Lettera da Marsiglia

Lettera da Marsiglia

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa missiva dalla Francia. All’interno della busta, oltre alla lettera, abbiamo trovato una croce di Malta arrugginita, una carta da gioco piacentina (un due di coppe) e un elastico verde.

Caro Valderrama,

Io odio i francesi. Li odio profondamente e li ho sempre odiati fin da bambino, da quando in un giorno d’inverno, avrò avuto non più di 5 anni, il commesso di una bottega di Parigi mi sgridò davanti a un gruppo di sconosciuti perché era infastidito dalla mia pronuncia della parola tè (ancora oggi mi chiedo, ma la pronuncia di “tè” non è uguale in tutte le lingue?). Da quel momento e per il resto della mia esistenza, un’esistenza oggi in bilico, per ogni singolo francese che ho incontrato ho provato un senso di profonda antipatia, sospetto e ostilità. Oltre ai francesi ho odiato e odio anche la Francia, la stessa Francia dove, per uno scherzo del destino, sono costretto a vivere da ormai due anni. Oggi sopravvivo confinato in un brutto quartiere di una brutta città come Marsiglia. Non conosco quasi nessuno. La sera cammino per strada senza una meta, un po’ spaventato dalle brutte facce che mi circondano.

Le mie giornate le trascorro davanti a uno schermo, a guardare le partite e parlare di calcio al telefono con i miei amici rimasti in Italia, che non vedo da anni. Loro ormai non sanno quasi niente di me, ma siamo ancora legati da un affetto profondo, per quanto rude e senza effusioni. In questa città vivo male. Ma non posso andare via, per motivi che non starò a spiegare. Mi si creda sulla parola. Fino a ieri ho tirato avanti seguendo una routine senza passione, tenendo a freno la mia rabbia e le mie recriminazioni. Ma ormai non ci riesco più. Ora che ho capito, ora che vedo tutto con chiarezza, non so se potrò ancora restare qui. Non posso partire, forse non posso restare. Nei prossimi giorni dovrò prendere una decisione dolorosa. Ma per il momento non ci penso, voglio solo spiegarmi.

Ormai da dieci anni, ogni volta che mi trovo a discutere con un francese (raramente) o a parlare del mio astio verso i francesi in generale (spesso) finisco immancabilmente a parlare del campionato del mondo del 2006. Io quel giorno a Berlino ero presente, ero lì quando abbiamo strappato il mondiale ai francesi. Da dieci anni la vittoria di quella partita e di quel trofeo segna il culmine delle mie sfuriate contro i francesi, il momento in cui riesco a incanalare l’odio, l’argomento a cui mi aggrappo per giustificarmi e assolvermi. Da dieci anni continuo a rigirare il dito nella piaga, godendo del dolore dei francesi, dei francofili e di chiunque provi a manifestare solidarietà verso il nostro nemico, il mio nemico. La coppa l’abbiamo vinta noi perché era destino, dico. Se avessimo tirato altri 250 rigori li avremmo segnati tutti, ripeto. Era così che doveva andare ed è così che andata, nessuno può dire il contrario. Noi abbiamo vinto, loro hanno perso e quindi, fino alla prossima finale mondiale, sarebbe il caso che smettessero di avere quell’atteggiamento insopportabile. Loro, naturalmente, non smettono mai di avere un atteggiamento insopportabile. Ma a me va bene così, mi basta il dolore che ancora oggi vedo affiorare sui loro volti quando si parla di quel momento. O meglio, andava bene, perché ora le cose sono cambiate.

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Negli ultimi giorni, da quando fa un po’ più freddo e le passeggiate serali mi provocano più dolore che piacere, ho cominciato a frequentare un bar, uno di quelli dove gli anziani cercano un pretesto per litigare e gli immigrati si fanno trattare come bestie. In questo bar, come al solito, ho tirato fuori ogni sera l’argomento della finale del 2006, prendendomi gli insulti, le provocazioni e gli inviti degli avventori a levarmi di torno. Diversamente dal solito, però, il racconto del trionfo italiano sulla Francia non mi dava alcun appagamento. I miei interlocutori, come sempre, si innervosivano e perdevano le staffe, ma io non riuscivo più a godere di questa reazione. Al contrario, sentivo crescere un imbarazzo mai provato, un’inquietudine profonda, come quella che si prova appena prima di capire che qualcuno ci ha teso un tranello, ed è troppo tardi per tornare indietro. Era, per tornare alla metafora, come se rigirare il dito nella piaga provocasse al dito un dolore pari a quello della piaga stessa.

Ieri notte, finalmente, la mia inquietudine ha fatto quel passo che le mancava per diventare coscienza. Uscito dal bar con la mente offuscata dai fumi dell’alcool (o forse mi hanno buttato fuori, non ricordo) ero assolutamente deciso a non tornare a casa, un po’ perché il vento era calato e un po’ perché è difficile voler tornare in un monolocale di 20 metri quadrati con un padrone di casa spietato e vendicativo. Così ho seguito la linea del porto, poi quella dei negozi chiusi da tempo immemorabile, infine quella delle ombre di Noailles e delle prostitute di Reformés, fino a quando non mi sono ritrovato, molto più confuso che ubriaco, davanti a una piccola strada in salita, piena di macchine arrampicate sui marciapiedi, topi che schizzavano da tutte le parti e lampioni fuori uso. Una strada come ce ne sono centinaia, a Marsiglia.

È lì che ho trascorso il resto della notte, in piedi, appoggiato a un muro, a guardare i topi, ascoltare le grida dei neri in rissa con gli arabi e a pensare a quella maledetta partita. Poi, saranno state le 4 e mezza di notte, l’ora più buia di tutte, finalmente ho capito. Subito ho pensato di correre a casa e riguardare la partita, ma in realtà sapevo di non averne alcun bisogno. A volte si ha il dubbio di aver lasciato aperto il gas a casa, ma quasi sempre si è perfettamente consapevoli che quel sospetto è piuttosto una certezza. La mia era una certezza. Mi ci sono volute altre due ore per darle i contorni, ma ciò non ne ha cambiato la sostanza. Questa è la mia conclusione. Una conclusione che non mi pare il caso di argomentare perché, come tutte le migliori conclusioni, si pone al di là di ogni argomentazione.

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La finale dei campionati mondiali del 2006 è stata la più grande vittoria della Francia nei confronti dell’Italia su un campo da calcio. Noi abbiamo vinto la coppa e la partita, ma per la storia questo non ha alcuna importanza. Dopo averci battuti nel 1998 e umiliati nel 2000, i francesi sono riusciti a batterci anche perdendo la partita. L’Italia ha vinto perché era destino, e di questo si sono accorti quasi tutti. Ma la Francia ha fatto qualcosa di molto più meritevole: ha dimostrato come si perde contro il destino. Il massimo compimento dell’uomo, come sappiamo ormai da 2500 anni, è scontrarsi con il destino/divinità e perdere. La grandezza dell’uomo sta nella sconfitta, combattuta e mai temuta. In fondo anche io lo sapevo, l’ho sempre saputo. Soltanto mi ci sono sono voluti dieci anni per guardare in faccia la realtà, e come tutte le realtà dolorose, una volta guardata in faccia non si dimentica e non si può mascherare, abbellire. Rimane lì, immobile, e ti fissa negli occhi.

Quella sera la Francia ha giocato meglio e ha perso, ma in questo non c’è nulla di straordinario. La grandezza sta nella lucidità con cui i francesi hanno capito che avrebbero perso e nella furia con cui si sono opposti a una conclusione inevitabile. Sono passati 10 anni e due mondiali, e molti di noi continuano ad andare in giro a canticchiare po-popo-popopopo e a nominare Grosso e Materazzi come se fossero i nomi più conosciuti del pianeta. Ma la verità è che il resto del mondo ha dimenticato del tutto il mondiale del 2006. Per gli altri è stato un mondiale come un altro, noioso quanto quello sudafricano, farsesco quanto quello brasiliano. Quel mondiale è importante soltanto per noi e per i francesi. E forse per qualche tedesco, ma si sa, di loro non frega niente a nessuno. 

Io ricordo ancora tutto, ma ora in mezzo al tutto emergono alcuni momenti più luminosi degli altri. Ricordo Zidane che sgrana gli occhi poco dopo la parata di Buffon e poco prima di sfogarsi su Materazzi, con uno sguardo da cui emerge la sua totale consapevolezza di non potercela fare nonostante stia giocando forse la migliore partita della sua vita. Ricordo l’urlo di Sagnol all’ultimo rigore tirato dai francesi, con una rabbia incontenibile, a metà tra l’aspirazione suicida e la follia omicida. Ricordo il crollo emotivo di Pirlo durante i rigori, il suo pianto sempre più incontrollato, pavido, manifestazione più intima di un uomo completamente abbandonato al destino perché non ha più forze. Ricordo il cappello da imbecille di Materazzi. Ricordo Oddo che taglia i capelli a Camoranesi.

Quei momenti li ho ricordati e protetti per tutti questi anni, ma non li avevo capiti. Oggi li ho capiti. Oggi capisco che la festa dell’Italia era la festa di un gruppo di pensionati che hanno vinto la lotteria dividendo la spesa per i biglietti, che stappano spumante da quattro soldi, appena prima di scannarsi per le quote. Oggi capisco che nella sconfitta della Francia c’erano tutto l’onore e l’orgoglio che alla nazionale italiana sono sempre mancati. Oggi ho capito, e dovevo dirlo a qualcuno. Da domani, probabilmente, resterà il mio odio per la stupida Francia e gli ottusi francesi, ma a questo odio si aggiungerà l’invidia. L’invidia  per la partita che abbiamo vinto noi.

P.S. Se la polizia italiana dovesse farvi visita e rivolgervi domande sul mio conto, consegnategli pure questa mia missiva. Non abbiate paura, non contiene alcun indizio incriminante.

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