Le società dello spettacolo

Le società dello spettacolo

Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso
Guy Debord

Ogni anno, durante la stagione, alcuni episodi scatenano polemiche che si trascinano per settimane e si trasformano in discussioni sulla possibile irregolarità del campionato. Essi riguardano per lo più errori arbitrali che avvengono nelle partite più importanti. Quando dopo un po’ di giorni il clamore suscitato dalla discussione comincia a smorzarsi, alcuni critici cercano in genere di mettere la parola fine alle polemiche per “ritornare al calcio giocato”. Ma l’invito al buon senso è tendenzialmente un modo di far capire che l’opinione pubblica è stanca di quel tipo di prodotto e c’è bisogno di notizie di diverso genere. In queste letture conclusive, quelle che sembrano le più razionali pongono solitamente questa domanda provocatoria: “se pensate che il campionato sia truccato, che vi sia un complotto contro la vostra squadra, per quale motivo ogni domenica tornate a seguirla?”

Se guardate bene chi porge questa domanda noterete il ghigno soddisfatto di chi ve l’ha fatta sotto il naso, ha svelato la vostra contraddizione, quella che dimostra che alla fine siete in malafede, ciechi di fronte alla possibilità della verità svelata razionalmente. Questo perché siete tifosi. Eppure la risposta a quella domanda è più semplice della domanda stessa. Ogni domenica guardiamo il calcio perché il calcio è come una droga, non riusciamo più a separarcene e gli affetti del calcio d’inizio li consideriamo di gran lunga superiori alla scia di rabbia e frustrazione che invece accumuliamo. Ed è tossico. I tifosi guardano il calcio perché sono tifosi, non perché pensano di poter fare qualcosa per migliorarlo e né, soprattutto, hanno questo potere. I tifosi non sono una categoria organizzata, non hanno un sindacato né un partito, possiamo ammettere che abbiano al massimo dei collettivi (gli ultras), i quali però sono interessati a un altro genere di questioni. Ad esempio, come è successo a Genova, far togliere la maglia ai giocatori che secondo loro non l’hanno onorata come merita. I tifosi, se anche volessero, non hanno alcun potere contro i presunti complotti che denunciano. Non sono produttori ma consumatori, e il massimo conflitto che possono esprimere è una class-action.

Qualcuno, però, questo potere ce l’ha: le società. Capita spesso, perlomeno in Italia, che le società attraverso le dichiarazioni dei propri rappresentanti assecondino le lamentele dei propri tifosi, esprimendo la stessa linea di pensiero e facendo intendere, spesso senza mezzi termini, che il campionato è falsato. Allora quella domanda, con la quale si cerca spesso di chiudere le polemiche, vorremmo rivolgerla, non per proseguire la polemica ma per amor di analisi, alle società che rilasciano queste dichiarazioni: “se pensate che il campionato sia truccato, che vi sia un complotto contro la vostra squadra, e quindi necessariamente che ciò causi una perdita economica (come lo è un mancato guadagno) alla società, per quale motivo continuate ad investire in questo business?” Bisogna allora ripercorrere la storia del calcio e andare a vedere quando e perché alcune società hanno protestato duramente con atti concreti contro quello che ritenevano un imbroglio nei loro confronti. [Calciopoli è fuori da questo ragionamento poiché non si tratta della contestazione di una società verso l’autorità del calcio, bensì l’intervento dell’autorità del calcio stesso a sanzionare le società]

Il calcio, come ci è pervenuto, è uno sport novecentesco in trasformazione. Il sapore romantico delle nazioni già in rovina che si scontrano all’ultimo sangue nei (conflitti) Mondiali figli delle ideologie. Campionati con sistemi (di gioco) estremamente differenti che trovano il loro comun denominatore nelle raffinate ambascerie europee, i tavoli di pace (sorteggi e meeting) in nazioni storicamente neutrali e poco rappresentative all’uso della forza (calcistica). Lo scontro tra le due squadre migliori dei campionati è spesso uno scontro ideologico, una mobilitazione totale, una guerra all’ultimo sangue cui partecipano i media, l’ordine pubblico, la politica. In questo senso, il calcio è lo sport novecentesco per eccellenza: per come lo raccontiamo ed è stato raccontato, era lo sport adatto ad emergere in quella particolare situazione storica. Il novecento è finito e il calcio è sempre stato un business in trasformazione, ma per un certo verso mantiene ancora alcune dinamiche nazionali. Ed è allora con chiavi novecentesche che cercheremo di leggere la contestazione al sistema-calcio da parte dei propri attori.

assalto palazzo d'inverno

Georges Sorel sosteneva che lo sciopero generale rivoluzionario era l’unico atto in grado di mettere veramente in crisi l’autorità dello stato, poiché dichiarava con tutta la sua carica mitopoietica che nessuno sarebbe più tornato al lavoro finché la società non fosse stata trasformata. Allora il ritorno al lavoro sarebbe stato il ritorno a un altro lavoro, non più quello dello sfruttamento capitalistico, ma della libera attività umana. Lo sciopero avrebbe fatto quindi da mito fondativo, l’atto di forza della classe che irrompe nella storia. Esso è rappresentabile nello sport come il rifiuto generalizzato delle squadre o dei calciatori a giocare. Nel 2011 la prima giornata di campionato fu bloccata ad esempio da uno sciopero dei calciatori che costrinse la Lega a fermare i campionati. Nell’NBA invece si è avuta la “serrata” ossia l’esatto opposto, la chiusura delle attività da parte della società per fare pressione ai propri lavoratori (gli atleti) nella trattativa.

Per Walter Benjamin c’è assoluta differenza tra il tipo di sciopero descritto da Sorel e una normale astensione dal lavoro proclamata con anticipo e della quale viene dichiarata la scadenza ai fini di una trattativa, quale è lo sciopero dei calciatori del 2011 e la serrata dell’NBA – questa solo in parte, perché le franchigie rifiutarono di giocare a tempo indeterminato. Lo Stato infatti riconosce questo diritto proprio per evitare di dover riconoscere l’altro (il diritto a una società diversa, cioè la sua stessa abolizione) sotto la minaccia della forza. L’uso della violenza è l’unica cosa che lo Stato teme poiché ne ha il monopolio, e tale esclusività è quella che garantisce la forza della parola pronunciata dal diritto. Nel caso del calcio ciò significherebbe sottrarsi all’autorità della federazione nazionale per costituire ad esempio un altro campionato indipendente, oppure trasferire la squadra in un altro campionato già esistente. Lo Zenit San Pietroburgo minacciò nel 2012 la possibilità di creare un nuovo campionato con le squadre dell’ex blocco URSS. Esercitare la violenza significa non tanto commettere un atto moralmente deprecabile, quanto piuttosto mettere in discussione il potere costituito e quindi l’autorità che ne deriva. Ecco perché lo Stato, riconoscendo il diritto di sciopero, riconosce la forza della classe operaia, l’unico altro soggetto che ha quindi diritto a esercitare la forza. Ma questo diritto è riconosciuto appunto per evitare che venga utilizzato in tutto il suo potere, cioè con uno sciopero che proclami la fine dello Stato stesso.

Che cosa ha a che fare tutto ciò con le società? E’ tutto molto più chiaro. La protesta più radicale che è stata messa in atto nel massimo campionato italiano è quella dell’Inter nella stagione 1960/1961. Juventus-Inter era scontro al vertice decisivo, ma la partita fu interrotta per l’invasione di campo dei tifosi di casa, presenti in soprannumero evidente rispetto alla capacità dello stadio. A quel punto la Lega assegna la vittoria a tavolino all’Inter. Nel frattempo si giocano le altre partite e la Juve presenta ricorso, che viene accolto il giorno prima dell’ultima giornata, consegnando alla Juve la testa: annullata la vittoria a tavolino, la partita è da rigiocare. Il presidente della Federazione era allora Umberto Agnelli, lo stesso presidente della Juventus. L’Inter di Herrera decise così di mandare in campo per il replay della partita la squadra Primavera, disconoscendo completamente quella decisione. Quella partita fu anche l’ultima di Boniperti, la prima di Sandro Mazzola e quella dei sei gol di Sivori.

sivori 61

Sorel, nel pieno dello scontro tra “rivoluzionari” e “riformisti”, avrebbe detto che l’Inter non avrebbe mai risolto nulla con questo atteggiamento, anzi avrebbe rafforzato il potere stesso che la opprimeva. Benjamin, pensatore ben più profondo, avrebbe centrato il punto: schierando la Primavera, l’Inter garantisce un risultato legale, legittima cioè il fatto che quella partita avvenga, seppur contestando coloritamente la decisione. L’assenza invece, l’astensione, sarebbe stato un gesto ben più grave, che avrebbe assunto il significato dell’esodo verso un altro campionato, chissà come, chissà dove. Non è dato saperlo, perché ciò non è mai avvenuto. Gli unici casi di squadre ritiratesi da campionati professionistici, non riguardano contestazioni radicali all’autorità ma problemi interni alle stesse. Continuare a giocare significa invece garantire la prosecuzione del campionato, seppur con un dissenso colorito (o colorato), potremmo dire situazionista. O peggio, come direbbe Gunther Anders, niente più che un happening. Una contestazione che si limita al piano simbolico e che rientra a tutti gli effetti nell’alveo dello spettacolo del calcio. “Le Società dello Spettacolo” – per citare Guy Debord – sarebbe l’epiteto giusto per le finanziarie che investono nel calcio, ognuna con il proprio marchio di fabbrica: chi con l’immagine dello “stile” nel non parlare di arbitri, chi con quello del rivoluzionario che vuole giustizia. Dietro questi ologrammi ci sono le Società Per Azioni, fin dalla prima metà del secolo scorso.