Riquelme, nessun compromesso

Riquelme, nessun compromesso

Articolo originale di Roberto Martinez per Perarnau Magazine

Juan Román Riquelme ha la risata facile. Gli si addicono tutti i contrari della parola ‘mudo’ (muto, uno dei suoi soprannomi), ma per scoprirlo bisogna conquistare la sua fiducia. Román non la regala, perché non è facile arrivare a lui. Osserva. Ascolta. Valuta. Anche se non arrischia mai un esame esaustivo del suo interlocutore. Per questo i media hanno sempre frainteso la sua personalità. Non ha mai giocato o parlato per la galleria, ma sempre per la tribuna. Riquelme sta sulle sue, e durante la carriera ha pagato a caro prezzo questa mancanza di esibizionismo. Le sue gesta sul campo generavano un’ampia copertura mediatica che a lui non è mai interessato ripagare con un’attenzione personalizzata. Per questo è stato coinvolto in decine di mistificazioni. “Dicano quello che vogliono, io non posso mettermi a smentire tutto quello che si dice di me. Non mi interessa”, mi disse una volta. Le telecamere, i microfoni e i flash non sono mai stati fatti per lui, ma dal 2007, quando è tornato in Argentina dopo la sua esperienza europea nel Barcellona e nel Villarreal, ha fatto uno sforzo notevole per migliorare il suo rapporto con la stampa. Román è l’antitesi del divo, il paradigma dell’antieroe. Per questo sta vivendo uno dei migliori momenti della sua vita.

Di solito, quando si avvicina al ritiro, un calciatore sente la mancanza di tutto quello che circonda la sua dimensione di giocatore. Diego Armando Maradona, per esempio, non può vivere senza avere un microfono o una telecamera vicino. Cerca l’esposizione e per questo ha patito oltremodo il verdetto del tempo: “È ora che ti ritiri”. Riquelme non sente la mancanza di nulla. Si muove felice lontano dal clamore, quasi nell’anonimato. Lo spogliatoio gli ha regalato amicizie che coltiva rimanendo in contatto costante. Inoltre ora può dedicare molto più tempo alle cose che ama di più. Di sicuro non ha bisogno dell’aiuto di uno psicologo che lo aiuti a intraprendere questa nuova tappa della sua vita, come è successo per esempio a Martín Palermo.

L’unica cosa che voleva nei suoi ultimi giorni da giocatore era lasciare un’immagine non troppo distante da quella che ha mostrato nei migliori momenti della sua carriera. E ci è riuscito. È stato campione argentino con il Boca nel 2011, è arrivato a giocare un’altra finale di Coppa Libertadores nel 2012 e ha aiutato il Boca a raggiungere la finale di Coppa Argentina, titolo che la squadra ha vinto contro il Racing di Avellaneda.

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Misurato. Astuto. Accurato. Riquelme non ha mai sofferto d’incontinenza verbale. Ha detto molto più coi fatti che con le parole. Per questo la stampa, che non è mai riuscita a entrare nelle sue grazie, si è sempre appoggiata a interpretazioni arbitrarie per creare un’immagine pubblica fittizia del campione. Ai giornalisti ha sempre dato fastidio che Riquelme fosse a suo agio nel proprio isolamento, che non avesse bisogno di condividere le proprie gioie o sfogare i propri problemi con loro. Anche la sua indocilità dà fastidio. Per anni i giornali si cono comportati come giudici incontestabili dei suoi comportamenti. Da qualche parte ho letto che il silenzio delle persone a volte genera violenza. Dev’esserci qualcosa di vero. Nel caso di Riquelme, il suo scarso attaccamento al marketing della comunicazione lo ha messo nell’occhio del ciclone in centinaia di casi.

Ma qual è la verità? Com’era il più grande idolo della storia del Boca Juniors dietro le mura dello spogliatoio? 

Bisogna avere una personalità molto forte per rifiutarsi di giocare in modo inadeguato. Molti giocatori si sarebbero accontentati volentieri di fare da scudieri a Maradona, limitandosi a correre appresso agli avversari solo per recuperare la palla e consegnarla al numero 10. Il giovane Riquelme si rifiutò di farlo. Il vecchio Maradona non la digerì e per questo da allora reagisce malamente ogni volta che i media gli offrono l’occasione di prendersela con il suo erede. Román ha preferito rimanere in panchina e aspettare il suo turno piuttosto che giocare in un ruolo che non gli apparteneva e a cui non era adatto, anche se così avrebbe avuto la possibilità di stare in campo con il suo idolo di sempre. A 18 anni Román dimostrava di avere già la stoffa del leader nel cuore della Bombonera.

Bisogna avere un carattere di ferro per presentarsi davanti al presidente del club e far valere i propri diritti fino alle estreme conseguenze, senza fare un passo indietro. Un impegno contrattuale non rispettato da parte di Mauricio Macrí, attuale governatore della città autonoma di Buenos Aires, fu la causa di una dura battaglia tra i due che finì per essere vinta da Riquelme, poi bandito dal presidente e dalla stampa a lui vicina. Racconta un ultrà che si è fatto strada nei media sotto l’ala di Macrí al punto che oggi ha un suo programma televisivo: “Io andavo d’accordo con Riquelme, ma poi mi sono reso conto che dovevo schierarmi con la dirigenza del Boca altrimenti avrei perso il lavoro”. Riquelme non ha mai tradito le proprie idee. Non è da tutti alzarsi e andarsene durante una riunione con uno dei padroni dell’Argentina e attuale capo dell’opposizione. Bisogna avere grande coraggio e determinazione per trattare con quelli che hanno rapito tuo fratello, per prendersi la responsabilità e ottenere la sua liberazione.

Bisogna avere un’enorme pace interiore per non farsi intimorire e non rispondere a tono davanti alle grida di un allenatore olandese che cerca di metterti in imbarazzo davanti a tutti i tuoi compagni con l’unico scopo di dare prova di autorità e mostrarsi inflessibile. “Digli qualcosa perché si calmi, altrimenti ci ammazza tutti”, gli disse sottovoce un compagno che non riusciva a sopportare il clima di tensione nello spogliatoio del Barcellona. Riquelme preferiva abbassare lo sguardo e legarsi le scarpe senza rispondere niente. Ancora quell’equazione: silenzio uguale violenza. Riquelme dev’essere stato uno dei pochi grandi acquisti di una squadra importante a essere trattato con tanto sdegno solo per gelosia. Per il fatto di essere stato acquistato dalla dirigenza e non dall’allenatore.

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Bisogna essere convinti, conoscere le proprie qualità e dar prova di grande fiducia in sé stessi per suggerire scherzosamente durante un allenamento all’idolo del club dove sei andato a finire che dovrebbe fare un passo indietro e lasciare spazio ai giovani. Questa frase non dev’essere piaciuta molto a Luis Enrique. Dieci anni dopo Román, coerente con le sue azioni, la sua esperienza professionale e il suo modo di pensare, disse durante la sua ultima conferenza stampa prima del suo ritiro dal Boca: “Non posso rimanere e togliere spazio a Leandro Paredes. Non posso restare solo per prendere un bello stipendio e lasciare che Paredes continui ad aspettare. Io ho raggiunto i miei obiettivi ed è ora che lui raggiunga i suoi”.

Che genere di persona spinge la dirigenza del suo club a includere i giovani, anche se non giocano mai, tra quelli che percepiscono i premi per i risultati raggiunti? Averlo fatto in tutti i club in cui ha giocato, non solo in quello dove sei cresciuto, ha ancora più valore. Che genere di persona cerca di obbligare la dirigenza del suo club a rivedere la decisione di privare un giocatore della partita più importante della stagione, la partita in cui è in palio il titolo di campione d’America? Che genere di persona si impegna pubblicamente per chiedere che il club riconosca ai suoi compagni l’impegno, i risultati, il prestigio conferito all’istituzione e i servizi prestati sollecitando il rinnovo dei loro contratti prima della fine della stagione?

Riquelme è stato accusato di scarso impegno nel gioco senza palla, di lesinare gli sforzi durante alcune partite. I suoi infortuni sono stati attribuiti ai ritmi e ai metodi particolari di allenamento. Inoltre hanno fatto scandalo le due volte in cui ha rifiutato la convocazione della nazionale (il 13 settembre 2006, dopo i mondiali in Germania, e il 10 marzo del 2009, dopo alcune dichiarazioni pubbliche di Maradona, allora selezionatore dell’albiceleste). Decisioni che sapeva che si sarebbero rivelate impopolari, ma che ha preso coerente col suo modo di intendere la vita e il calcio.

Può darsi che Riquelme sia sconcertante nei modi. Che un giorno abbia voglia di salutarti e l’altro no. Che si tenga sulla difensiva per proteggersi. Che abbia certi codici di comunicazione che possono essere compresi solo da chi lo conosce a fondo. Che scelga le parole per esprimersi in pubblico con l’attenzione con cui un chirurgo maneggia il bisturi. Che per tutto questo lo considerino un originale e un tipo strano, persino losco. Ma basta conoscerlo per ricredersi. Quanti sanno che a Román fa schifo il pollo, che ha il piede destro più piccolo del sinistro e che gli ha fatto così male essere scaricato dal Barcellona che ha pensato di abbandonare il calcio?

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Lui è riuscito a superare tutto. Robert Enke, portiere tedesco e suo ex compagno di squadra a cui era molto legato, defenestrato come lui dall’équipe tecnica di Louis Van Gaal, ha finito per suicidarsi anni dopo. Gli amplificatori mediatici esasperano gli animi, ma non bisogna lasciarsi influenzare. Non bisogna credere a tutto quello che scrivono. È sempre meglio informarsi che parlare con la lingua degli altri.

Juan Román Riquelme se n’è andato dopo aver lavato tutti i suoi panni sporchi dentro lo spogliatoio. Dopo essersi fatto valere, anche se il suo comportamento non è piaciuto a tutti. All’antica. Senza aver attaccato briga in pubblico con nessuno. Senza che nessun compagno o allenatore possa dire niente su di lui. Stimato da tutte le tifoserie, compresa quella del River. Omaggiato dallo stesso Zinedine Zidane, che il giorno del suo addio al calcio gli ha regalato la propria maglia sul prato del Santiago Bernabeu e gli ha dato un caloroso abbraccio. Riquelme è stato additato come una cattiva persona solo da alcuni dirigenti e da una parte della stampa. Ma quello che conta è la sua eredità, fonte di un’infinità di storie straordinarie. Gesta che il tempo si occuperà di magnificare, sempre di più.

(NdT: dopo aver dato l’addio al calcio nel luglio 2012, Riquelme è tornato al Boca nel gennaio 2013 per un’ultima, brillante stagione con i Xeneizes. Nel luglio scorso si è trasferito abbastanza incredibilmente all’Argentinos Juniors.)