La mossa speciale

La mossa speciale

Vidi nella destra di colui che sedeva sul trono un libro scritto di dentro e di fuori, sigillato con sette sigilli. E vidi un angelo potente che gridava a gran voce: “Chi è degno di aprire il libro e di sciogliere i sigilli?”

Nessuno ha mai detto che i sigilli sarebbero stati aperti tutti assieme. Però lo abbiamo pensato tutti, e abbiamo aspettato. Anche quando l’apocalisse del calcio incombeva già su di noi e le fiamme squarciavano il campo e il cielo. Abbiamo aspettato. Ma eravamo distratti, ciechi, obnubilati dai lampi di genio e dalle botte nell’angolo alto, alla destra del padre. I sette sigilli sono stati aperti, uno dopo l’altro, in un tempo dilatato che non abbiamo riconosciuto, in una pozzanghera in cui il passato, il presente, il futuro e l’evoluzione del gioco sguazzano assieme senza mai salutarsi. I sette sigilli, le mosse speciali, stanno lì, persi nei nostri ricordi dei momenti in cui il prodigio si è manifestato. Ogni volta abbiamo pensato di assistere all’avvento di un nuovo profeta del pallone, e abbiamo aspettato. Stolti, orbi, illusi. Ma quelli non erano profeti, erano soltanto simboli, sintomi di una malattia strisciante che si è presa il pallone e lo ha ricoperto di una melassa insalubre. I poveri diavoli che li hanno portati tra noi ne sono stati lentamente consumati. Giovani campioni che non erano come gli altri, erano diversi, avevano dentro qualcosa di strisciante. 

La mossa speciale non è un’arma, non è una spada portata da un cavaliere e raccolta da altri dopo di lui. La mossa speciale è una magia potente, un parto dell’incesto tra gioco e videogioco. Ha un nome proprio e ha un solo possessore, che spesso sprofonda sotto il suo peso, dalla ribalta delle televisioni di tutto il mondo ai campetti di periferia in cui dieci spettatori non paganti urlano il nome del sigillo, chiedono la mossa e nient’altro. La mossa speciale resta impressa come sciagura indelebile sul volto dei suoi deboli servitori, in quella luce dannata in un angolo dell’occhio.

 

 1. La Kallaste

Poi, quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli, vidi e udii una delle quattro creature viventi, che diceva con voce come di tuono: “Vieni”. Guardai e vidi un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; e gli fu data una corona, ed egli venne fuori da vincitore, e per vincere.

Risto Kallaste è venuto al mondo il 23 febbraio del 1971, in un paese freddo, piatto e incoronato da 1500 isole. Oggi, nella sua memoria distorta dall’incantesimo, racconta che la sua partita più bella è stata una sconfitta per 2 a 0 contro l’Italia, a Trieste, il 14 aprile del 1993. Non ha mai segnato un gol in nazionale e porta ancora i capelli lunghi, biondi, come un talismano che possa risparmiargli il suo destino. Come tutti i servi dell’apocalisse, vorrebbe essere dimenticato. Ha un figlio, Ken, che ha i capelli neri e gioca in mezzo al campo. Anche Ken non ha mai segnato in nazionale. Probabilmente, quando guarda e riguarda le immagini di quella infernale catapulta quasi parallela alla linea laterale, Ken viene aggredito da un terrore furioso, inconcepibile. Non sa e probabilmente non vorrebbe mai sapere.

 

2. Il passo Okocha

Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii la seconda creatura vivente che diceva: “Vieni”. E venne fuori un altro cavallo, rosso; e a colui che lo cavalcava fu dato di togliere la pace dalla terra affinché gli uomini si uccidessero gli uni gli altri, e gli fu data una grande spada.

Augustine Azuka Okocha è venuto al mondo il 14 agosto del 1973, in un paese oleoso e sconfinato. Quando si è rivelato al mondo, il mondo ha visto una chioma rossa e un movimento ipnotico, ondulato come un serpente nella sabbia. Qualcuno ricorda ancora quella volta che, vicino alla linea di fondo, trovò lo spazio dove lo spazio non c’era. Okocha ha provato a nascondersi dal male che portava cambiando nome e facendosi chiamare Muhammet Yavuz, ma non è servito. Quando esegue la sua mossa speciale  sembra quasi che voglia fuggire dal pallone, ma poi cambia idea perché realizza che lontano da quella sfera c’è la morte per smembramento. Tra tutti i servi dei sigilli è sicuramente il meno vile, ma questo non lo rende coraggioso. Nella città di Ogwashi-Uku è stato costruito un piccolo stadio che porta il suo nome ed è la casa del Delta Force F.C. Oggi Okocha viene spesso immortalato alle serate di gala nigeriane ed europee vestito in modo appariscente. Non sorride quasi mai.

 

3. Lo Scorpione

Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii la terza creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo nero; e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano.

René Higuita è venuto al mondo il 26 agosto del 1966, in un paese della cintura del fuoco. I serpenti che ancora pendono dalla sua testa hanno visto sequestri di persona e grandi quantità di cocaina. Durante la sua ondulata carriera ha messo a segno 41 reti, quarto marcatore di sempre tra i portieri. Il sigillo si è materializzato nella sua mente durante le riprese di uno spot pubblicitario di una bevanda alla frutta. Ripetuta anche quando il suo corpo cercava disperatamente di trasbordare dalle tute attillate, la sua mossa speciale è apparentemente un’ode all’inutilità. In realtà si tratta di una sfida alla sacrale serietà del calcio, mai raccolta da nessuno. Dicono che non avesse la minima idea di come si posiziona una barriera, ma segnava su calcio piazzato.

 

4. La Foquinha

Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce della quarta creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo giallastro; e colui che lo cavalcava si chiamava Morte; e gli veniva dietro il soggiorno dei morti. Fu loro dato potere sulla quarta parte della terra, per uccidere con la spada, con la fame, con la mortalità e con le belve della terra.

Kerlon Moura Souza è venuto al mondo il 27 gennaio del 1988 in un paese dove il calcio è violenza e la violenza è musica. Un giorno, quando era ancora un bambino, due angeli cercarono di salvarlo, ma non avrebbero mai potuto. Quando era ancora un ragazzo ma sembrava un anziano vicino alla morte, cercò tristemente di ripetere il sortilegio, ma finì con la faccia nel fango. Il suo sigillo nasce e muore con la fiducia verso gli uomini che lo circondano, che Kerlon non riesce a vedere mentre cammina con gli occhi fissi sul pallone che gli rimbalza sulla fronte parallela al cielo. Dopo aver incantato le platee della terza serie giapponese, ha provato ad attraversare due continenti e un oceano per andare a giocare negli Atlanta Silverbacks, ma in Georgia non è mai arrivato. Si è fermato alle Barbados, sul campo dei Weymouth Wales. Pare abbia una smodata passione per le fette d’anguria, da mangiare all’aria aperta.

 

5. La Costlyña

Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che gli avevano resa. Essi gridarono a gran voce: “Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero, per fare giustizia e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sopra la terra?”

Carlo Yaír Costly Molina è venuto al mondo il 18 luglio del 1982 in un paese che tredici anni prima aveva combattuto la guerra del calcio, pareggiandola. È famoso per aver segnato 32 gol in nazionale e per l’abitudine di masticare i tappi delle bottigliette di plastica durante le partite. Ha spaventato le difese avversarie e i bambini negli stadi di Polonia, Inghilterra, Romania, Grecia, Stati Uniti, Cina e Turchia. Il suo sigillo è un inganno, una finta macchinosa che somiglia a una fionda. La sua mole infonde nell’avversario un senso di inquietudine, e anche se nessuno abbocca alla finta tutti restano per un attimo paralizzati dalla paura del mastodonte e del suo movimento potente, sgraziato, scomposto, imprevedibile e per tutti questi motivi estremamente pericoloso. Il 20 giugno 2014 ha segnato, contro l’Ecuador, il gol che ha interrotto un digiuno ai mondiali per la sua nazionale che durava dal 1982. Dopo, ha confessato candidamente di avere molta paura di Dio.

 

6. La Trivela

Guardai di nuovo quando l’Agnello aprì il sesto sigillo; e si fece un gran terremoto; il sole diventò nero come un sacco di crine, e la luna diventò tutta come sangue; le stelle del cielo caddero sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi.

Ricardo Andrade Quaresma Bernardo è venuto al mondo il 26 settembre del 1983, in un paese dove la palla si passa, si ripassa e si accarezza senza mai scagliarla verso la porta. Il soprannome Mustang evoca praterie e corse sospinte dal vento, nell’erba alta. Le sue orgogliose origini gitane gettano una strana luce su quella volta che, fuori da un tribunale, picchiò un poliziotto che cercava di difendere una zingara dalla sua furia. Cavallo pazzo, cavallo libero, cavallo storto. Il suo sigillo nasce da una torsione innaturale, dall’istinto invertito di una caviglia. È un manrovescio di piede, un dolore che provoca dolore, una distrazione che provoca stupore, poi noia, poi rabbia. Di tutti i servi dell’apocalisse, Quaresma è sicuramente il meno amato, accusato di ogni malefatta a ogni latitudine. Zingaro, arrogante, cavallo pazzo. Eppure è anche l’unico che con la sua mossa speciale è riuscito a cambiare qualche risultato, l’unico che forse la stoffa ce l’aveva davvero. Ma il sigillo non gli ha dato scampo, lo ha schiacciato a terra e un giorno lo ha spinto in un angolo freddo di uno spogliatoio turco. Quaresma, a quanto pare, in quell’angolo dello spogliatoio pisciò per terra.

 

7. La Cuauhtemiña

Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio nel cielo per circa mezz’ora. Poi vidi i sette angeli che stanno in piedi davanti a Dio, e furono date loro sette trombe. E venne un altro angelo con un incensiere d’oro; si fermò presso l’altare e gli furono dati molti profumi affinché li offrisse con le preghiere di tutti i santi sull’altare d’oro posto davanti al trono.

Cuauhtémoc Blanco Bravo è venuto al mondo il 17 gennaio del 1973 in un paese assolato e tagliente, la cui sagoma ricorda un piede che aggancia un golfo. In Europa lo ricordano per un gol su punzone al Real Madrid che fece perdere ai suoi compagni di squadra una scommessa da 4 milioni di pesetas. Gli immigrati e i figli degli immigrati di Chicago, invece, lo ricordano come Il Re. La mossa speciale di Blanco nasce e muore con un’idea. Un movimento semplice, che chiunque potrebbe ripetere ma che è restato legato a un solo uomo. Un uomo che appare quasi consapevole del suo destino di servo dell’apocalisse e che non ha mai provato a sfuggire al fardello del fato. Blanco ha custodito il suo settimo sigillo, lo ha spolverato ogni giorno e ha cercato di prepararsi alla fine di tutto come meglio poteva. Per esempio facendo finta di pisciare sulla linea di porta.