L’ ultimo ricordo di Omar Sivori

L’ ultimo ricordo di Omar Sivori

18 Febbraio 2005. Nel piccolo paesino di San Nicolás de los Arroyos poco distante da Rio Paranà, 250 chilometri da Buenos Aires, la funzione è appena finita. Parenti, amici e semplici conoscenti accorsi per la cerimonia sono usciti dalla camera ardente disposta in Calle Francia, a pochi metri dalla casa dove viveva il defunto. Al centro della stanza la bara ancora aperta è poggiata su un sostegno decorato da numerosi fiori colorati. All’interno della cassa giace il corpo esanime di Omar Sivori.

Nonostante Sivori sia privo di vita da oltre ventiquattro ore e la scienza dica che il cervello umano rimanga iperattivo solo nei trenta secondi successivi alla morte – al massimo è presente qualche segno di attività elettrica subcosciente nei minuti che seguono – chissà se in un angolo buio del lobo temporale del campione argentino qualche ricordo restio ad accettare il nuovo stato cerebrale non sia rimasto lì un po’ più a lungo del previsto.

Nel qual caso Sivori potrebbe tornare con la mente per un istante nella sua Torino, quella a cavallo degli anni cinquanta e sessanta, quella del boom economico e dell’emigrazione di massa dal sud Italia. Nei pomeriggi invernali in piazza San Carlo, Sivori di tanto in tanto era solito giocare a battimuro con qualche ragazzino. Il gioco consisteva nel lanciare delle monete più vicine al muro possibile. Se l’argentino si aggiudicava la sfida lasciava tutte le sue monete al fortunato sfidante. Spesso, quando nevicava, le monete finivano per essere inghiottite dalla coltre bianca depositatasi sul ciottolato e Sivori si premurava frugando con le mani nella gelida neve di ritrovare il soldo da “regalare” al suo avversario.

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Se con la memoria finisse al Perroquet, al Chatam, al Columbia, al Moulin Rouge di piazza Carlina, o a qualsiasi locale delle sonnambuli notti torinesi, potrebbe udire ancora una volta la soffusa e calante voce del cantante francese Gilbert Bécaud. Il ricordo sarebbe come il suono di un vinile che gira troppo lento su un giradischi guasto. Sivori l’aveva sentito cantare dal vivo la sera in cui “il dottore” aveva prenotato tutto il Perroquett per la squadra. Lui, Flavio Emoli, Angelo Caroli, John Charles, Giampiero Boniperti e gli altri compagni avevano festeggiato l’ennesimo scudetto tra balli e musica. A fine serata Charles era salito sul palco e aveva intonato, con la sua bella voce da cantante confidenziale, Sivori cha cha cha, tra le risate dei presenti. Boniperti aveva addirittura simulato un provocante balletto sudamericano. Nessuno si era accorto però delle lacrime di Omar.

Quanti gol potrebbe ricordare. Magari quello siglato contro la Sampdoria nel novembre del ’59 in Coppa Italia in cui superando l’estremo difensore blucerchiato Bardelli invece di tirare immediatamente a porta vuota per segnare la più semplice delle reti, aveva atteso di proposito il ritorno del difensore Vincenzi per schernirlo con un rapido tocco di suola e solo a quel punto mettere la palla in rete. Oppure l’emozionante e storica marcatura nel ‘62 in Coppa dei Campioni al Bernabeu che aveva piegato il grande Real Madrid di Di Stefano. Con le braccia ancora alzate per l’esultanza Sivori si era rivolto in modo minaccioso al difensore “blancos” Pachín, colpevole di ripetuti falli nei suoi confronti, invitandolo a regolare i conti immediatamente.

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Se volesse godersi momenti più lievi ecco le vacanze romane del giugno ’77 dove aveva assistito all’incontro di boxe valido per il titolo di campione del mondo dei pesi mediomassimi tra l’argentino Victor Galindez e lo statunitense Richie Kates, per poi passare qualche giorno nella sua Napoli con amici e parenti. Oppure i periodi spensierati e beati della meritata vecchiaia, insieme a Emoli a San Marzano Oliveto nell’Astigiano. Sivori adorava correre tra le dolci colline del Monferrato indossando una maglia bianconera. Ad attenderlo alla fine della corsa, come giusto premio per lo sforzo fatto, il pranzo a base di Tajarin, vitello tonnato e il buon vino di Alba.

Quando i giornalisti di tanto in tanto gli telefonavano o lo andavano a trovare, Sivori era sempre disponibile ad alimentare la nostalgia.  Gli faceva piacere ricordare i vecchi tempi e disquisire di pallone con chicchessia. Alla domanda su quali fossero i suoi punti di forza come giocatore la risposta era stata sempre la stessa: “Il mio gioco si basava sull’abilità”. Non una parola in più per spiegare a quale abilità si riferisse né cosa intendesse con un concetto così generico. Per Sivori non erano mai esistite troppe sfumature: a pallone o sai giocare o non sai giocare. E lui era uno di quelli che sapeva giocare, non c’era molto altro da dire a riguardo. Anche quando gli veniva chiesto chi fosse stato più forte tra lui e Maradona, aveva le idee chiare: “Quando si arriva a un certo livello è inutile dire chi è stato il migliore. Non si può sostenere che Maradona sia stato meglio di Pelè o che Di Stefano sia stato meglio di Cruyff. Si può parlare però di chi ci ha fatto divertire di più. E nella mia vita il giocatore che più mi ha fatto divertire è stato proprio Maradona”.

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Sivori considerava queste domande inutili perché sapeva di essere stato il giocatore ideale per il suo tempo, così come Maradona lo era stato per il suo. Alla fine degli anni cinquanta, la generazione cresciuta dopo la guerra reclamava spazi inediti con la pressante necessità di emanciparsi attraverso una rivoluzione culturale che andava in conflitto con la vecchia società preesistente. Sivori inconsapevolmente aveva portato nel calcio questa voglia di novità attraverso un modo irriverente di affrontare gli avversari, con l’uso di provocazioni gratuite, tunnel e dribbling. Mai si era visto un giocatore che invece di evitare gli avversari, gli andava incontro di proposito. In campo scendeva a stinchi nudi, senza protezioni, con i calzettoni arrotolati intorno alle caviglie, incurante del rischio di prendere calcioni dai rudi difensori. Come a dire agli avversari: “Visto che il pallone non riuscirete a prenderlo provate almeno a prendermi le gambe”.

Come quella notte alla Capannina di Viareggio, durante la tournée di John Charles nei locali della Riviera e della Versilia. King John aveva inciso Love in Portofino di Fred Buscaglione e Sexteen tons per la Fonit Cetra, che stava dalle parti di via Bertola. Il caso volle che in sala fossero presenti dei tifosi della Fiorentina un po’ sbronzi. Cominciarono a fischiare e a sfottere John, proprio mentre intonava Sivori cha, cha, cha. Omar non ci vide più e, come una vera furia, iniziò a menare botte a destra e a manca incurante di essere da solo contro trenta. Fu John, grazie alla sua prestanza fisica, a salvarlo da guai peggiori.

L’ultimo ricordo di Sivori, se c’è stato, non si sa dove si sia posato lungo i sessantanove anni della sua vita. L’unica cosa certa è che Omar è morto da ventiquattrore e giace immobile in quella cassa. I becchini delle pompe funebri stanno entrando nella camera ardente. Le viti nel legno girano veloci. Il coperchio sopra la bara in pochi istanti è fissato. Chissà se il ricordo finale, il suo ritardatario pensiero, è riuscito a volare via in tempo oppure ha deciso all’ultimo di rimanere rinchiuso nel legno insieme al freddo corpo per tenergli ancora un po’ di compagnia.