Lev Yashin e Nikolai Starostin, Vagankovo, Urss

Lev Yashin e Nikolai Starostin, Vagankovo, Urss

Cimitero di poeti, artisti e sportivi, sepoltura collettiva dei martiri di guerra e delle vittime del terrorismo ceceno, il cimitero moscovita di Vagankovo era nato con ambizioni più modeste. Nel 1771, infatti, da queste parti la grande città non era ancora arrivata, e il cimitero aprì i battenti perché c’era da offrire un’ultima dimora a centinaia di morti di peste. Col passare degli anni e l’estendersi tentacolare della metropoli, è cresciuto anche il profilo pubblico e l’importanza dei morti di Vagankovo.

In età sovietica il cimitero venne pienamente integrato alla città di Mosca, a poca distanza dalla fermata di metropolitana Ulitsa 1905 Goda, nel quartiere di Krasnaya Presnya, e cominciò a ospitare eminenti artisti e sportivi dell’Unione. Pugili, drammaturghi, giocatori di hockey, cantanti, ginnasti o attori. Uomini illustri il cui nome forse riecheggia ancora (ma sempre meno) nella memoria di qualcuno. Come quello del più famoso di tutti i presenti, il poeta Sergei Esenin, o quello del cineasta Grigori Chukrai, autore di La Ballata del soldato, film emblematico dell’epoca chruscioviana, capace di oltrepassare la Cortina di ferro, venendo premiato a Cannes e proiettato negli Stati Uniti nel 1960. 

Durante la settimana il cimitero è quasi deserto, avvolto in un silenzio irreale, amplificato dagli alberi e dalla relativa distanza dai larghi e trafficatissimi viali moscoviti. Solo centro metri separano la tomba di Lev Ivanovic Yashin (1929-1990) da quella di Nikolai Petrovic Starostin (1902-1996), cittadini eccellenti e bandiere del calcio sovietico. Destini incrociati, ma che non sarebbero potuti esser più diversi. Yashin che nacque e morì sovietico. Starostin che nacque nella Russia zarista e morì in quella post-sovietica, attraversando tre forme di governo. Entrambi furono calciatori, entrambi giocatori di hockey (Yashin vinse anche una coppa di Russia come portiere della Dinamo Mosca). Entrambi furono simboli di un unico club: Yashin della Dinamo, Starostin dello Spartak. Il primo passò indenne da purghe ed epurazioni, il secondo fu vittima del terrore staliniano e delle gelosie calcistiche di Berija.

YashinOK

Starostin, figlio di una guida della Società Imperiale di Caccia, nel 1921 fu scelto per guidare la sezione calcistica del neonato Circolo sportivo di Mosca, poi Spartak Mosca, creatura foraggiata dai lavoratori delle cooperative agricole, sovkhoz e kolkhoz, che rivaleggerà col Cska dell’esercito, il Lokomotiv dei ferrovieri e soprattutto la Dinamo, creatura dell’Nkvd, la polizia segreta. Yashin, cresciuto durante gli anni della guerra, fu mandato ragazzino in fabbrica per sostituire gli operai che si trovavano al fronte, cominciò a giocare in porta ed esordì nel 1950 in una partita dove (a volte i presagi funzionano al contrario) subì un clamoroso gol direttamente da rimessa dal fondo del portiere avversario.

La vita di Starostin prese una svolta tragica quando cominciò ad attirare le ire della persona sbagliata, Lavrentij Berija, capo della polizia segreta e presidente della Dinamo Mosca. Berija lo fece arrestare, insieme ai fratelli, anch’essi calciatori e dirigenti del club, accusandoli di attività sovversiva. Il motivo in realtà era più triviale: lo Spartak era molto più forte della sua Dinamo. Dopo due anni d’interrogatori e detenzione alla Lubyanka, la prigione del Kgb, Starostin fu condannato a dieci anni in Siberia insieme ai fratelli.

Mentre Starostin era in Siberia, Yashin si faceva strada: impressiona ai mondiali 1958, diventa il Ragno Nero e vince l’Europeo del 1960. Onorato col Pallone d’oro nel 1963 e l’Ordine di Lenin nel 1967, ricoperto di premi individuali, ancora oggi resta per molti il “miglior portiere della storia del calcio”, l’uomo che Mazzola ammetteva essere più forte di lui e cui il poeta Yevgeny Yevtushenko dedicava versi.

Starostin, cui la destalinizzazione restituì l’onore e la libertà, oltre alla possibilità di tornare allo Spartak (nel ruolo di presidente che ricoprirà dal ’55 al ’92), diventò anche lui una leggenda del suo club. In vent’anni di tormenti e quaranta di onorata carriera da dirigente, ricevette il titolo di eroe del lavoro e tre Ordini di Lenin, i primi due a mezzo secolo di distanza, tra 1937 e 1987. Yashin, dal canto suo, visse coccolato dal regime di cui non ebbe il tempo di vedere la fine, morendo di cancro un anno prima del crollo dell’Unione Sovietica e quattro anni dopo l’amputazione di una gamba.

A voler cercare i segni dei rispettivi destini nelle loro sepolture, si ha la sensazione di poterli trovare.

BeskovOk 

Poco dopo l’ingresso principale di Vagankovo, il monumento funebre di Konstantin Beskov, ex attaccante e leggendario allenatore (tra le altre squadre, anche della nazionale sovietica), segnala la zona in cui sono concentrate le tombe degli sportivi. La sepoltura di Beskov, che in vita ingaggiò un duello ideologico e calcistico col colonnello Lobanovsky, richiama ai valori di fratellanza dello sport, con la statua di due bambini cui qualcuno ha stretto al collo una sciarpa della Dinamo e una del Lokomotiv.


Appena più avanti, la tomba di Starostin è in perfetto equilibrio tra kitsch e realismo socialista. Il suo busto fiero e pulito, quello della sua gioventù, sovrasta un mini-campo da calcio verde con un pallone bianco e nero inchiodato al terreno. Sparsi sul monumento ci sono fiori e foglie secche. Nella griglia che lo circonda sono fissate alcune sciarpe e una grande bandiera bianca divisa in quattro da una sottile croce rossa. Ai quattro lati campeggiano le lettere latine F, C, S e M: Football Club Spartak Mosca. Starostin eroe sovietico  ma soprattutto simbolo dello Spartak, come se anche i tifosi odierni ci tenessero a rimarcarlo.

La tomba di Yashin è più essenziale, interamente in pietra grigio chiaro. Sulla lapide il portiere è scolpito in basso rilievo e di profilo. È un ritratto semplice, austero. Calzoni corti, la D di Dinamo sulla maglia, un pallone nella mano destra e i guanti, sfilati, nella sinistra. In compenso a terra è un tripudio di fiori bianchi e rossi. Nelle coccarde e fascette che li tengono insieme non compare nessun richiamo al suo club, la Dinamo. Come se Yashin, più di ogni altra cosa, rimanesse il simbolo stesso di un’epoca intera, di tutto il movimento calcistico sovietico, baciato dal talento e dalle circostanze storiche. Senza distinzioni di squadre e senza dolorosi richiami ai trapassi storici post-imperiali o post-sovietici.