La scomparsa di Marco Giampaolo

La scomparsa di Marco Giampaolo

15 settembre del 2013 all’Idroscalo di Milano. Il campione di formula 2 di motonautica, Paolo Zantelli, concorre per il “Gran Premio città di Milano” valido per il campionato europeo di categoria. L’imbarcazione del pilota quarantottenne tocca quella di Jelf Owen, si alza in volo ruotando a 360 gradi ma non riesce a completare il suo looping. Il motoscafo sprofonda nell’acqua. Paolo Zantelli perde la vita, lasciando la moglie Milena e il figlio di 6 anni, Giampaolo.

Il 21 settembre del 2013 al Mario Rigamonti il Brescia affronta il Crotone. I due allenatori, Drago e Giampaolo, mascherano la tensione per la partita partecipando con espressione solenne al minuto di silenzio in onore di Zantelli. I tifosi di casa, smanicati o a petto nudo nella curva esposta al tenue sole del primo giorno d’autunno, interrompono il silenzio con il consueto applauso, ansiosi di assistere alla gara. È il Crotone dei giovani di Drago: Crisetig, Dezi, Cataldi e Bernardeschi. Proprio quest’ultimo insacca un pallone a porta vuota, dopo l’uscita sbagliata di Cragno, portando i calabresi in vantaggio dopo 39 minuti. La difesa del Brescia sbanda, e al 41esimo permette a Pettinari di segnare il 2-0. La reazione dei padroni di casa, con il gol del difensore Di Cesare all’inizio del secondo tempo, non serve a nulla. Le espressioni di Giampaolo, durante l’intera partita, sono altalenanti. A tratti il suo viso è immobile, contratto, con gli occhi sgranati. Alle volte sembra digrignare i denti, senza riuscire a urlare, impotente, come accade durante alcuni sogni. Non è chiaro se serrando la mascella tenti di arginare i demoni che ne abitano il corpo, o se provi a preservare la fioca scintilla di vitalità che ancora ne muove l’esistenza. Giampaolo è arrivato a Brescia dopo 600 giorni di inattività, in un clima che è al contempo di diffidenza e di rispetto per quello che è ancora, e nonostante tutto, considerato uno degli allenatori di prospettiva del calcio italiano. Ha firmato un biennale. Il presidente Corioni lo ha voluto incontrare di persona, nonostante le rassicurazioni del ds Iaconi, mentore dell’allenatore. Il patron è una vecchia volpe e non si fida di un uomo che ha passato quasi due anni seduto su un divano in ciabatte, che ha perso il contatto con il campo, i calciatori, la stampa. Un uomo che ha perso il contatto con il tempo. Corioni ha usato parole come “progetto ad ampio respiro”, e Giampaolo ha annuito, senza dargli troppa soddisfazione, inalando lentamente e a intermittenza l’aria pregna di umidità e diserbanti del centro sportivo. Il suo respiro è innaturale, forzato, come se da un momento all’altro dovesse resistere ad una lunga apnea. Già durante il ritiro si è accorto che la squadra, proclamata dalla dirigenza come “da promozione”, è in realtà una accozzaglia di tante bandiere sbiadite e di pochi ragazzini imberbi.

Mentre la squadra esce dal campo avvilita, la curva invoca il ritorno di Calori. Un uomo della Digos, in occhiali da sole, si avvicina all’allenatore. “Uè mister, cà scoppia nu’ putiferio. Vall’ a discere na parola a questi spatriati, facci passà na’ jurnata tranquilla che sennò cà non ce ne jamme chiù.”

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Giampaolo chiude gli occhi e vede il mare di Giulianova, dove è cresciuto come uomo e come calciatore. Si dirige, sciancato, verso i tifosi. Attraverso le reti di divisione le urla degli ultras suonano come ululati confusi. Le particelle di saliva che impattano sul volto dell’allenatore lo trasportano per qualche istante lontano da quel posto inospitale, ricordandogli la salubre brezza marina di luoghi familiari, rassicuranti. Giampaolo è poi strattonato dagli uomini della società in uno stanzino, dove dovrebbe rassicurare un gruppetto di tifosi. Le parole che rimbombano sui muri costruiti con materiali di scarsa qualità sono quelle di sempre, anch’esse di infima malta: onore, sangue, palle, sudore. Poco dopo lo stadio si svuota. I calciatori, confusi dalla atmosfera di resa che già si respira negli spogliatoi a poche giornate dall’inizio del campionato, entrano nelle macchine e si allontanano nel crepuscolo. Giampaolo va via per ultimo. Spegne il cellulare. Nessuno sa dove vada quella notte.

La mattina dopo, secondo qualcuno, parla con Corioni. O con suo figlio. O forse i due non si incontrano affatto. Il presidente, la faccia corrucciata schiacciata dietro occhialetti, abbronzatura e capelli tinti troppo moderni, lo guarda fisso negli occhi. Gli conferma una fiducia di circostanza, dicendogli di ignorare i capricci della piazza. Giampaolo guarda verso Corioni, ma ne evita lo sguardo, fissando la fronte spaziosa del presidente. Nessuno sa cosa si dicano in questa occasione, né se si siano davvero incontrati. Le dichiarazioni sono contraddittorie, ma tratteggiano i contorni sfuocati di una scena indecifrabile, misteriosa: “Incredibile, lasciare senza dire nulla, senza giustificare una scelta del genere. Così no, non mi era mai successo. Non so cosa sia successo a Giampaolo. No, non ha presentato giustificazioni. Non so, forse l’ho elogiato troppo, forse non ha retto alle pressioni, anche ai troppi complimenti. Ma resto convinto che sia un allenatore bravissimo, uno dei migliori che ho avuto. Spero che torni. Quel che ha fatto è grave, ma voglio capire il perché. Sono allibito, ho 76 anni e non avevo mai visto una cosa del genere”.

È domenica e la squadra aspetta l’allenatore sul campo, fra pochi giorni c’è il turno infrasettimanale con il Carpi. Dopo qualche ora è il secondo Micarelli a prendere in mano la situazione prima che l’attesa snervante si trasformi in ammutinamento. Iaconi prova a chiamare Giampaolo, ma viene raggelato ad ogni telefonata dalla voce meccanica di un risponditore automatico, senza empatia. I veterani del gruppo, invece di pranzare con le famiglie, decidono di andare a casa del mister. Caracciolo, Budel, Zambelli, ognuno con la propria auto, ognuno privo di qualsivoglia motivazione per un gesto dovuto e annacquato dalla tediosa ricerca del parcheggio fra i palazzi ribollenti di casoncelli. Nessuno risponde al citofono, le persiane restano chiuse. I tre provano a urlare qualche parola di conforto verso la finestra dell’allenatore e, mestamente, si rimettono in macchina.

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Giampaolo è scomparso. I giornali iniziano a speculare, la società a frignare, i tifosi a sfottere. Qualcuno pensa già al peggio: “Un evento inusuale dai lineamenti tragici quello che ha come protagonista l’ex allenatore del Catania, che fonde nuovamente la cronaca allo sport”. Le ultime braci del falò mediatico accesso dalla vicenda di Pessotto, a distanza di anni, stanno ancora ardendo sotto la cenere. A Carpi, in panchina va uno strano trio composto dal presidente, da Gigi Maifredi e dal vice di Giampaolo. Con un maldestro gioco di parole, un giornale scrive: “L’uomo Cragno ferma il Carpi e il Brescia strappa il pari”. Zero a zero. Zero: come le notizie sull’allenatore. Federica Sciarelli, conduttrice Rai, vuole sbrogliare la matassa con il più anacronistico, morboso, titillante dei mezzi: Chi l’ha visto. Ed è questo dettaglio a rendere la vicenda ancora più misteriosa: l’ufficio stampa della società nega il permesso alla trasmissione di ficcare il naso nella faccenda. La conduttrice dichiara: “Per adesso allarme rientrato. Ci abbiamo lavorato stamani, ma l’ufficio stampa del Brescia ci ha detto che in realtà è scomparso solo per loro… Ci ha molto tranquillizzato”. Cosa è successo allora? Come è possibile che non si sappia nulla di Giampaolo se il suo telefono è spento solo per la società? È barricato in casa a Brescia? È a Giulianova, alla sua casa al mare? O forse a Milano?

Un contadino, nelle campagne fra Bosco Chiesanuova e Travagliato, dichiara a un giornale locale di averlo visto, una mattina nebbiosa, seduto sul ciglio di una strada, a petto nudo e a piedi nudi, mangiare avidamente tonno da una scatoletta, schioccando la lingua. Altri sostengono di averlo visto all’Idroscalo di Milano, seduto su una tribunetta, di notte a fissarne le acque torbide. I giorni passano. Le fonti più vicine all’allenatore, dicono sia semplicemente nella sua casa al mare a Giulianova: “Sta bene e non è un assente ingiustificato: ha già comunicato alla società l’intenzione irrevocabile di dimettersi. Mercoledì saremo a Brescia per la risoluzione consensuale. Giusto rassicurare tutti, questa situazione della sua sparizione ha assunto contorni surreali. Ha rinunciato a un contratto di 2 anni e spiegheremo perché, ma il Brescia è già informato: domenica Giampaolo l’ha annunciato al ds Iaconi, poi lo ha ribadito al figlio del presidente Corioni e io personalmente ho concordato con il segretario Visci il da farsi».

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Giampaolo siede sulla spiaggia. Fa freddo, in pochi giorni è iniziato un autunno che sembra già inverno. Il mare è scuro e l’allenatore sente il bisogno di distogliere lo sguardo. I suoi occhi si posano sui polsi coperti da una fitta peluria. Poi si sollevano a malapena, e sotto il peso delle sopracciglia, osservano lungamente una pipa di plastica, mesi prima succhiata di ogni rimasuglio di gelato e abbandonata nella sabbia. Si sente qualche risata lontana. Improvvisamente, un rumore violento, assordante, lo ridesta. Qualcosa lo ha colpito sull’orecchio. Giampaolo si gira, e vede un pallone accanto a sé. La sua reazione è bizzarra. Con una strana smorfia gira il collo bruscamente, come se ne fosse disgustato o impaurito. Due ragazzini si avvicinano.
“Palla!”.
“Paaaallaaa!”
Giampaolo li guarda con gli occhi socchiusi e la sua bocca si apre in uno strano sorriso, fra il pacifico e l’esausto. Uno dei bambini si avvicina cautamente per recuperare il pallone. L’altro dice: “I nu mbpapt….Sbr’g’t’ ch’ ting’ firj’. Stu temp’ s’arciuffat’”. Il bambino più vicino a Giampaolo  lo fissa in modo impertinente.
Giampaolo lo guarda negli occhi, sorride, gli afferra la mano. La sua espressione si fa seria e stringe la mano con forza, con disperazione. Il bambino lo strattona e scappa via, con l’amico. Si sentono nuovamente le risate, stavolta sguaiate e intervallate da piccole urla. Giampaolo torna a fissare il mare, confuso.