Il Genio: apologia di Eugenio Fascetti

Il Genio: apologia di Eugenio Fascetti

Porta

L’oscurità domina lo spazio. Attorno al campo vi è ciò che ogni umano percepisce per pochi secondi prima di addormentarsi: il nulla, che non può esprimersi a parole ma solo in una fugace e ineffabile sensazione. I pensieri che si ammassano, si disperdono, collassano in un caotico scintillio di suoni, odori, immagini. Il cervello registra ad intermittenza solo le linee bianche, le bandierine, le porte. Il campo di calcio è un marasma ribollente di piani diversi e sovrapposti, facce, idee tattiche sconclusionate la cui presenza è resa concreta da fasci di luce improvvisi e irregolari. Per penetrare la mente del Genio è necessario passare attraverso la porta, da dietro. Oltre la rete, è possibile riconoscere un mondo di aforismi, di pensieri offuscati dai troppi amari e dalle infinite dirette televisive, con gli occhi socchiusi, la bocca seccata dall’aria condizionata e dai potenti riflettori degli studi Rai.

L’unico modo per accedere è attraversare la rete. Imbrigliate nelle sue maglie appaiono e scompaiono le ombre elettriche di Yekini e Roger Milla, la cui reale stazza risulta indifferente accanto ai nervosi e scorticati giocatori del Subbuteo che penzolano da un braccio mezzo staccato o da una gamba piegata a novanta gradi. In questo luogo astratto pieno di ricordi sfuocati e premonizioni di un futuro lontano anni luce, le proporzioni non esistono. Ci si deve abbandonare e lasciare che i corpi materiali siano disintegrati dai buchi della rete, fino a diventare nebulose di atomi dai contorni rarefatti. È l’unico modo. Riuscire a vedere tutto da tutti i punti di vista e tutto allo stesso tempo, in quella che gli scienziati chiamerebbero la quarta dimensione. È l’unico modo per capire il Genio. O perlomeno provarci. È l’unico modo per difendere o condannare, fischiare o applaudire, per essere o non essere Eugenio Fascetti e il suo Casino Organizzato.

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Difesa

Superata la linea di porta ci si trova in quella che è al contempo un’aula di tribunale, una stanza d’ospedale, una camera ardente, un dipinto di Bosch o una frenetica illustrazione di Jacovitti. Ad accogliere cordialmente gli ospiti con un piccolo inchino, un uomo secco e allampanato, con i capelli a spazzola. Le fattezze ossute sono celate a malapena da una livrea da maggiordomo, ma è impossibile non riconoscerlo: Alberto Fontana, detto Jimmy. Eppure ha qualcosa di strano, di diverso: i tratti marcati del suo cranio sembrano confondersi con il volto pasciuto del Genio. Poco più avanti, sulla linea dell’area di rigore, un muscoloso uomo dalla pelle scura, di spalle, sta infilando il dito medio fra le chiappe di un corpo molliccio, con le movenze scattose e la maglia della Juventus. Entrambi sembrano congelati in un tempo infinito, nel quale l’azione ha luogo in un solo momento, presente, e al contempo interminabile. Quasi distolti dalle presenze alle loro spalle, i due girano la testa, infastiditi. Quello in maglia biancorossa è Rachid Neqrouz, l’altro è Pippo Inzaghi. Entrambi, ancora, hanno gli occhiali e la pappagorgia di Fascetti. A guardare bene, qui, tutti hanno la faccia di Fascetti e tutto è plasmato a immagine del Genio.

All’improvviso, è il 1986. La formazione intera della Lazio di quella stagione è seduta al banco dei testimoni, di fronte all’accusa. Il primo a parlare, è il difensore Massimo Piscedda: «Durante la riunione con Fascetti, alla notizia della penalizzazione, guardai Gabriele Pin: lui veniva dalla Juventus e pensavo se ne sarebbe andato, invece decise di restare. Il suo comportamento fu un esempio per tutti. Tuttavia successe qualcosa di strano. Mentre guardavo Pin negli occhi, per un attimo sentii un fortissimo profumo di rose, di fiori, insomma, così pungente e dolciastro da farmi quasi vomitare. Vidi un fascio di luce rosa attraversare la finestra dello spogliatoio. Improvvisamente urlai: al posto della faccia di Pin, per qualche secondo, vidi la faccia di Fascetti». Era la Lazio degli Eroi. La Lazio che con ben nove punti di penalizzazione, agguantò una insperata salvezza in serie B, a seguito del doppio spareggio di Napoli contro Taranto e Campobasso. È proprio uno degli eroi di quella stagione a spiegare ai visitatori come fu il Casino Organizzato del Genio a salvarli. Il giocatore era un leone, come piaceva al Genio. Arrivò a Roma, e parlò ai giornalisti. Poi, un silenzio durato cinque anni.

Non rilasciava mai interviste, Antonio Elia Acerbis. Un nome epico, un corpo poderoso. Un corpo che ora non è presente, perché l’aula di tribunale si è trasformata in un piano bidimensionale. Acerbis adesso parla, anzi, suona quasi ciarliero. Ma lo fa direttamente affacciandosi dalla sua figurina, incollata sull’album Panini. La figurina doppia della serie B. Ad ascoltare bene, la voce di Acerbis suona amplificata, raddoppiata. È diventato infatti un bizzarro mostro bicefalo, alla cui testa si è aggiunta quella di Luca Brunetti. «Venite con me, vi porto in mediana. Occhio che qui al mister non gli portano rispetto. Io c’ho fatto l’abitudine, basta non starli a sentire. Che ne sanno quelli, della Lazio degli eroi.» Acerbis/Brunetti/Fascetti si avvicina al cerchio di centrocampo, ma appena attraversatane la linea viene investito da una mandria di giocatori in maglia grigiorossa.

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Mediana

È una folla di invasati guidata da Andrea Tentoni e John Aloisi. Un tabellone segna il risultato: Cremonese – Bari: 7 a 1. La partita d’esordio del Genio sulla panchina della squadra pugliese. La figurina del bicefalo Acerbis/Brunetti, è accartocciata per terra. La sua forma è di nuovo tridimensionale. Compone adesso la figura di un uomo di colore, con i capelli neri e ricci, steso per terra in posizione fetale. È il timido Abel Xavier prima dei capelli ossigenati, ma anche in lui è visibile la presenza del Genio. «Benvenuti in Mediana, qui, è tutto relativo» dice con l’accento viareggino di Fascetti.

La mediana è il luogo in cui il Casino Organizzato inizia ad assumere i suoi tratti più violenti e marcati. Il posto in cui la palla schizza senza un ordine preciso da un personaggio all’altro. Tuttavia è qui che si può capire qualcosa delle idee tattiche del mister. Nel cielo scuro e senza stelle che sovrasta il campo, il Genio ripete queste parole in tutte le combinazioni possibili, senza un filo logico: «Io vedo che il Barcellona gioca proprio senza punte e la cosa funziona. Certo, una punta alla fine ci vuole, ma è una mia opinione. Vorrei ricordare comunque che prima dei catalani, molto prima, feci lo stesso anche io: mai sentito parlare di “casino organizzato”? Beh, posso dire che Guardiola copiò me. Era un concetto di calcio proposto a Varese, appunto senza punte. Facemmo bene, ma arrivammo quarti. Diciamo che ci rubarono la Serie A. »

Prima che i visitatori possano distogliere lo sguardo dal cielo, Xavier è scappato sulla fascia. Le sue cosce si sono gonfiate, fino a diventare cavalline. Il suo senso del gol, se mai vi fosse stato, è scomparso. Il giocatore ha assunto le sembianze di un’ala destra imprendibile e indisciplinata: Carmine Gautieri. «Lo stesso Fascetti, di recente, mi paragonò a Finidi. E allora, pure se prevalgono le esagerazioni nel nostro ambiente, escludo di essere diventato improvvisamente brocco. La verità è un’altra: rientrato da Bergamo, dopo il recupero infrasettimanale di campionato, ho appreso che mia figlia non stava bene. Tuttavia mi sono presentato all’allenamento, senza chiedere un permesso. Lavoravo preoccupato e il mister mi ha spedito anzitempo negli spogliatoi, senza accettare spiegazioni. Sono i suoi metodi e li rispetto. Ho accettato zitto l’inevitabile esclusione nella partita contro la Cremonese. Credevo fosse finita lì. Invece il giorno dopo mi sveglio e sento mia moglie piangere. Corro in cucina e vedo che mia figlia ha la faccia di Fascetti. » Parole di circostanza, farfugliate ai giornalisti. Il Genio era stato chiaro, invece, senza mezzi termini: «Gautieri non c’ha le palle. »

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Attacco

Trainati dall’equino Gautieri, ora i visitatori sono nei pressi della trequarti, dove il buio si fa più fitto e l’aria diviene fetida, come quella che aleggia sul letto di uno sbronzo. Qui l’area viene aggredita, non respirata, dalle narici spalancate di Philemon Masinga. Il giocatore africano è là, in piedi, sul dischetto di rigore, e al contempo volteggia nell’aria in ellittiche e infinite rovesciate. Il Casino Organizzato qui trova la propria finalizzazione. Qui finisce tutto. Qui, dopo un viaggio nell’ignoto, i visitatori potranno attraversare la linea di porta e tornare ad un mondo fatto di logica, schemi, frasi di circostanza. Ma oltre Masinga vi è un’ultimo ostacolo. Fra la traversa e la linea di porta, si stagliano delle spesse sbarre di ferro. Una cella, dentro la quale giace una bara vuota. Masinga scruta guardingo i visitatori attraverso le lenti oscurate degli occhiali di Fascetti.

I gendarmi, alla sinistra e alla destra del palo, sono Antonio Cassano e Hugo Enyinnaya. Entrambi indossano il giubbotto scamosciato del Genio, ormai putrefatto e senza camoscio. Il giubbotto S. Privi del dono della parola, comunicano telepaticamente. I visitatori sono in grado, nei propri pensieri irrimediabilmente contaminati dal Casino Organizzato, di sentire il burbero borbottio del Genio. O forse sono le loro stesse sinapsi ad essere diventate tutt’uno con quelle dell’allenatore. Le frasi suonano come una musica ipnotica, sublime e disgustosa allo stesso tempo. «I campi avversari sono facili soltanto quando si vince. Il calcio italiano è isterico, uterino. Io sono iscritto ad un solo partito, il mio. È una tessera che ho in tasca da sempre, fin da bambino. Per vivere ho bisogno di essere contro qualcosa e qualcuno. È lo spirito critico che fa muovere le menti contro l’ appiattimento delle intelligenze. Adesso si tende a costruire l’atleta robot, disumanizzato: questo non mi piace, vedo troppi cervelli all’ammasso. Prima di una rivoluzione tecnica il nostro calcio ha bisogno di una rivoluzione intellettuale. L’unica volta che mi sento di sinistra è quando guardo la classifica. Io non mi faccio certo venire l’ infarto tenendomi dentro, digerendo le mie amarezze e le mie rabbie. Io sputo tutto fuori e l’infarto lo faccio venire agli altri. Quando c’è di mezzo la salvezza, se devo picchiare mia moglie lo faccio. Mi vergogno di Bearzot. »

Antonio e Hugo chiudono la bara. I visitatori, attraverso il coperchio, li sentono ridacchiare telepaticamente. I loro pensieri si ammassano, si disperdono, collassano in un casino organizzato di suoni, odori, immagini. Per sempre.