Il cazzo di Gullit

Il cazzo di Gullit

A metà maggio del 2011 a Groznyj era accaduto un avvenimento molto strano. Ruud Gullit, che si era trasferito in Cecenia per allenare il Terek Groznyj, quel giorno si era svegliato abbastanza presto e aveva sentito odore di panini caldi. Sollevandosi un poco sul letto, vide che sua moglie, Estelle Cruijff, nipote di Johan, una signora abbastanza rispettabile cui piaceva molto bere caffè, sfornava dei panini appena cotti.

“Oggi, Estelle, io non prendo il caffè” disse Gullit “vorrei invece mangiare del pane caldo con la cipolla”. (Ossia, Ruud avrebbe voluto l’uno e l’altro, ma sapeva che era assolutamente impossibile esigere due cose alla volta perché Estelle, in quel periodo, era arrabbiata con lui per i suoi costanti ritorni a notte inoltrata). “Che questo scemo mangi pure il pane; per me è meglio” pensò fra sé la consorte “così resterà una porzione in più di caffè”. E gettò un panino sul tavolo. Per decenza Ruud si mise il frac sopra la camicia e, sedutosi a tavola, prese del sale, preparò due teste di cipolla, impugnò il coltello e, assunta un’espressione ispirata, si accinse a tagliare il pane. Tagliato il pane a metà, gettò un’occhiata nel mezzo e, con suo stupore, vide qualcosa. La sfrugacchiò cautamente con il coltello e la tastò con un dito: “Solido?” disse fra sé “cosa può essere?”. Ficcò dentro le dita e tirò fuori un cazzo.

Ruud si sentì cascare le braccia; cominciò a sfregarsi gli occhi e poi tastò di nuovo: un cazzo, proprio un cazzo! E per giunta, a quel che sembrava, anche in un certo senso conosciuto. Lo spavento si dipinse sulla faccia di Gullit. Ma questo spavento era niente in confronto all’indignazione che s’impadronì di sua moglie. “Dov’è che hai tagliato questo cazzo, brutto imbecille!” si mise a gridare con ira. “Già da tre persone l’avevo sentito dire che, quando esci di notte, ti infili nei locali più malfamati di Groznyj!”.

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Ma Gullit era più morto che vivo. S’era accorto che quel cazzo era proprio il suo. “Fermati, Estelle! L’avvolgerò in un cencio e lo metterò in un angolo; ora stia là, poi lo porterò via”. “Non voglio neanche sentirne parlare! Che io permetta a un cazzo mozzato di restare con me nella stanza? Non sai fare altro che tirare calci a un pallone! Fuori di qui! Fuori! Portalo dove ti pare! Che non ne senta nemmeno l’odore!”. Gullit stava lì come un morto. Pensava, pensava e non sapeva che cosa pensare.

“Lo sa il diavolo com’è successo” disse infine, grattandosi dietro l’orecchio. “Se ieri sono tornato ubriaco o no, non lo posso dire di certo. Ma da tutti i segni questo è un avvertimento inaudito, perché il pane è una cosa cotta al forno, mentre il cazzo non è affatto tale. Non ci capisco niente”. Ruud ammutolì. Il pensiero che i poliziotti trovassero in casa sua il cazzo e lo accusassero di qualcosa lo fece piombare in un totale smarrimento. Già s’immaginava i servizi al telegiornale. Finalmente tirò fuori gli abiti e gli stivali, si mise addosso tutta quella robaccia e, accompagnato dalle pesanti esortazioni di Estelle, avvolse il cazzo in un cencio e uscì in strada.

Voleva ficcarlo in un posto qualsiasi: dietro un paracarro, sotto un portone, oppure perderlo accidentalmente e poi svoltare subito in un vicolo. Ma, per disgrazia, gli capitò d’incontrare dei conoscenti che subito cominciarono con le domande: “Dove vai?” oppure “Salutaci Estelle, mi raccomando”. Ruud, insomma, non riusciva mai a cogliere il momento propizio. Un’altra volta l’aveva già lasciato cadere, quando un poliziotto ancor da lontano gliel’aveva indicato con l’alabarda esclamando: “Raccatta! Non vedi che hai lasciato cadere qualcosa?”. E Gullit, come una persona qualsiasi, aveva dovuto raccogliere il cazzo e nasconderselo in tasca. Così s’era lasciato prendere dalla disperazione, tanto più che la gente in strada aumentava di continuo via via che cominciavano ad aprirsi i negozi e le botteghe.

Ruud sedette su una panchina e si chiese come fosse potuta succedere una cosa del genere. Certo, lui aveva esagerato, però era sempre stato attento. Durante i suoi divertimenti extraconiugali aveva sempre indossato il profilattico e, quindi, almeno in linea teorica, non poteva essere una malattia venerea. Guardò di nuovo il fagottino che aveva in mano. Forse questa era una punizione divina: in fondo, il suo continuo cedimento al principio di desiderio aveva, come motivo profondo, una forma di hybris che lo portava spesso ad agire senza tenere conto delle conseguenze delle proprie azioni. Una modalità di comportamento che sfidava gli dei, primi fra tutti quelli del pallone.

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Aprì il cencio e guardò il proprio cazzo con lo stesso atteggiamento di chi, dopo molti anni, si reca a una rimpatriata tra amici e trova in ogni ruga un pretesto per raccontare (e raccontarsi) una vecchia storia. Come quando, a Milano, il medico della società gli disse che doveva calmarsi perché fare sesso ogni notte aveva pesanti ricadute sul suo stato di forma. Gullit ricordò precisamente la sua risposta: “Dottore, ma io con le palle piene non riesco a correre, mi fanno male”. Sfrontato e gaudente: questa era l’immagine che Gullit voleva dare di sé.

Ruud, seduto su quella panchina, si sentì ancora di più il fantasma di se stesso. Capì anche, però, che non poteva rimanere tutto il pomeriggio a guardare il proprio cazzo: qualcuno, magari qualche altro poliziotto, se ne sarebbe potuto accorgere. Scelse, quindi, la soluzione più dolorosa. Andò in un bar, ordinò una bottiglia di vodka, se la scolò e si recò in bagno. Qui aprì di nuovo il cencio, salutò il proprio cazzo e l’abbandonò di fianco al cesso sotto la scritta: “Gullit sei senza palle come i russi”.

Ruud uscì in strada e, per la prima volta, sentì il proprio pube piatto battere contro il cavallo dei pantaloni. Si sedette sul marciapiede chiedendosi che cosa avrebbe fatto. Decise che, in quel frangente, l’unica cosa sensata era pregare, anche se non era mai stato particolarmente religioso. Si affrettò verso il tempio calvinista di Groznyj, si fece strada in mezzo a una fila di vecchie mendicanti le cui facce bendate, che lasciavano visibili soltanto le cavità degli occhi, lo facevano solitamente ridere, ed entrò. Era solo. Si sedette, guardò le pareti vuote e chiuse gli occhi. A un certo punto, di fianco a lui, sentì un rumore strano, come se un petto di pollo fosse caduto da una tavola. Quale non furono il suo spavento e nello stesso tempo il suo stupore quando di fianco a lui vide il suo cazzo. Gullit per poco non uscì di senno. Non sapeva nemmeno che cosa pensare di un fatto così strano. Com’era possibile?

“Beh, che vuoi?” disse il cazzo, voltandosi.

“Mi sembra strano, cioè, dovresti sapere qual è il tuo posto. E, tutt’a un tratto, dove ti trovo? In una chiesa! Capisci che…”, rispose Gullit.

“Scusami, ma non riesco a capire di che cosa intendi parlare. Spiegati meglio”.

“Come posso spiegargli?” pensò Gullit. E aggiunse: “Qui tutta la faccenda, a quel che sembra, è perfettamente evidente. Tu sei il mio cazzo!”.

Il cazzo guardò Gullit. “Ti sbagli. Io sono per conto mio d’ora in poi. Inoltre fra noi non può esservi alcuna stretta relazione. A giudicare dalla capigliatura, tu non sei più Simba, il re. Non sei più il Tulipano Nero. Sei solo un ex giocatore con la gastrite”. Ciò detto, il cazzo si voltò e continuò a pregare.

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Non sapendo che cosa fare e che cos’altro pensare, Gullit si confuse del tutto. In quel momento si udì il gradevole fruscio di un abito femminile: si avvicinò una signora anziana, tutta adorna di trine, e con lei un’altra signora esile, con un abito bianco drappeggiato molto graziosamente sulla sua vita snella, e un cappellino di paglia leggero come un pasticcino. Dietro di loro si fermò e aprì la propria tabacchiera un alto aiduco con grandi basette e un’intera dozzina di collettoni.

Gullit si avvicinò, si accomodò il collo di batista della camicia e, sorridendo di qua e di là, rivolse l’attenzione sulla signora esile che si piegava leggermente, come un fiorellino di primavera, e portava alla fronte la sua bianca manina dalle diafane dita. Sulla faccia di Ruud il sorriso si fece ancor più largo quando sotto il cappellino scorse il mento rotondetto, di spiccato candore, e una parte della gota soffusa della tinta della prima rosa primaverile. Ma, tutt’a un tratto, egli fece un salto indietro come se si fosse scottato. Si era ricordato che al posto del cazzo non aveva assolutamente nulla e gli occhi gli si inondarono di lacrime. Si voltò per dire seccamente al suo cazzo che era un imbroglione e nient’altro se non il suo cazzo. Ma il cazzo non c’era già più, era riuscito a svignarsela. Ciò immerse Ruud nella disperazione. Tornò indietro e si fermò per un istante sotto i portici, sperando di scorgerlo da qualche parte.

Ecco dunque quale storia accadde nella capitale cecena al tempo della permanenza di Gullit. Ora soltanto, se si considera tutto, si può notare che essa è decisamente inverosimile. Il distacco soprannaturale del cazzo e la sua ricomparsa in chiesa sono due avvenimenti troppo strani. Ma la cosa più strana e più incomprensibile di tutte è che ci si possa occupare di simili argomenti. Questo è davvero inconcepibile. In primo luogo, non ne viene alcun vantaggio per il calcio; in secondo luogo… ma anche in secondo luogo non ne viene alcun vantaggio. Semplicemente non si sa che cosa significhi tutto questo. E tuttavia, malgrado ciò, dov’è che non si verificano delle cose inverosimili? Si può dire quello che si vuole, ma simili avvenimenti al mondo accadono, di rado ma accadono.