L’ultimo miracolo di Maradona

L’ultimo miracolo di Maradona

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Il presagio arrivò in una notte che diventò pioggia, poi diluvio e poi miracolo in fuorigioco. La sera del dieci ottobre 2009 Diego Armando Maradona si trovava a Buenos Aires, a pochi passi dalla linea laterale dello stadio Monumental. Alle sue spalle – altrettanto vicina ma allo stesso tempo tanto, troppo lontana – la panchina della nazionale Argentina. Il cielo della tarda primavera bonaerense aveva improvvisamente rovesciato un acquazzone su una partita brutta e nervosa, arbitrata in modo pessimo. Oltre quella linea bianca, oltre la punta dei piedi di Diego, i suoi giocatori si muovevano a fatica nel fango. Sopra le loro teste incombeva un cielo nero e pericolosamente vicino, attorno a loro una pioggia scura riempiva l’aria e avvolgeva la luce dei riflettori. E l’Argentina intera salutava in lacrime il suo idolo davanti al suo fallimento peggiore.

I giocatori del Perù erano asserragliati in area per difendere un pareggio che poteva sembrare inutile, ma soltanto a chi dimentica quanto è dolce tirare giù un dio dall’Olimpo e ballare sul suo cadavere. I giocatori argentini, frastornati, si guardavano intorno con la faccia sporca e umiliata, schiacciati dal cronometro che segnava il novantaduesimo minuto e dalla responsabilità di aver condannato l’uomo che non avrebbero mai voluto deludere. Soltanto uno di loro non aveva paura della tragedia che si stava abbattendo su tutto il paese sotto forma di diluvio e di pareggio. Un uomo strano, un pazzo totale, un incosciente, l’eroe di un film, il matto del villaggio, carne da cannone, soldato ottimista.

In quella notte di furia primaverile Martin El Loco Palermo, abbondantemente oltre la linea dei difensori e abbondantemente oltre la linea che separa la paura di perdere dalla certezza di vincere, segnò un gol a tre metri da una porta che non riusciva nemmeno a vedere, perché la pioggia era un muro e perché, probabilmente, aveva anche gli occhi chiusi. Pochi secondi dopo, mentre i compagni abbracciavano il pazzo che urlava alle intemperie e Diego si lanciava a volo d’angelo contro la pioggia, Víctor Hugo Morales strappava una frase alla penna e alla voce di María Elena Walsh, consegnandola ai faldoni più preziosi della storia del calcio: “Tantas veces me mataron, tantas veces me morí, sin embargo estoy aquí, resucitando.”

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Oggi la storia di quel mondiale è storia nota e abusata. Il tempo, col suo passo lento e pesante, ha distorto la memoria convicendoci che andò come tutti si aspettavano, come doveva andare. Ma la verità è che in quell’inverno africano del 2010, prima della tempesta di coincidenze e segnali, erano in pochi a prevedere quale sarebbe stato l’epilogo. Mentre il mondo del calcio che conta si lamentava delle traiettorie impazzite dello Jabulani e avanzava le solite, scriteriate previsioni sull’atteso trionfo del calcio africano, Diego Maradona e la sua Argentina affrontarono le avversarie del gruppo B, sul lato più difficile del tabellone. Vittoria stentata contro la Nigeria all’esordio, poi Corea del Sud e Grecia superate di slancio. Prima di ogni partita Maradona baciava i suoi giocatori, perché diversamente da tutti gli altri allenatori sapeva che al mondiale una benedizione conta più  di una lavagna tattica. Qualcuno, primo tra tutti Carlos Tévez, sembrava vagamente a disagio davanti a questa ingombrante investitura sentimentale. Qualcun altro, a ragione, faceva notare che Maradona non aveva mai dato un’identità di gioco alla sua squadra. Precisazioni buone per i giornali e per i bar, ma non per i cieli e le tempeste. L’Argentina giocava male e vinceva. Si diceva che fosse grazie ai suoi campioni e non certo per merito del suo buffo condottiero. Sovrappeso, mal vestito, troppo emotivo, poco razionale e probabilmente troppo carismatico ma incapace di gestire il suo stesso carisma. L’Argentina di Messi va avanti ma non convince, scrivevano. Maradona si affida alla sorte perché non sa allenare, dicevano. Diego però non aveva tempo di rispondere alle critiche. Doveva preparare la partita contro il Messico ma soprattutto doveva guardare Germania- Inghilterra, in programma il 27 giugno nella “città delle rose”, Bloemfontein.

Gli dei, si sa, non amano le partite interlocutorie, e avevano atteso pazientemente il loro turno. Si svegliarono in quel pomeriggio fresco di fine giugno, in quella città che conserva ostinatamente i modi e le imposizioni del colonialismo olandese. Nella seconda metà del primo tempo, Maradona osservava la giovane Germania proteggere il suo doppio vantaggio dall’assalto degli inglesi, e probabilmente pensava che sulla sua strada si sarebbero parati nuovamente i panzer, gli efficienti e geometrici avversari che gli avevano strappato il suo secondo mondiale in una notte di vent’anni prima, tra capriole d’imbroglio, decisioni arbitrali poco opportune e il tradimento della sua seconda patria. O forse non lo pensava, perché forse sapeva. Non è dato saperlo, ma dopo tutti questi anni, mentre il resto del mondo continua a ripetere inebetito frasi senza senso sul destino e l’inevitabilità, è bello pensare che Diego avesse una sua speranza che non aveva niente a che fare col calcio.

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Oggi tutti ricordiamo come andarono le cose, quella sera a Bloemfontein. Al trentasettesimo del primo tempo Upson segnò di testa il gol della speranza, apparecchiando la tavola per il primo momento decisivo del mondiale. Un minuto dopo, Lampard lasciò partire un mezzo pallonetto che scavalcò Neuer e andò a sbattere sull’erba oltre la linea di porta. Gol netto per tutti gli spettatori e per tutti gli altri davanti alla tv, ma non per l’arbitro uruguaiano Larrionda, immortalato dalle telecamere mentre faceva cenno che no, non era gol, niente rimonta. Poi però qualcosa, una misteriosa interferenza che ancora oggi non ha un nome perché forse non ce l’ha mai avuto, sussurrò nell’auricolare di Larrionda che non era così che sarebbe andata. Improvvisamente l’arbitro chinò il capo, rassegnato e come circondato da un silenzio impositorio, prima di indicare il cerchio di centrocampo e convalidare il gol. Dal caos di proteste e spintoni uscì un’Inghilterra galvanizzata, che con la doppietta di Rooney e un paio di parate decisive di David James schiacciò una Germania troppo inesperta per reggere la tensione del momento. Il giorno dopo l’Argentina superò un Messico abbastanza trascurabile grazie ai colpi di Tévez e Higuain, permettendo a Maradona di sfogarsi malamente con tutto e tutti.

A distanza di cinque anni molti ripetono che la sua sfuriata in sala stampa, suggellata da un microfono che decollò dalla scrivania e andò a sbattere contro il ginocchio del malcapitato Salvatore Bagni (presente chissà come e perché), era soltanto un modo per caricare la squadra in vista della partita con gli inglesi, dell’eterna sfida tra la fantasia del popolo e l’arroganza della nobiltà. Ma la verità è che quel giorno, ancora quel giorno, si disse e si scrisse che Maradona era stato fortunato a trovare il Messico e che non aveva molte speranze contro l’Inghilterra, superiore a centrocampo e allenata dal vero maestro Fabio Capello. Anche la famosa frase pronunciata da Maradona alla vigilia – “non posso vincere il mondiale senza battere l’Inghilterra” – fu deliberatamente fraintesa e riportata come un’ingenua tautologia.

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Tante volte mi hanno ucciso. La partita del tre luglio, giocata a Città del Capo, non fu la partita che tutti avevano previsto. Fu invece la partita in cui i segnali smisero di gocciolare e piovvero. Fu la partita dei falli a ripetizione, delle ammonizioni timide dell’arbitro Irmatov, della definitiva uscita di scena dell’idolo di plastica Messi, della consacrazione tardiva di Juan Sebastian Verón e del salvataggio sulla linea di Demichelis, con i capelli più che con la testa. Ma soprattutto fu la partita del gol di Javier Pastore. Un gol che molti hanno paragonato a quello immortale segnato da Diego, sempre contro l’Inghilterra e sempre nei quarti di finale, quasi trent’anni fa, anche se in realtà l’azione di Pastore ha un ritmo completamente diverso, in controtempo. Al trentesimo della ripresa, quando tutti gli altri erano impegnati a difendersi dalla paura del fallimento tirando calci a caso e protestando, Pastore entrò al posto di uno spento Messi. Due minuti più tardi, dopo uno scontro a centrocampo tra Mascherano e Gerrard, quello che Maradona aveva definito “un maleducato del calcio” (e ci vuole maleducazione, in mancanza di pazzia, per essere amato dagli dei) prese palla e cominciò a scartare gli avversari. Con tunnel, finte di spalla e un passo lento che sembrava non avere destinazione. Saltati Barry, Milner e Ashley Cole, troppo stanchi per rincorrerlo. Triangolo secco con Aguero e tiro a filo d’erba e di palo, dal vertice destro dell’area di rigore. Capello si lamenta per un fallo di Mascherano su Gerrard. Maradona in campo, Inghilterra in ginocchio. Oggi quelle immagini hanno perso un po’ vigore, perché Pastore non ha fatto la carriera che ci si aspettava dopo quel gol e perché in fondo quello non era e non poteva essere il suo mondiale. Ma in quel momento, a Città del Capo, lo stadio volle credere di aver rivisto Diego e che così devono andare le partite tra Argentina e Inghilterra, sempre e per sempre. Con un talento imprendibile che sconfigge gli inglesi ringraziandoli di aver inventato il calcio nel mondo più semplice, facendogli vedere come si gioca.

Tante volte sono morto. Il sette luglio del 2010, a Durban, la Spagna doveva dimostrare a tutti che l’Europeo non era stato un episodio, che era arrivato il momento di aprire una dinastia del nuovo millennio. Ma a quel punto, dopo aver visto Argentina-Inghilterra, ci credevano in pochi. Gli spagnoli provarono a giocarsi l’unica carta che avevano, quella del gioco sporco per far crollare emotivamente Messi e scatenare il caos nello spogliatoio argentino. Titolacci sui giornali, insinuazioni su un presunto problema di alcolismo della Pulga, dichiarazioni al veleno dei suoi compagni del Barcellona. Non funzionò, perché Maradona decise (inconsapevolmente, dicono) di proteggere il suo numero dieci tenendolo fuori dalla formazione titolare. L’Argentina giocò l’intera partita nella sua metà campo, Tévez pagò la sua scarsa propensione alle effusioni con un doppio palo al novantesimo e i supplementiari arrivarono e passarono senza lasciare traccia. La sequenza dei rigori, rivista oggi, appare come l’ennesima finestra su un passato sbiadito e sull’umorismo divino. Puyol/Baresi: gol. Heinze: gol. Xabi Alonso/Baggio: gol. Verón: gol. Fabregas/De Agostini: gol. Mascherano: gol. Iniesta/Donadoni: parato. Messi: gol. Villa: parato. Maradona e l’Argentina in finale.

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Ma sono ancora qui. Il cerchio si chiude sempre, e il cerchio si chiuse alle dieci di sera dell’undici luglio 2010, al Calabash di Johannesburg, al minuto novantuno. Ancora uno zero a zero, trascinato fino allo sfinimento. Le tribune piene di giornalisti con il loro articolo pronto e impacchettato attorno al destino che non poteva non compiersi. Una volata di Di María in contropiede imbizzarrito, con il misterioso Giovanni van Bronckhorst che lo abbatte sulla linea dell’area di rigore. L’arbitro poliziotto Webb  che decide punizione dal limite, niente rigore. Maradona fuori di sé, espulso per proteste. La punizione di Tévez che rimbalza tra i polpacci e i parastinchi dei giocatori in barriera. La presa difettosa di Stekelenburg. Il pallone impazzito, anzi no, guidato con mano decisa, che carambola tra i difensori e quasi si ferma a un metro dalla porta, proprio lì dove c’è un uomo più grosso degli altri, un pazzo, che il pallone quasi lo manca, lo sfiora appena e lo guarda, stavolta sì che lo guarda mentre rotola oltre la linea. Fischio finale. Mascherano alza la coppa. Gli argentini hanno la faccia di chi non sapeva e adesso sa, e in cuor suo ringrazia. Maradona non c’è, non può esserci. Le telecamere lo cercano e non lo trovano. È negli spogliatoi, da solo. Probabilmente piange, sicuramente prega.

Non andò come doveva andare, perché niente va come deve andare. Non esiste un destino, c’è solo il sospetto che qualcuno, ogni tanto, si prenda la briga di intervenire per indirizzare la breve traiettoria di un suo figlio prediletto. Uno che è morto e ancora cammina. Resuscitando. 

megaschermo