Notte e nebbia: Nedo Sonetti

Notte e nebbia: Nedo Sonetti

Il freddo, nelle notti nebbiose e senza luna, non è pungente. Accarezza il volto e le ossa, baciandone voluttuosamente il midollo. Un molo, l’umidità, le acque del Ticino che scorrono verso sud, creando gorghi che diventando sempre più grandi man mano che ci si avvicina alla confluenza col Po. In lontananza un campanile scandisce le ore: dodici tocchi, mezzanotte, la solitudine degli insonni.

Quaranta giorni, una Quaresima tardiva, un amore estivo nato in autunno: tanto era durato l’incarico di Nedo Sonetti nel Pavia dell’imprenditore Xiadong Zhu, proprietario di uno dei più importanti fondi di investimento cinesi, il Pingy Shanghai Investment. Appena arrivato in città, aveva promesso due cose: il Pavia in serie B e centomila turisti in città. Tutti sembravano felici: i tifosi vedevano, per la prima volta da anni, una dirigenza capace di investire denaro ed energie in un progetto a lungo termine; il neoeletto sindaco di Pavia, il democratico Depaoli, pensava già a come utilizzare l’internazionalizzazione della squadra nella campagna elettorale del 2019; per i cinquantenni era stata sufficiente la passerella di Maria Grazia Cucinotta che, sfilando, aveva dichiarato di voler produrre un documentario sulla provincia pavese per il mercato cinese.

Nel 2014/2015, nonostante gli sforzi economici e il “cambio in corsa” dell’allenatore (dopo Riccardo Maspero i dirigenti pavesi avevano scelto il più esperto Giovanni Vavassori), la squadra era stata eliminata ai play-off. Pochi mesi dopo, alla consulenza tecnica era stato chiamato Nedo Sonetti. Era fermo da cinque anni, dall’avventura durata solo tre giornate a Vicenza, nel 2009/2010. “Lavorerò per il Pavia, che ha progetti ambiziosi. I dirigenti vogliono costruire l’università del calcio, sfruttando la sinergia fra due scuole calcistiche diverse fra loro come quella italiana e quella cinese. Metterò la mia esperienza a disposizione per far crescere il movimento e individuare calciatori. Modelli? Non ne ho mai avuti. Sarò me stesso”. Aveva anche aggiunto, languidamente e in netto contrasto con lo sguardo fiero e la complessione robusta: “Mi mancava fare parte di una squadra”. Lui, il Caronte di Piombino, esperto traghettatore senza zattera, sentiva la mancanza dell’odore delle solforose acque della retrocessione. Lui, autore di salvezze inaspettate, voleva tornare a provare il senso di onnipotenza di chi, al termine dell’ultima partita di campionato, mentre guarda ossessivamente il tabellone per capire che sta succedendo, riceve la buona notizia: ad Avellino la squadra rivale ha perso, “manteniamo la categoria”.

Sulle rive del suo nuovo Acheronte, quel Ticino che taglia in due la pianura padana superiore, le cose non erano andate come lui si aspettava. Quaranta giorni, una Quaresima di passione, un amore estivo finito male perché, ormai, non è più tempo di amori estivi. In società avevano cominciato a temporeggiare, preferendo risolvere alcuni problemi interni prima di fare investimenti cospicui. E lui, Nedo, non aveva avuto più voglia di fare l’uomo immagine suo malgrado, di essere trattato come una figurina vintage. Aveva incontrato i dirigenti pavesi in uno studio legale a Bergamo e, all’ennesimo tentennamento aveva salutato tutti con un “vabbè, fate come volete, io sto a casa”. In seguito, dopo aver rilasciato un’intervista in cui spiegava le ragioni delle sue dimissioni, era sparito: nessuno aveva più avuto sue notizie.

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Lo sciabordio delle acque del Ticino accarezza l’udito di chi sta sulle sue rive. Chiunque potrebbe addormentarsi lì, mentre il fiume gorgoglia appoggiandosi alle rive erbose e al fango del suo letto. Nedo Sonetti è lì, sulla punta di un molo di legno, legato a una sedia. La notte e la nebbia divorano tutto l’ambiente circostante. Per quello che riesce a vedere potrebbe essere a Cagliari, a Lecce o a pochi metri da casa sua a Bergamo. Una nebbia del genere non l’aveva mai vista, neanche a Cremona nel 1996, quando era stato chiamato da Luzzara a guidare la Cremonese.

Ogni tanto, e per pochissimo tempo, le luci di una macchina compaiono in lontananza, inabissandosi immediatamente nel buio. Remoto, dimenticato. Sonetti vorrebbe urlare, ma riesce solo a emettere un filo di voce che rimbalza contro il fitto strato di nulla che lo circonda. Sente solo il rumore dell’acqua, la corrente, i piccoli vortici. Per un attimo immagina che cosa succederebbe se si buttasse in acqua: forse potrebbe arrivare al Po a nuoto, lasciarsi trasportare dalla corrente, arrivare fino all’Adriatico, all’Atlantico. Abbandonarsi. Al nulla. Il sonno, come una madre comprensiva dai grandi seni, rilassa i muscoli tesi sotto il grasso senescente.

Poco dopo, Sonetti viene risvegliato da un forte odore di tabacco rancido. È l’odore dell’alito di una persona agitata che ha fumato a stomaco vuoto. Nedo apre gli occhi e si ritrova davanti a un volto che sembra un’emanazione della nebbia. Non riesce a vedere il suo corpo. Solo il riporto biondiccio, gli occhi cisposi, il naso aquilino e i denti completamente neri. Non sembrano nemmeno parte di una dentatura: sono più piccoli del normale e separati gli uni dagli altri, come se la saliva stessa contenesse un acido capace di erodere la loro forma.

“Ciao, Nedo. Lo sai che devi confessare, no? È arrivata l’ora di farlo” gli dice l’uomo, i cui angoli della bocca si contraggono in uno spasmo innaturale, prima di voltarsi e di essere inghiottito dalla nebbia. Per un momento Sonetti trasalisce: confessare che cosa? A chi? Qui non c’è nessuno, solo acqua e nebbia. Pensa per un attimo a tutta la sua carriera: a come trattava i giocatori a La Spezia, alle polemiche con gli arbitri, a quando disse che Guidolin, al contrario di lui, non aveva le palle per contenere l’esuberanza di un presidente come Zamparini, all’odio nei confronti di Cellino (“Cellino è una persona inqualificabile. Mi licenziò per giusta causa? Se lo dice lui […] una volta mi mandò una lettera per contestarmi che avevo mangiato una spigola da quattro chili […] Lui si diverte a rompere le scatole alla gente”), alle incomprensioni con i dirigenti del Pavia. Ma non capisce esattamente che cosa debba confessare.

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Una folata di vento gli colpisce il volto, scombinando la sua capigliatura grigiastra e unta. Non riesce a muoversi, le braccia cominciano a fargli male. Soprattutto, rimane in attesa di qualcun altro che gli spieghi che sta succedendo. Sullo sfondo continua a vedere luci che superano la curva della strada e scompaiono. Il loro movimento è regolare: potrebbe senza sforzo calcolarne la cadenza. Il loro susseguirsi rappresenta una nenia visiva a cui Nedo soccombe, addormentandosi di nuovo.

Sogna di essere sulla spiaggia di Cala Tuerredda, vicino a Teulada. Qui, nella primavera del 2002, veniva a passare quel poco tempo libero che il campionato di Serie B e le difficoltà del suo Cagliari gli concedevano. È sdraiato sulla sabbia, completamente nudo; i granelli bruciano contro la sua schiena. Non c’è nessuno: in fondo, pensa, un traghettatore è sempre da solo. Chi può comprenderne la fatica e il dolore? Una fitta al costato lo fa quasi urlare. Abbassando gli occhi verso il basso ventre si accorge che, là dove il grasso debordava fino a coprire l’inizio del pube, la muscolatura tonica forma una tartaruga ben pronunciata, la stessa che aveva quando giocava da stopper in Serie B con la Reggina. La mano di una donna si appoggia al suo ventre e si avvicina al membro che, lentamente, va in erezione.

Nedo si risveglia. Davanti a lui lo stesso volto di prima, più scavato e sofferente, lo fissa negli occhi. In pochi istanti capisce che non c’è niente da confessare: deve solo arrendersi, chinare il capo e tornare a dormire.