Javier Saviola: “Conejo” alla catalana

Javier Saviola: “Conejo” alla catalana

Un movimento nella notte. Quando il traffico si placa, la gente va a dormire e il silenzio ha la meglio sul chiasso cittadino. Un’ombra che sgattaiola in fondo ad una strada, tra un bidone dell’immondizia e una scatola di cartone abbandonata. Un piccolo coniglio, grosso come il palmo di una mano, che appare e scompare in un battito di ciglia. Un essere intrappolato in una dimensione intermedia tra realtà e fantasia.

Nel quartiere Les Cortes di Barcellona, area borghese con signorili residenze in cui si erge il Camp Nou, in molti sostengono di averlo avvistato. Forse sono tifosi che hanno bevuto troppo, oppure solo dei simpatici ciarlatani. Il mistero del coniglio, però, continua ad animare la Zona Alta. I bambini tendono a non dare troppa importanza a questa storia, per loro il coniglio è un semplice animale buffo e peloso, buono cucinato con le patate. Ai tifosi blaugrana con qualche anno in più invece la leggenda porta alla mente gli anni di un altro coniglio: Javier Saviola.

Saviola, detto El Conejo per i suoi buffi incisivi, arriva in Catalogna nel 2001, un periodo difficile per il Barcellona. Il timone della nave, guidato dalla ciurma degli olandesi (Frank e Ronald De Boer, Kluivert, Overmars, Cocu, Reitziger), un tempo abili navigatori ora solo stanchi marinai perseguitati dal fantasma di Toldo, è sempre più duro da manovrare. La rotta sembra incerta. La stella zoppa della squadra, il brasiliano Rivaldo, è troppo incostante e Xavi e Puyol sono ancora giovani. Saviola, neanche ventenne, con il River aveva fatto impazzire il Monumental, insieme a Aimar, Angel e Ortega. Sui campi argentini, sempre colmi di coriandoli, si era espresso con classe, agilità e senso del gol stupefacenti. Le immagini di quelle imprese, sulle televisioni europee, arrivano a singhiozzo, e anche quando appaiono sono sempre ovattate, sfocate, quasi una visione onirica. Saviola però è reale e lo dimostra in quell’estate trascinando la sua nazionale Under 20 alla vittoria del Mondiale di categoria. Come Maradona nel ’79, come farà Messi nel 2005. 11 goal in 6 partite, numeri da piccolo fuoriclasse. Come una fucilata arriva il battesimo di Diego: “è lui l’erede”.

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El Conejo diventa quindi El Pibito. Nelle tre stagioni in cui Saviola gioca per il Barcellona segna una sessantina di goal, alcuni anche spettacolari. Non vince però nessun titolo. Con l’andare del tempo, finito l’entusiasmo iniziale, complice anche il succedersi degli allenatori (addirittura cinque in tre anni) trova sempre meno spazio.  A sancire la bocciatura, giunge la cessione in prestito al Monaco nel 2004. Volgendo oggi lo sguardo verso il passato, facendo una retrospettiva dell’intero decennio 2000- 2010 del club catalano, gli anni del coniglio a Barcellona non si possono ridurre a un suo mero fallimento personale e professionale. Un diabolico ingranaggio del destino infatti lavorava alle sue spalle. La sensazione è che Saviola sia arrivato nella società giusta nel momento sbagliato. E’ inevitabile pensare a come si sarebbe trovato a suo agio nel Barcellona di sei anni dopo, quello di Messi, Iniesta, Xavi e Pedro. Tutti non più alti di 170 cm, rapidi, veloci e tecnici. Non è difficile immaginarlo sfrecciare sulla fascia, triangolare con Iniesta e spartirsi i gol con la Pulce.

Come un illusionista che con una mano, per distrarre la platea, presenta un coniglio bianco, e con l’altra, senza che nessuno se ne accorga, compie il trucco per farlo sparire nel cilindro, il Barcellona da un lato ha deviato l’attenzione del pubblico e degli avversari accendendo i riflettori sul piccolo coniglio Saviola, mentre dall’altro stava creando, nell’ombra della cantera, la formazione che pochi anni dopo avrebbe deliziato il mondo del calcio. Saviola è semplicemente diventato uno dei tanti sacrificabili, un destino che lo accomuna a tutta la squadra dei primi anni duemila. Un prezzo necessario da pagare in nome dell’ambizioso obiettivo finale.

Seguendo questa suggestione, si può sostenere che El Conejo sia una delle primissime e più precoci vittime di quell’insieme di eventi, scelte tecniche, ideologiche e d’immagine che hanno contraddistinto il Barcellona degli ultimi anni, passati alla cronaca (e forse alla storia) sotto il nome di Tiki-taka. Quando i numeri del coniglio argentino cominciano a stancare i tifosi, a non distrarre più nessuno, il club catalano alza il tiro. Ecco che arriva un altro coniglio, dagli incisivi ancora più sporgenti, e con un bagaglio di giocate addirittura più fantasmagorico: Ronaldinho. Il medesimo schema si ripete con il brasiliano, stavolta con risultati decisamente migliori. Insieme a lui vestono la maglia blaugrana assi come Eto’o e Deco. Puyol e Xavi sono maturi. Niente più olandesi bolliti. Di olandese è rimasto solo l’allenatore: Frank Rijkard.

Così in attesa della squadra perfetta, mentre si attende che Messi, Iniesta, Busquets siano pronti (un caso a parte è quello di Bojan Krkic) e che la maturazione da tecnico del vate Guardiola sia compiuta, il Barcellona vince una Champions League e due campionati. Saviola invece conquista una Coppa Uefa con il Siviglia nel 2005, e torna a Barcellona nel 2006, per onorare il suo ultimo anno di contratto. Ora sarebbe la squadra giusta nel momento giusto ma in Catalogna El conejo non interessa più a nessuno. Ormai bruciato per la platea del Camp Nou, Saviola si trova quasi sempre in panchina ad osservare le magie e i trucchi di nuovi incredibili giocatori. Quando nel 2008 il mondo rimarrà a bocca aperta osservando per la prima volta il tiki taka nella sua espressione compiuta, Saviola continua a sedere in panchina ma con la maglia sbagliata, quella del Real Madrid.

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El Conejo entra nella ampia schiera dei profeti annunciati, ma non rivelatisi tali, che l’Argentina ha sfornato nella sua lunga “terra di mezzo”: il tempo trascorso dal tramonto di Diego alla consacrazione di Leo Messi. Al suo fianco troviamo Riquelme, Aimar, D’Alessandro e il capostipite di questa generazione di calciatori incompiuti: Ariel Ortega. Oggi che osserviamo Messi e CR7 sfidarsi a chi fa più triplette, che l’Argentina propone il suo reparto offensivo più completo di sempre, viene da sorridere a pensare come una manciata di anni fa il piccolo coniglio Saviola abbia saputo anche solo per poco tempo illuminare di meraviglia gli occhi del pretenzioso e esigente pubblico del Camp Nou.

Il coniglio scatta fuori da sotto una macchina e si dirige veloce verso un cespuglio di Parc de Pedrables. Non viene notato, nonostante le strade siano ancora piene di tifosi del Barcellona, appagati dall’ennesima vittoria, che escono dallo stadio proprio in quel momento. Probabilmente nessuno si accorgerà più di lui. In Carrer de Joan Güell alcuni ragazzi calciano una lattina come un pallone, usando come pali della porta un lampione e un alberello, mentre cantano una curiosa filastrocca in catalano: 

“El conill va pel carrer, s’escapa de la vista, però on serà? Ràpid i invisible, ell desapareixerà. Ningù s’imagina, ningù sabrà, si el conill, un dia, tornarà”