La favola del Leicester

La favola del Leicester

Perdere i nervi a cinquantanove anni può essere molto facile, specialmente se la televisione e i giornali ti raccontano da sempre, con metafore nemmeno troppo velate, che la Storia è finita e che non c’è più nulla da vedere, salvo forse l’ultimo iPhone e la nuova capigliatura di Neymar.

Perdere i nervi perché non c’è nessuno con cui prendersela (a parte te stesso) è quanto di più comune e umano possa toccarti. Specie quando avevi fatto la scelta giusta, guidato da chissà quale flusso ermetico, magari soltanto dal gusto di sfidare chi ti dava del matto, per poi scoprire che matto non lo eri per nulla e pentirti amaramente di non aver trovato la forza e il coraggio di andare fino in fondo, e ritrovarti sudato, quando è tutto finito, davanti al televisore, fasciato in una maglietta sintetica troppo stretta coi colori della tua squadra, e solo allora essere accecato da una rivelazione: «Sono un idiota».

Quando suonò il telefono, John stava leggendo le pagine sportive, come tutte le mattine, i piedi allungati sul tavolino, il tè fumante nel bicchierone di cartone e una lieve (perché mitigata dall’abitudine) irritazione per il pannolino sporco della bambina abbandonato sul tavolo della cucina. Un titolone insolito e inatteso aveva attirato la sua attenzione. Col calcio, John ci era cresciuto. Grazie al calcio aveva imparato da suo padre cosa significasse passione, poi ne aveva raccolto il testimone e adesso era fiero di poter dire che, sì, un giorno, i suoi due figli maschi avrebbero tenuto viva l’eredità. 

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La moglie di John entrò nel tinello qualche minuto dopo aver sentito lo squillo dell’apparecchio e i mormorii di suo marito. Lo trovò con la testa tra le mani, un bagno di sudore, come sempre, quando era stressato.

«Hai deciso?» gli disse.
«No…».
«Non capisco cosa aspetti».
«Quello che davvero non capisci – ribadì lui – è che mi sento come se ad agosto io sapessi già tutto. Non so come, ma lo sapevo. E adesso… tradire quella visione, quel dono, non me la sento».
«Non era una visione, erano le pinte. Hai scommesso solo perché eri sbronzo e stanco di sentire quegli altri, amici tuoi, che si litigavano il ruolo di favoriti per la Premier tra tifosi del Chelsea, del City e degli Spurs. Volevi solo dimostrare che ci credevi come loro. E, infatti, ci credevi a tal punto che non hai saputo giocare più di venti sterline».
«E ora posso vincerne centomila».
«D’accordo. Fai come vuoi. Fammi sapere cos’hai deciso».

Perfetto. Lei aveva giocato la carta del «Fai come vuoi». Solo la tristemente nota «Mi trovi ingrassata?» era una trappola coniugale più letale. Forse John poteva ancora disinnescarla. Del resto, se gli allibratori chiamano con l’offerta di pagare subito una quota cospicua in cambio della rinuncia all’eventuale vincita finale, è perché sono certi che perderebbero di più pagando la cifra intera alla fine. E loro non sbagliano mai.  Il mattino seguente, dopo che John aveva chiuso la conversazione con la gentile ma sbrigativa ragazza all’altro capo del telefono, sua moglie, sorridendo sincera, gli disse: «Sono fiera di te». Quelle quattro parole bastarono a far nascere in John il sospetto di essere sceso prima di aver conquistato la vetta dall’unica montagna che avrebbe mai scalato in tutta la sua vita.

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Perdere i nervi a cinquantanove anni è straordinariamente facile, in definitiva, se sei un signor nessuno come John Pryke. Guardando le lacrime sublimi e dolcissime di un condottiero romano di sessantaquattro anni che aveva portato le volpi di Leicester alla vittoria del loro primo campionato, John capì finalmente di aver sbagliato tutto. Da quasi due mesi internet e i giornali erano pieni della sua foto e del racconto dell’uomo tutto d’un pezzo che aveva fatto come voleva (la moglie), arraffando ventinovemila sterline subito e non parliamone più, tenetevi le altre 71 mila che mi sarebbero spettate. Adesso ne era certo, gli sarebbero spettate, niente più “se”. Hai voglia a spiegare a tutti che davanti a una cifra del genere era sacrosanto smettere di giocare.

Non era più solo una questione di soldi. C’erano gli amici al pub, che avrebbero dovuto riconoscere a John la fortuna del genio e, invece, avranno una volta di più l’insperata occasione di prenderlo per il culo. C’erano i tifosi, tutti i suoi compaesani a Leicester Forest East, che avrebbero portato in trionfo per le strade la Cassandra dell’indimenticabile stagione, e ora si dimenticheranno di lui. C’è la Storia, quella che aveva asperso il pianeta di sé con tanta abbondanza, per assicurare il compimento della più grande impresa dello sport inglese di ogni epoca. La Storia, la stessa che poi, sul più bello, aveva chiesto a John di abbandonare il suo posto al tavolo dei vincitori e di aspettare fuori, come al solito, tra il cesso e la tivù. La favola del Leicester, incubo imperituro.