Tutti contro tutti

Tutti contro tutti

È notte a Bogotà. Una calda notte primaverile nell’ampia lingua di cielo, terra e mare compresa tra il Tropico del Cancro e l’Equatore. Valderrama ansima, si dibatte nel letto matrimoniale che occupa da solo. Né la tranquillità che solo una massiccia dose di aloperidolo può provocare né la serenità che le avvolgenti lenzuola di lino sanno garantire lo distolgono da un’immagine ricorrente. Ricorda i campi sterrati di Santa Marta, la chiesa, la polvere, l’umidità. E il pallone. Quella sfera di cuoio a cui si potrebbero attribuire qualità umane: pazienza, resistenza, sensibilità, creatività. Ricorda l’odore della canfora e della terra bagnata dalla pioggia. La memoria corre in avanti e graffia, come unghie su una lavagna. Di nuovo, dopo molto tempo, si ritrova davanti all’oceano, mentre un gruppo di bambini sta iniziando il rituale. Incomincia una nuova partita. “Tutti contro tutti”. La visione si offusca e di scatto Carlos si alza dal letto e si dirige verso la scrivania. Tira fuori nervosamente un foglio di carta da una risma, lo piega e lo strappa in due parti uguali, poi in quattro, in otto, in sedici, in trentadue parti. Sistema i frammenti ben separati, li trascina delicatamente con la punta del dito da un punto all’altro della scrivania e intanto sente la propria voce esporre con calma senza riuscire a fermarla.

Un mistico, un puro o forse un idiota: di solito, chi dice che il calcio ha poche ma semplici regole rientra in una di queste tre categorie. Affogando il poco acume in un acquario di buone intenzioni retoriche, l’improvvisato esegeta dirà che, al contrario di sport come il baseball (in cui “ogni tanto si vince, ogni tanto si perde e ogni tanto piove”), il calcio è elementare: bastano un pallone, due porte e la capacità di spiegare a un bambino di cinque anni la regola del fuori gioco.

Un simile quadro interpretativo, tuttavia, implica una sostanziale semplificazione del complesso quadro di variazioni a cui la pratica calcistica può dare luogo. In altri termini, l’apparente semplicità può essere verificata solo se abbiamo in mente un’idea stereotipata del gioco del calcio: campi a undici, a otto, a sette o a cinque, porte con la rete integra, magari un arbitro che sancisca il valore istituzionale della partita, etc.

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Nella vita di tutti giorni ci troviamo tuttavia di fronte a una proliferazione di forme sostanzialmente incontrollabile. I piccoli cortili delle grandi città e i prati di campagna diventano così i luoghi della sovversione, in cui le condizioni del campo e la creatività del gruppo stabiliscono quale sia la struttura del gioco. Ci si può sfidare uno contro uno o alla tedesca (con o senza bastarda), si può arrivare alla superfetazione del calcio-tennis e alla dinamica alienante del portiere fisso (nel caso in cui il numero totale dei giocatori sia dispari) o, più semplicemente, calcolare il numero massimo di palleggi: le possibili combinazioni sono infinite. Per questo motivo, si prenderà qui in considerazione un esempio molto specifico, la partita “tutti contro tutti”.

Il “tutti contro tutti” può essere classificato in due modi diversi, ossia all’interno dello spettro di variazione del “portiere fisso” oppure all’interno dei giochi “senza portiere fisso”. Nel primo caso valgono tutte le regole del calcio a portiere fisso: l’unica differenza sarà l’assenza di squadre e l’assegnazione della vittoria a chi realizza più reti nella medesima porta. Nel secondo caso, invece, il quadro si fa più complicato. Innanzitutto sarà possibile giocare a due o a una porta, anche se, al fine di avere uno sviluppo ordinato, si consiglia di disputare la partita a una porta sola. Inoltre, sarà di fondamentale importanza la dimensione delle porte: di regola non potranno superare il metro e mezzo di ampiezza e il metro di altezza (la medesima disposizione è da adottare nel caso in cui ci si affidi a due porte immaginarie).

Al di là dei dettagli tecnici, tuttavia, appare impellente fornire alla pratica del “tutti contro tutti” un quadro normativo a prova di errore e, al contempo, abbastanza flessibile per una delle pratiche idiosincratiche più diffuse nel calcio da strada. Ci si concentrerà soprattutto sull’opzione teoricamente più complessa, ossia il “tutti contro tutti” senza portiere fisso, nel tentativo di delineare un piccolo breviario di regole.

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BREVIARO DI CALCIO TUTTI CONTRO TUTTI (SENZA PORTIERE FISSO)

  1. Condizioni

Si gioca a “tutti contro tutti” quando si verifichino le seguenti condizioni:

  1. Non vi è un numero pari di giocatori che consenta la divisione in due squadre omogenee.
  2. Quando vi sia in campo un numero pari di giocatori, ma la qualità di uno di loro non possa essere comparabile a quella degli altri. Per es. se un giocatore ha la stessa età di tutto il gruppo ma non ha una particolare propensione nei confronti del calcio (e questa eventualità è, molto spesso, connotata a livello di genere) oppure se la sua età è pari alla metà dell’età media del gruppo meno cinque.
  3. Le condizioni oro-idrogeologiche e ambientali del terreno non permettano forme alternative di gioco.
  4. A discrezione di chi porta la palla e/o trova il posto in cui giocare
  1. Modalità

Nel “tutti contro tutti” ognuno gioca per sé. Lo scopo non riguarda la gioia della condivisione di una passione né il piacere di passare del tempo insieme ai propri amici. L’obiettivo del gioco è stimolare i peggiori istinti individualistici che una persona sappia provare. Per questo motivo è assolutamente vietato stabilire alleanze legate a vincoli affettivi e di parentela, sempre che queste non siano giustificate da comprovate forme di corruzione (es. uno dei due giocatori attende favori personali da un altro, ne subisce il carisma o lo teme per svariate ragioni). Chiunque sarà sorpreso in atti di generosità sarà penalizzato con la perdita dei punti accumulati fino a quel momento. Per quanto concerne lo sviluppo del gioco, valgono le seguenti condizioni:

  1. Vince chi realizza per primo dieci punti. Ogni rete equivale a un punto e deve essere sancita all’unanimità dal consesso dei giocatori. Nel caso in cui il consesso dei giocatori non si esprima in maniera unanime, vale il prestigio sociale di chi segna. Con prestigio sociale non si intende la classe di appartenenza, ma la superiorità fisica e morale.
  2. Il numero di giocatori può essere potenzialmente infinito. Chi ha la palla diviene automaticamente l’attaccante, mentre gli altri giocatori devono difendere la porta. Non esiste una distanza-limite per il tiro. Nel caso in cui il numero di giocatori tenda all’infinito, si può adottare la norma anti-Sisifo: vince chi arriva per primo a 5 punti.
  3. Non esistono falli, tranne il fallo di mano. Chiunque si lamenti per un contrasto troppo duro è passibile di dileggio e, nel caso in cui i giocatori abbiano meno di tredici anni, di pestaggio all’americana.
  4. È prevista l’opzione del portiere volante: chiunque si trovi davanti alla porta nel momento del tiro può utilizzare le mani per pararlo, soprattutto se prova nei confronti dell’attaccante comprovati motivi di risentimento. Ogni parata con le mani comporta la perdita di un punto.
  5. Nel caso la partita si dilunghi, può valere la regola del “chi segna per primo vince”. Si tratta di un’extrema ratio da applicare con cautela.
  1. Eccezioni

Poiché il gioco “tutti contro tutti” afferisce a pratiche fortemente idiosincratiche (tanto da poter prevedere un numero infinito di giocatori), ogni regola può essere sottoposta ad un ampio numero di eccezioni. Anzi, forse potremmo dire che, nella pratica concreta, ciò che vale è l’eccezione e che la regola è solamente uno spettro che si aggira per i cortili del mondo in cerca di pace. Il “tutti contro tutti” esiste proprio per ricordarci che il codice, in sé, è un’astrazione e che l’attualizzazione della regola risente sempre del peso della contingenza: chiunque si ostini a ragionare in termini di rispetto delle regole formali è destinato a impazzire o a soccombere sotto il peso di un pestaggio all’americana. Discorso diverso, invece, va fatto per chi possiede in senso autentico la palla e decide di sfidare tutti per difendere ciò che ama.

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È ancora notte a Bogotà. Valderrama affonda i propri riccioli nella galassia di pezzi di carta che ha creato. Nel momento in cui la sua voce ha fermato la folle corsa di un discorso così imprevisto e la sua fronte tocca la scrivania, gli torna in mente quella volta in cui, da bambino, mentre stava per tuffarsi nell’acqua calda dell’oceano, un suo amico l’aveva fermato dicendo che sul fondale avevano trovato le tracce di un batterio in grado di rendere cieco chiunque vi entrasse in contatto. Carlos era scappato sul bagnasciuga e aveva infilato la testa nella sabbia: all’istante un senso di profonda sicurezza l’aveva invaso, mentre i riccioli si riempivano di granelli. Questa sensazione durò pochissimo. Dopo aver sollevato la testa, infatti, per un attimo si vide da fuori, come se fosse allo specchio: una maschera di sabbia dai denti marci, un sorriso ebete nel corpo di un bambino cresciuto troppo in fretta. Per la prima volta in vita sua provò vergogna per sé. In maniera infantile, pur di allontanarsi da quell’immagine, cominciò a correre il più veloce possibile su per le salite che conducevano alla Cattedrale di Santa Marta. Sul suo sagrato, un gruppo di bambini stava giocando a “tutti contro tutti”. Si infilò in mezzo a loro e cominciò, come ogni giorno, a proferire il verbo.