Gli americani non capiscono il calcio

Gli americani non capiscono il calcio

Articolo originale di Pablo Pinero Stillmann per The Rumpus

Nel 2009 mi sono trasferito da Città del Messico al Midwest per la scuola di dottorato. Dato che ero l’unico messicano nel programma sono stato accoppiato a un colombiano-americano che era già lì da un paio d’anni e mi avrebbe mostrato “le basi”. Lui e sua moglie – entrambi brave persone, anche se un po’ difficili da capire – mi hanno accompagnato a comprare un letto e una scrivania, mi hanno fatto fare un giro veloce del campus e mi hanno indicato il bar sport locale. Ho cominciato a frequentarlo regolarmente, soprattutto per vedere le partite della Premier League. Il Manchester United aveva appena comprato l’attaccante messicano Javier “Chicharito” Hernandez, così mi divertivo a seguire le partite dei Red Devils e ad applaudire orgogliosamente quando il mio giovane compatriota segnava un gol.

Essendo un osservatore compulsivo dei comportamenti umani, quando ero nel bar prestavo più attenzione alle altre persone che alla partita. Quasi subito ho capito che c’era qualcosa di sbagliato nei tifosi statunitensi. Era come se in qualche modo non partecipassero all’evento, ma fingessero. Mi davano la stessa sensazione dei ragazzi bianchi con i rasta. La cosa che mi ha sorpreso di più dei tifosi americani è la loro indignazione di fronte al fenomeno della simulazione. Esclamavano di continuo “Flop!” con tono perentorio e disgustato. Quando un giocatore si rotolava sull’erba come se avesse la tibia spezzata in due, tutti nel bar facevano la faccia che avrei fatto io se avessi visto qualcuno spingere un’anziana signora giù da una scala mobile. Davano immancabilmente di matto, anche se a simulare erano i giocatori della loro squadra. Quando i falli inesistenti erano mostrati a velocità rallentata tutti brontolavano e scuotevano la testa. “Come può quell’uomo dormire la notte sapendo di aver tratto in inganno l’arbitro?”, diceva quell’espressione.

Clavado

Le parole sono importanti. “Flop” è un termine con cui non ho mai avuto veramente familiarità fino a quando non l’ho sentito al bar sport. In Messico i “flop”, ovvero i tuffi, sono i clavados. Se c’è stato un tuffo particolarmente evidente, di solito il commentatore fa qualche battuta del tipo “Dov’è la piscina?” Nel mondo ispanico paragoniamo la simulazione di un fallo a qualcosa di bello, quasi artistico. Flop invece è solo un avvertimento onomatopeico. Il flop è intrinsecamente negativo. Recentemente ho ascoltato due persone parlare a lungo del flopping perché c’erano i playoff Nba e a quanto pare la simulazione è una “piaga diffusa” nel basket. Frank Vogel, il coach degli Indiana Pacers, ha accusato i Miami Heat di essere floppers, e per questo ha ricevuto una multa di 15mila dollari. Sembra che tutti ritengano Blake Griffin e i Los Angeles Clippers una squadra di simulatori. Persino il commissario dell’Nba David Stern ha ammesso che si tratta di un problema molto serio. La simulazione è una cosa vergognosa, dicono tutti. È la rovina del nostro sport. Come possiamo porre fine a questo tormento?

I numeri non contano

Perdonatemi, ma devo ricorrere a un orribile cliché. “Il calcio non è solamente uno sport, ma una mentalità”, ha scritto David Brooks nell’Opinionator del New York Times durante i Mondiali del 2010. Niente da dire, Brooks ha ragione, e non solo su quello. “Il calcio è lo sport perfetto per corroborare una visione tragica dell’universo, perché è un lunga serie di frustrazioni che portano a un sicuro crepacuore”. La ragione per cui il calcio è uno sport incomprensibile per i tifosi americani è proprio questa: si tratta di una disciplina tragica, incredibilmente frustrante e in un certo senso malinconica. Non sto dicendo che non ci sia tragedia nel baseball, nel football o nel basket, ma questi tre sport sposano in ultima istanza la visione del mondo del vincitore, mentre il calcio predica il vangelo degli sconfitti. “In questa nazione preferiamo i passatempi razionali e quantificabili”, continua Brooks. “Una partita di football può essere disegnata su una lavagnetta e anche il baseball si presta alle analisi statistiche”. Mentre nel calcio “è possibile per una squadra essere surclassata per 89 minuti e poi segnare un gol fortuito che vale la vittoria. Una prestazione superiore spesso non si traduce nella vittoria”.

Non c’è da meravigliarsi se i perdenti sono così attratti dal calcio mentre i vincenti ne sono respinti. Se sei meglio di chiunque altro, preferisci che il mondo sia razionale e quantificabile oppure illogico e caotico? Non voglio dire che il calcio consista in un gruppo di tizi che calciano a caso un pallone. Al contrario, quando viene giocato nella maniera giusta il calcio è un atto di sottile strategia e scrupolosa intelligenza. Ma è anche incredibilmente astratto, troppo astratto per essere quantificabile. Nel calcio le statistiche – eccetto i gol segnati da ciascuna squadra – sono completamente inutili. Il tempo di possesso palla? Alcune squadre giocano la partita in difesa e consegnano il possesso palla agli avversari. Fuorigioco e calci d’angolo? Mai sentito che un gran numero di essi sia una buona o una cattiva cosa. Nel calcio le statistiche esistono solo perché esistono nel football e nel basket. L’unica differenza è che nel football e nel basket i numeri significano qualcosa. Se viene detto quante yards di passaggi, quante yards di corsa e quanti cambi hanno i Chicago Bears all’intervallo, possiamo praticamente capire quanti punti ha la squadra. Lo stesso possiamo fare con i Chicago Bulls se abbiamo la percentuale di canestri realizzati. Nel baseball alcune statistiche sono esse stesse parte del punteggio.

Usa Soccer Fans - Valderrama

Ok, ma cos’ha a che fare tutto questo con il flopping?

Tutto. Mi hanno sempre annoiato gli scrittori che descrivono ogni singolo dettaglio di un momento di sport. Per questo, anche se ora ho bisogno di descrivere un momento di sport, lo farò in maniera concisa. È successo allo stadio Azteca di Città del Messico durante i mondiali del 1986. L’Argentina giocava contro l’Inghilterra nei quarti di finale. Il punteggio era 0-0. Diego Armando Maradona salta due inglesi, la passa a Jorge Valdano e si lancia dritto al’interno dell’area di rigore sperando di ricevere il passaggio di ritorno, sorprendendo alle spalle i confusi difensori inglesi. Valdano invece perde la palla, che finisce a un difensore inglese che nel tentativo di spazzarla via la colpisce goffamente alzandola all’interno dell’area di rigore. A correre furiosamente sulla palla è il piccolo Maradona, a sfidarlo Peter Shilton, che non solo è più alto di lui ma essendo il portiere può anche usare le mani. Anche se non sapete niente di niente, sapete cosa è successo dopo. Sia Maradona che Shilton saltano per arrivare sulla palla e Maradona alza il braccio e colpisce la palla con il pugno fingendo di averlo fatto con la testa. L’arbitro prese un abbaglio. L’Argentina invece sconfisse l’Inghilterra 2-1 e volò verso la vittoria del Mondiale.

Nel dopopartita Maradona disse di aver segnato con la testa, ma anche con la mano di Dio. Fondamentalmente Maradona si definì Dio. Entrambe queste cose – l’imbroglio e la presunzione – sarebbero inaccettabili nei tre grandi sport americani. Ma non nel calcio. La mano di Dio non è una vergognosa macchia per lo sport. Non c’è nessun asterisco dopo il nome Argentina nell’albo d’oro della Coppa del Mondo di calcio 1986. Maradona è ricordato da molti come il miglior giocatore nella storia del calcio. C’è una religione chiamata la Chiesa di Maradona, e in fondo nemmeno gli inglesi sono amareggiati per la mano di Dio. Peter Reid, centrocampista della nazionale inglese nel 1986, ha addirittura baciato la mano di Maradona in tv. Per inciso, anche l’Inghilterra aveva vinto i mondiali del ’66 con un gol molto discusso. Naturalmente questo tipo di pensiero non attecchisce negli Stati Uniti. Perché? L’America è Peter Shilton, più alto di tutti gli altri e l’unico autorizzato a usare le mani. Il resto di noi si immedesima con il piccolo attaccante che corre dentro l’area. Ecco perché ci piace vedere Davide arrivare con un piano folle per battere Golia, e riuscirci. Come qualsiasi perdente vi dirà, noi perdenti stiamo sempre a fantasticare su piani folli per sovvertire la logica del mondo.

Anche l’idea di ingannare l’autorità è attraente per i perdenti. L’America ama il rispetto dell’autorità dei propri sportivi perché si immedesima con l’autorità. Dopo tutto, questo è il paese che decide chi può avere armi nucleari e chi no. Nell’Nba un giocatore può ricevere un fallo tecnico per un’occhiata storta all’arbitro. Litigare con gli arbitri è una cosa impensabile nell’Nfl. E nel baseball? Certo, ogni tanto l’allenatore esce dalla panchina e sbraita contro l’arbitro, ma ciò è permesso perché fa parte della tradizione del baseball. È dissenso istituzionalizzato, che è anche più noioso della mancanza di dissenso. Ecco perché i flop sono così ripugnanti per i tifosi americani: simboleggiano la perdita del controllo da parte dell’autorità, che è ciò che la nazione teme di più.

Non abbiamo bisogno di festeggiamenti

Prima di chiudere voglio dire un’altra cosa: gli americani si lamentano sempre che ci sono troppo pochi gol nel calcio. Membri di una cultura che venera la vittoria e i vincitori con una gratificazione immediata, vogliono celebrarla costantemente. Beh, a quanto pare, il calcio è un gioco per adulti. Ti siedi, guardi, e sei contento per la bellezza del gioco espresso. Segnare un gol è naturalmente l’obiettivo del gioco, ma come mi disse una volta un drogato, l’importante è il viaggio. È difficile accettarlo per un paese in cui gli adulti si comportano come bambini. Basta pensare ai film di supereroi o di animazione etichettati come “per adulti”. Sono stufo di gente che cerca di convincermi a guardare Toys 3 o altre stronzate di cartoni animati.

Le persone che si lamentano per la mancanza di gol non capiscono che le cose più difficili da ottenere sono quelle che danno più soddisfazione. Guardate come reagiscono i calciatori quando finalmente segnano un gol. Mi piace il basket, ma è difficile ignorare il fatto che tutte le partite sono in equilibrio fino agli ultimi cinque minuti. Allora a che serve segnare continuamente punti nei 43 minuti precedenti? È solo un intrattenimento tra una pausa pubblicitaria e l’altra? Per apprezzare il calcio bisogna accettare che c’è bellezza anche nel fallimento. Il che mi porta al mio ultimo punto.

Gli americani impareranno ad amare il calcio

È una buona notizia per me e gli altri tifosi di calcio che si trovano a vivere negli Stati Uniti, ma non del tutto. La ragione per cui l’America sta saltando sul carrozzone del calcio è che stiamo andando verso un mondo post-americano. Questo paese non sarà più il capo/poliziotto/amministratore delegato/padre di questo pianeta. Nel futuro prossimo il padrone del mondo sarà nessuno.

Questo significa che l’America, il portiere gigante che prende sempre la palla, sta attraversando la dolorosa trasformazione in centrocampista basso che deve capire come sovvertire il sistema per perseguire la sua strada. Fondamentalmente credo che l’America dovrà cominciare a simpatizzare per i perdenti. Qualcosa che va contro tutto quello in cui ha sempre creduto, ma che si sposa sorprendentemente bene con il calcio. Benvenuti.