in faccia al collega della Germania ovest Uwe Seeler; un pallone bucato si sgonfia quasi con vergogna nella partita tra Urss e Ungheria; l’allenatore inglese Alf Ramsey strappa dalle mani dell’argentino Alberto González la maglia di George Cohen, rifiutando la riconciliazione dopo una partita piena di scorrettezze; Eusebio, il miglior giocatore del torneo, piange dopo l’eliminazione del Portogallo.

Geoff-Hurst

Goal! finisce dove è iniziato. In fondo tutti sanno che i mondiali del 1966 sono un prolungamento della guerra. A Wembley le bandiere britanniche, spolverate dopo l’ultimo anniversario della resa della Germania, sventolano ovunque, ricordando ai presenti che sul campo è in corso una replica del conflitto. È già tutto chiaro nella prima sequenza del film, capolavoro di implicazioni, prologo ed epilogo allo stesso tempo. Un frenetico rullo di tamburi accompagna i difensori inglesi, vestiti di rosso sangue, mentre cercano disperatamente di formare la barriera negli ultimi secondi della finale, una barricata umana per proteggere la patria dall’offensiva tedesca. Non inquadrato, un pallone fischia sopra le loro teste. Si voltano immediatamente, con l’espressione terrorizzata. La telecamera resta fissa sui loro volti, su quelle facce da vecchi che avevano i giovani di allora. Pochi secondi dopo li vediamo trasalire, svuotati: la Germania ha pareggiato. La gloria rubata all’ultimo momento, sostituita dal prolungamento del conflitto, i tempi supplementari. Geoff Hurst si asciuga il sudore dalla fronte, nascondendo lo sconforto. Un nuovo futuro attende, ancora incerto. Un futuro che sarà sempre ricordato a colori.