Maledetti simulatori

Maledetti simulatori

Articolo originale di Michael Gard per The Conversation

Sappiamo tutti che i calciatori professionisti fanno finta di farsi male. La situazione sta peggiorando? Probabilmente. Sappiamo perché? Probabilmente no, ma la storia può suggerirci alcune risposte plausibili. La prima cosa da dire è che nel calcio di oggi la simulazione ha assunto proporzioni endemiche. Secondo un articolo del Wall Street Journal, in appena 32 partite dell’ultima Coppa del mondo si sono persi 132 minuti per giocatori che si contorcevano a terra doloranti. Dei 302 che sembravano essersi seriamente infortunati, 293 si sono ripresi nel giro di pochi secondi. Solo nove calciatori si erano effettivamente fatti male.

Alcuni giustificano la teatralità dei giocatori con la velocità del gioco moderno. Ma è una tesi senza senso: nel corso dei decenni i calciatori sono diventati tecnicamente molto più dotati, ma il gioco ha rallentato. Il calcio professionistico europeo degli anni trenta e quaranta, ad esempio, era giocato a rotta di collo. In confronto alle partite a scacchi che vediamo in campo oggi, ogni incontro di quell’epoca era una frenetica e caotica commedia con i giocatori in continua collisione, senza lagne o recriminazioni. Le tre Coppe del mondo che hanno preceduto la seconda guerra mondiale, vinte da Uruguay e Italia (due volte), furono eventi brutali. I calciatori subivano infortuni gravi e gli arbitri offrivano loro pochissima tutela. Le biografie dei giocatori del passato suggeriscono inoltre che nascondere un infortunio e il dolore che provocava era considerato non solo più virile, ma anche una necessità tattica. Davanti agli avversari i calciatori non volevano mostrarsi sofferenti o, peggio ancora, intimoriti.

Le cose hanno cominciato a cambiare quando le federazioni hanno deciso di migliorare l’immagine del calcio punendo con più severità la violenza. È difficile fissare con precisione un punto d’inizio, ma la preoccupazione per gli infortuni dei calciatori professionisti sembra essere cresciuta negli anni settanta per poi intensificarsi negli anni ottanta. Di conseguenza il limite per definire ciò che era considerato fallo, cioè un contatto fisico non permesso dal regolamento, si è abbassato. A partire dagli anni duemila è stato pressoché impossibile per i giocatori dei campionati maggiori impegnarsi in quella che un tempo sarebbe stata considerata una legittima contesa per la palla. Naturalmente il possesso palla cambia con regolarità, ma solitamente il motivo è un passaggio o un controllo sbagliato. La lotta regolare ma intensa tra due calciatori per impadronirsi del pallone è in larga parte scomparsa.

Siamo arrivati al nocciolo della questione. Visto che oggi più che mai il gioco è fondato sul possesso della palla, farsela rubare è l’errore più grave che un giocatore possa commettere. E dato che è raro che succeda, quando accade è ancora più imbarazzante. In un contesto del genere le esagerazioni di chi sta in campo cominciano a sembrare più sensate. Urlando e gettandosi a terra, i calciatori forzano l’arbitro a prendere una decisione che in passato non sarebbe apparsa necessaria. A causa della scarsa tolleranza verso il gioco sporco, questo comportamento è in genere premiato con un calcio di punizione, anche se il contatto fisico è stato debole.

In alcuni casi, però, l’arbitro può decidere di non concedere il calcio di punizione, e a quel punto è il giocatore “infortunato” che ha una decisione da prendere. A volte la resurrezione dalle porte dell’inferno è miracolosamente istantanea, perché il calciatore si rende conto che la sua squadra ha effettivamente bisogno di lui per la prosecuzione del gioco. Altre volte il giocatore stabilisce che interrompere la farsa equivarrebbe a confessare e decide di continuare con il teatrino. Poiché in campo prevale la mentalità della sicurezza prima di tutto, questo normalmente causa l’interruzione del gioco per permettere all’“infortunato” di ricevere assistenza e a volte essere portato fuori dal campo in barella, per poi rigettarsi di nuovo nella mischia con rinnovato furore.

La diffusione di una pratica del genere è negativa per molte ragioni. Esercita un’ulteriore e inutile pressione sull’arbitro, per il quale diventa impossibile giudicare subito se un giocatore si sia davvero infortunato. Inoltre, visto anche il margine di successo, i giocatori sono incoraggiati a simulare gravi infortuni per far espellere un calciatore dell’altra squadra. Le espulsioni di un giocatore che ha a malapena toccato l’avversario sono ormai all’ordine del giorno. Soprattutto, con la simulazione si tenta di annullare il vantaggio che l’avversario ha ottenuto vincendo un contrasto per il possesso della palla. Riducendo la tolleranza sui falli, i legislatori del calcio hanno creato una cultura del gioco puritana e ipocrita, in cui esibire la scorrettezza dell’altro è più importante che affermare la propria correttezza.

Quello che il melodramma dei calciatori ci insegna è che proibendo un tipo di comportamento se ne crea quasi sempre un altro. Ogni conquista si paga con una perdita. Nel caso del calcio si è persa, e non è una cosa da poco, la capacità degli arbitri di punire tuffi e simulazioni. Dato che le simulazioni oggi sono un fenomeno dilagante, le leggi del calcio che le contrastano sono di certo le più infrante e inapplicate tra tutte quelle che regolano lo sport.