I nostri ragazzi: i difensori

I nostri ragazzi: i difensori

Angelo Obgonna, Cassino (Fr), 28 anni, studente universitario, aspirante attore e modello a Roma

Angelo fumava la cicca del tardo pomeriggio. Era sempre stato attento al rituale: schiacciare il tabacco sulla cartina, inserire il filtrino, rollare evitando che più strati di carta si sovrapponessero e poi accendere sempre con la mano sinistra. Con la destra, secondo lui, si facevano altre cose.  “Uccidi il respiro! Uccidi il ritmo!” gli diceva il suo maestro di teatro dopo aver letto su un libro di Eugenio Barba, suo maestro ideale, a proposito dell’insegnamento di un’altra maestra a un’allieva giapponese. Insomma che vuol dire, poi. Vuol dire rendersi conto della tendenza a legare automaticamente il gesto al ritmo del respiro, del parlare e della musica, e infrangerla. E lui aveva bevuto tutto dal suo maestro. Trova il tuo ma, Angelo. E che vuol dire ma, maestro. Per un architetto vuol dire spazio, per un musicista tempo. E ancora intervallo, pausa, riposo, ritmo. Ed ecco cosa significa per un attore. Con quanta fiducia Angelo aveva atteso questo chiarimento e con quanta delusione finì per memorizzare quanto rispose il suo maestro o Barba o altre maestre giapponesi e cioè semplicemente che “Per trovare il tuo ma devi uccidere il ritmo, cioè trovare il tuo jo-ha-kyu.” Stremato, cercò ancora di resistere chiedendo che cosa volesse dire jo-ha-kyu. Trattenere, rompere, rapidità.  E si riparte con un nuovo io. E Angelo beveva, beveva tutto. Era intriso di teatro vero. Non riusciva a seguire tutto quello che gli si diceva, soprattutto quella questione per cui il principio della vita, della sua presenza scenica, della sua energia di attore potesse essere definito, non da lui, ma dai testi sacri del teatro povero, come un centro di gravità che sta nel mezzo della linea immaginaria che va dall’ombelico al coccige. Una palla di acciaio sotto molti strati di cotone che sta in un punto del triangolo formato congiungendo le due estremità delle anche al coccige.  Il duro, keras e il morbido, manis. Ed ora, dopo aver tanto bevuto, per un caso del destino, si trovava finalmente davanti al suo sogno: uno dei più importanti teatri di produzione romani gli aveva offerto una scrittura.

ogbai

 

Non male se si pensa che, ormai, arrivato al quinto anno fuori corso del DAMS a indirizzo teatrale, si stava rassegnando a passare la propria vita tra le consegne di sushi a domicilio e lo studio di quel fotografo per cui posava e che, ogni tanto, gli allungava la manina. E il fotografo era amico del regista, certo. Ma perché doveva per forza fargli schifo questo pensiero? Il lavoro è lavoro e se il regista non si fosse fidato non l’avrebbe certo dato a lui. La mano del fotografo era del tutto ininfluente. Negli ambienti si parla, si scambiano contatti. Tutto normale.  Non male, anzi, se si immagina inoltre che, proprio in quelle settimane, stavano riemergendo, come in un dramma shakespeariano, i fantasmi del passato: il ritorno a Cassino dai genitori che, una settimana dopo il diploma al liceo scientifico, l’avevano quasi convinto a iscriversi a Ingegneria Gestionale. Ma lui, alla fine, non aveva accettato perché stava facendo crescere l’ikebana, che vuol dire letteralmente “far vivere i fiori”, il suo bios, le dinamiche degli opposti, quella storia dei sats, gli impulsi prima dell’azione, quelli che fanno interessare il pubblico per i motivi vari che ora non ricordava precisamente, ma i nomi sì, le parole sì.

Dieci anni dopo, però, a sei esami dalla laurea e in piena crisi esistenziale, dopo l’ennesimo cortometraggio senza budget girato a casa della ragazza del regista, la passione aveva cominciato a vacillare, fino a quando, alla fine di giugno, non era stato contattato da una segretaria dalla voce color tabacco.  E ora era lì, davanti al copione dello spettacolo per il quale dal giorno dopo, finalmente, avrebbe cominciato a fare quello che desiderava, recitare come un attore vero. La storia era curiosa. Si basava sull’analisi psicologica di un momento di crisi relazionale tra la Pimpa e Armandone, visti come fantasmi in un mondo che non li accettava più come personaggi reali. Angelo avrebbe dovuto impersonare un amico immaginario della Pimpa, che si credeva reale. Di fatto doveva fare una specie di albero, ma il regista gli aveva detto che il percorso di trasformazione in albero sarebbe avvenuto non con costumi semplici ma con un percorso di immobilità, una cosa interiore che lui avrebbe raggiunto tramite laboratori. Di fronte ad un’iniziale perplessità, alla quale Angelo stesso non diede peso, venne in soccorso nuovamente Barba o il suo maestro o il maestro di Barba che, in uno dei tanti aneddoti emersi nella memoria confusa ma generosa di Angelo raccontò della figura dell’ i-guse, in cui l’attore è seduto al centro del palcoscenico immobile come una roccia, la testa appena appena inclinata, mentre il coro canta e racconta. Allo spettatore non iniziato, la posizione dell’attore sembrava inerte e tale da non richiedere alcuna abilità. L’attore invece stava danzando. Ma dentro di sé. Era tecnica che negava se stessa, posseduta e superata. Era teatro che si trascendeva. Si chiamava “l’azione del silenzio” o “danzare con il cuore”. E poi di fronte alla celebre frase di Grotowsky in una conferenza all’Istituto di Antropologia Teatrale di Bonn nel 1980 (“Se un attore vuole esprimere, allora è diviso, c’è una parte che vuole e una che esprime, una parte che ordina ed una che esegue gli ordini. La vera espressione è quella dell’albero”), Angelo vinse ogni esitazione. Infine gli avevano assicurato che lo spettacolo sarebbe andato in tournée in Calabria a margine del Festival della Magna Grecia e, anche se lo potevano pagare solo pochi spiccioli, sarebbe sicuramente riuscito a ottenere una grande visibilità. Angelo ne era convinto: ora sarebbe entrato e avrebbe mostrato al regista di che pasta era fatto.  Spenta la cicca, buttata a terra e calpestata con cura, Angelo smise anche di pensare. Uccidere il respiro, uccidere il ritmo, mentre la sera avanzava e le strade apparivano spettrali come mai lo erano state prima di allora.

  darmianokok

Matteo Darmian, Legnano (Mi), 27 anni, impiegato presso un’azienda di spedizioni in Brianza

Le ferie sono lontane, ma facebook gli ricorda che un anno fa era in Brasile con Elisa, perciò Matteo si consola un poco. Scorre le immagini pubblicate dai suoi amici, resta imbambolato a seguire il luccichio delle onde in un video di una sua amica in un luogo imprecisato di mare, il sole rende Legnano insopportabile, ma lui ha piazzato un tavolino sul balcone per catturare la poca aria e un ombrellone lo ripara dai raggi più insolenti. Il computer non si deve scaldare troppo. La sua testa però neppure. Tra la sua testa e il computer vince sempre la testa. Pensieri banali, nobili, forse, inappuntabili, nel senso che nessuno studioso vorrebbe calarsi nel fitto brulicare delle piccole idee che brulicano nel suo cervello per prendere appunti, a meno che non voglia approfondire il concetto di nullità. Questo Matteo lo sa, un po’ lo infastidisce. Ma non lo disturba più di tanto, perché è uno dei più miti sostenitori della vita normale. Non è slegato dal mondo, è stato Je suis Charlie su facebook e su twitter ritwitta frasi profonde di Jim Morrison, divertenti di Keith Richards ed inviti alla pace che svolazzano tra i suoi contatti. Ha scelto di ascoltare Cartola su Spotify stamattina. Non sono in molti a conoscere Cartola tra i suoi amici, tutta gente conosciuta alle superiori, poi dispersa tra aziende della Brianza. Ma nelle playlist di Elisa, che faceva l’educatrice in una cooperativa e amava tutto ciò che veniva dal Sudamerica, non mancava mai una canzone di quel vecchio brasiliano.

Da quando Elisa si è trasferita in Brasile, le cose per Matteo girano bene, ha trovato un contratto di un anno per un azienda di spedizioni, lui, dopo le superiori ha iniziato subito a lavorare, quindi sono quasi dieci anni che sa tenere un buon ritmo. Professionale, educato, disposto a fare più ore del necessario. Il suo capo forse gli rinnova il contratto, che scade a dicembre 2016.  Gli vuol bene, il capo. E non solo a lui. Per esempio, stasera vuole che si guardi tutti insieme Italia-Germania. A Matteo non importa molto, ci giocava anche a calcio da ragazzino, non era male, anzi, c’era qualcuno che gli aveva prospettato una specie di futuro.  Ma scuola e calcio non erano per lui. C’era qualcos’altro nel suo destino, che a dire il vero è rimasto tuttora nascosto e in fondo a Matteo non dà fastidio tenere questo scomodo sconosciuto nelle retrovie, dopo i venticinque anni i propri talenti sono pesi difficili da sostenere. Elisa l’aveva un po’ illuso di essere speciale. Gli diceva che era la sua alvorada, l’alba, l’inizio di qualcosa, quando tutti dormono ancora e i legnanesi con la testa sulle spalle si alzano e si godono il fresco e la calma che persino la Lombardia regala ai più virtuosi. A Matteo non manca nulla, si sveglia ancora all’alba per andare a lavorare, oggi è un giorno libero e se lo gode rilassandosi, stasera c’è l’Italia con i colleghi. È un fatto inspiegabile che nell’esatto istante in cui Cartola urla Alegria, Matteo spenga improvvisamente il computer, chiuda le tapparelle, si rimetta a letto e aspetti l’ora in cui dovrà uscire, senza nel frattempo mangiare né bere. E la voce di Cartola, nonostante il pc spento, continua a rimbombare nella sua stanzetta e nella allungata e pallida testa avvitata assennatamente eppure insensatamente sul collo. Alegria è o que faltava en mim, la testa prima di tutto.

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Mattia De Sciglio, Milano, 24 anni, disoccupato.

“Dove la guardi l’Italia?” gli dice la solita voce senza che Mattia possa guardarlo, con gli occhi chiusi, concentrato, o per lo meno, nel tentativo di concentrarsi. Le finestre sono chiuse, Mattia vorrebbe chiedere di aprirle, ma anche sudare e patire senza lamentarsi fa parte del percorso. Sì ma pensare di lamentarsi non equivale a lamentarsi? Come pensare di tradire equivale a tradire? Secondo lui sì, secondo il suo dottore no. Mattia ha più volte sperato di chiuderla lì questa terapia, in passato. Ma poi è stato costretto ad ammettere che gli serve. Gli serve odiare una persona per convogliare in questa tutta la sua rabbia. Difensore centrale, poi dirottato a terzino, pronto a una vita da calciatore professionista nel Milan, tutti gli amici gli chiedevano i biglietti per lo stadio, lui non esagerava mai con le richieste al club, si allenava, studiava, portava avanti tutto, aveva una ragazza fissa.  E la tradiva, segretamente, sistematicamente, a ogni trasferta, continuamente. Un’attività frenetica su un sito di appuntamenti lo portava a suonare il citofono di donne di tutte le età. All’inizio era il suo sfogo. Poi la sua droga, incontrollabile. Poi, con l’arrivo della patente nessun sobborgo diventava troppo lontano. Lentamente portato a spegnere ogni delusione tra le braccia di donne occasionali e imperdibili, si dimenava come una bestia nel privato di sdruciti fine settimana nelle periferie milanesi e brianzole, mentre le sue prestazioni in campo e dietro i banchi di scuola crollavano miseramente, con costanza matematica. E addio diploma, addio sogni di calciatore, addio fidanzatina che i genitori amavano. Il declino di Mattia è stato immediato e senza speranza di riscatto sociale. Ricattato, pedinato, minacciato da una fauna umana che era sempre più difficile tenere fuori dalla propria porta di casa. Una matta di Rozzano, sposata con un avvocato e innamorata di lui, gli ha sfigurato il volto con una coltellata, in preda a una scenata di gelosia: fatto di cronaca, giornali locali, reputazione destinata a putrefarsi.

Ma finalmente il suo viso perfettamente tondo e inespressivo, senza alcuna asprezza, liscio e pulito come il lavandino del suo bagno su cui sua madre passa la spugna imbevuta di detersivo ogni giorno, “sa di uomo”, così dice il dottore Odiatissimo.  Un paio di sedute a settimana, tanti soldi buttati per la sua cura, segreta, silenziosa. “Andremo alla scoperta delle potenzialità motivazionali, sbloccheremo i livelli energetici del sistema dei meridiani della medicina cinese”, parole che non volevano dire niente rimbalzavano sin dal primo incontro terapeutico nelle orecchie di Mattia, rese sorde da urla terribili che sentiva solo lui. “Il nostro corpo è come il mare ed è attraversato da varie correnti, le tue sono bloccate”. Il corpo come il mare, come quello di Diano Marina, dove i genitori prendevano in affitto un appartamento ogni estate. Bello. Bello scendere gli scalini della stazione, fare due passi nel ciottolato del centro del borgo ligure, mentre il vento prometteva uno, dieci, quindici giorni di spiaggia e ragazze disinibite pronte a spogliarsi sott’acqua per sfioramenti furtivi, mai rivelati neppure al cosiddetto migliore amico, il figlio di un barista, più grande, scatenato conquistatore di femmine, senza pari, maestro di seduzione, che presto andò a sostituire per Mattia il mito bidimensionale di Paolo Maldini, grande uomo, grande terzino, grande campione trasparente di virtù e valori cavallereschi. Uno sceglie i propri modelli in base ai difetti che ha, non alle virtù. I veri ammalati di bugie amano chi dice la verità, il diavolo invidia dio, Mattia si traveste da Maldini per un po’, poi scopre il motivo.

E si trova sul lettino del dottore, con il corpo invaso da un mare cinese che non capisce. Il dottore gli pratica digito-pressione sugli arti, piedi, gambe e braccia, “come l’agopuntura, ma senza aghi, con le dita”. Vuole liberare i suoi canali energetici, sciogliere i sensi di colpa. L’obiettivo minimo sarà avere una ragazza come gli altri, andare con lei a cena fuori, poi magari iscriversi di nuovo a scuola, finire le superiori, privatamente, cercare un lavoro, iniziare la vita un po’ in ritardo.  Il mare si ingrossa, Mattia sorride, succede continuamente, è una marea piena di pesci misteriosi, con loro squali, meduse purpuree, piranha, delfini isolati, balene addormentate, l’assenza di suono, di musica, di rumore. Il silenzio totale sotto, lo scuotersi senza sosta di onde, lui che fissa senza espressione una ragazza prendere il sole senza il pezzo di sopra, il seno tondo sgonfiato e un capezzolo in cima rosso spento, sul quale vorrebbe infilare una bandiera. La bandiera rossonera, anche sì, e poi mangiare, divorare tutto, seno, sabbia, mare, ricordi, affondare i denti nella consistenza segreta delle femmine, solo frutti da spolpare. “La guardo a casa, con i miei genitori.”, risponde Mattia dopo quarantacinque minuti di canali energetici massaggiati con professionalità, mentre il dottore apre le finestre e fa entrare la luce, l’aria, il traffico indistinguibile di macchine in fuga o in arrivo, nella grande città d’estate. Il sale sulle labbra, ondeggiare, lasciarsi galleggiare, riaprire gli occhi sulla propria fascia di competenza e tenere la posizione, sarà poi così difficile?

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Giorgio Chiellini, Pisa, 32 anni,  impiegato al CAF

E’ quasi notte al cimitero dei Lupi. Le vecchiette si affrettano tra i cipressi del viale per raggiungere l’uscita prima che il custode si metta a picchiare con le chiavi sul cancello di ferro e ad apostrofarle con commenti sempre più fuori luogo. Ma stasera il Baldacci non si vede. Il gabbiotto è chiuso e il lucchetto pende storto dalla sbarra. Nel parcheggio, i mariti aggeggiano con le autoradio e bestemmiano con più fantasia del solito. Molti hanno già acceso il motore. Qualcuno se n’è andato, tanto la strada la sanno.

Intorno è già calato il silenzio. La brezza marina non porta più il frastuono delle gru e dei container, ma l’impercettibile fruscio di diecimila e più risonanze, identiche eppure distinte da minime variazioni di sincrono e tono come i diecimila e più steli identici e distinti di un campo di grano battuto dal vento. La sirena del traghetto per Portoferraio sommerge tutto per un attimo, poi gli steli emergono di nuovo, uno dopo l’altro.

Dall’altro lato, dalla parte di Montenero, i campi di calcetto sono deserti. Solo al campo di football americano qualcuno approfitta del fresco della sera per provare qualche schema. Neanche a Giorgio importava. Meglio correre e fare a spallate senza nessuno che si lamenta, che ti dice piedi a banana, chi ce la butta ci va, il budello di tu ma’. Quando capitava a lui, di buttarla oltre la rete e il muro di cinta, ci andava senza dire nulla. Faceva il giro dal deposito dei tir, salutava le vecchiette, chiedeva scusa se aveva rovesciato un vaso di fiori. Nessuna si arrabbiava mai. Gli volevano tutte bene a quel ragazzone, andavano tutte da lui a farsi calcolare gli anni della pensione e a farsi riempire i moduli. Giorgione. Giorgino. Schiacciato dal camion del sudicio a trentadue anni. Ma dillo te.

Ora vanno a trovarlo tutti i giorni. Gli amici del football avevano messo un pallone pieno di firme davanti alla lapide, ma una signora ha pensato che venisse dal campo e ha provato a restituirlo. Le forze non le sono bastate, e il pallone è finito nello spazio tra il muro del cimitero e quello degli impianti sportivi. Nessuno è riuscito a recuperarlo ed è rimasto lì, a sgonfiarsi in silenzio. Poco sopra, tra l’edera e le scrostature, si distingue a malapena una vecchia scritta sbiadita. Scusa merda se ti chiamo Livorno.

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Leonardo Bonucci, Viterbo, 29 anni, non si capisce bene che lavoro faccia, ma sicuramente fa parte dello Juventus Club di Viterbo

Le foto del Messico. Leo le ha postate tutte su facebook e tutti quelli che dovevano mettere il like l’hanno messo, soprattutto la foto troppo divertente scattata nel momento preciso in cui lui con un buffetto ha fatto saltare gli occhiali a Gigge con tutti che ridevano, anche quelli del posto. Che risate. Meno male che non si sono rotti sennò dove se li andava a prendere gli altri occhiali? Meglio non pensarci. Però non gli piace che c’è una foto che gli hanno messo solo quattro like in tutto, un cuore e tre pollici su. Uno di Gigge, che però ha messo il like a tutte, l’altro di zio Paolo che sta in Germania e mette i mi piace un po’ a caso, uno di Patrizia che è carina ma niente di speciale e il cuore di uno che non si ricorda bene chi sia, Carlo, forse uno della palestra. Sì gli pare di sì. Comunque che manco la sua ragazza Jennifer gli abbia messo il like è un po’ assurdo. di tutte le foto del Messico e tutte le faccette che gli amici su facebook (quasi tutte o risate o sorrisi o cuori) gli hanno dedicato, all’improvviso non gli importa quanto di questa foto che ha avuto poco successo. Proprio non si può dire che la foto è brutta. C’è lui fa il bacino con le labbra abbracciato agli amici mentre loro sorridono e stringono due lattine calde di birra Indio sotto il sole e dietro di loro c’è una strada tutta curve che in mezzo al deserto sembra un serpente. Insomma una foto che non  vuole dire molto, però è carina, pensa Leo, fa capire come si sono divertiti all’addio al celibato di Gigge. Gigge è il suo migliore amico, storico, juventino come lui, portati sin da bambini dai papà a vedere le partite della Juve al circolo e poi cresciuti col mito dei capelli di Torricelli, le scivolate di Montero e gli occhiali di Davids, quelli che non potevano cadere manco se gli tiravi uno schiaffo. E ora si sposa Gigge. A Leo gli occhiali di Davids piacevano tantissimo e li aveva pure chiesti per due natali di fila al babbo, ovviamente si parla di quando era bambino, e lui il babbo gli rispondeva sempre: “Dindolò di la catena, chjama’l babbo chi vvènga ccéna; e ssì nun vo’ vvinì, chjude la pòrta ch’annam’a ddurmì”.

Quanto gli piaceva la Juve, vederla con Gigge e tutti gli operai amici del papà. La Zizzona dietro al bancone che gli dava le ovette fresche.  E il papà poi lo portava a dormire e tornava al circolo. Proprio Leo non capisce perché la foto non è piaciuta a Jennifer che ha messo il mi piace a tutte ma non a quella. Glielo chiederà stasera perché a lui sembra proprio una bella foto.  Non capisce proprio perché le altre sono piene di like e quella no.  Ma poi non si capisce proprio perché quella no. Perché questa foto no, la guarda e la riguarda. Fa una faccia non tanto da figo, era un po’ scema, per prendere in giro. Che ha quella foto che non va? Niente, è la foto di cinque ragazzi che si divertono lontani da casa. Che c’è di male? Squilla il Samsung e Leo risponde scocciato a Jennifer, si è arrabbiato davvero per questa storia dei like e glielo dice, meglio che si parlino chiaramente, meglio per tutti e due. Jennifer si mette a piangere perché crede che sul lavoro le abbiano aperto la borsa per guardare dentro e crede che sia stata la capa, Leo però neanche la ascolta. Poi si vedranno la sera e si parleranno. Però dopo la partita, prima la partita e poi magari si mettono in macchina da qualche parte e si fanno due discorsi come Dio comanda. Perché Leo deve farsi prendere per il culo così da lei? Ecco che è arrivato il like di Jennifer, finalmente. Ha capito che magari poi la sera si metteva male. Comunque sicuramente glielo farà pesare. Intanto Leo decide di mettere il like alla foto della sua ex in vacanza col cane sulla spiaggia al Circeo. Non è un semplice like, è un cuore. Chi se ne frega. Scorre le foto cliccando così a caso e vede improvvisamente comparire una di lui allo stadio delle Alpi con lo sciarpone della Juve e sempre Gigge e la ragazza che aveva Gigge allora, una rumena che ci aveva provato anche con lui e lui non ci era stato perché l’amicizia è un valore e basta. Comunque era uno juve udinese del 2006 e ricordava pure il risultato, uno a zero con gol di Alex al limite del fuorigioco, cross di Zambro. E poi quell’anno pure i mondiali.

Che ricordi, pensa Leo, che siccome gli è venuta voglia di farsi i fatti suoi si toglie la maglietta e va sul balcone a guardare fuori. Non fa caldissimo, ma è che vuole solo farsi un selfie, giusto il tempo di un selfie, gonfiando i muscoli, come Balotelli.  Visto che se fa il bacino non gli mettono il like perché pensano che magari è un po’ da checca, ora fa il selfie serio e arrabbiato. Gli viene da ridere da solo a pensare che poi darà questa spiegazionie agli amici la sera. È arrabbiato con Jennifer e posta il selfie su facebook e lo mette anche come immagine profilo di whattsapp.  Suona il telefono, è lei. Leo lascia squillare, non si è ancora rimesso la maglietta e inizia a sentire un po’ fresco. Starnazza una trombetta fuori dalla strada, subito lui pensa che è per lui, qualcuno che lo prende in giro e guarda fuori con aria di sfida. 

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Andrea , Fiesole (FI) 35 anni, titolare di negozio di parrucchiere a Firenze

Il signor Barzagli è il proprietario del negozio di parrucchiere I capei d’oro in via Novoli a Firenze, in zona aeroporto. E questo già gli basterebbe per essere soddisfatto. In più bisogna dire che ha una bella casa nello stesso edificio in cui acconcia le teste di numerose buone signore del circondario e nella sua routine di casa e bottega può vantarsi di avere delle clienti fisse che lo adorano. Forse per via del grande petto virile da soldato etrusco, smisuratamente più grande del resto del corpo. Sabato, domenica e lunedì va a Roma per stare con la sua fidanzata, che sposerà tra non molto, non l’anno prossimo, quello dopo, se tutto va bene, sicuramente. Prima bisogna trovare una casa, lei deve chiedere il trasferimento a Firenze, lui deve sistemare dei conti già discreti ma ancora non perfetti per poter programmare una famiglia con prole. Oggi è sabato ma non è potuto andare a Roma. Lei doveva vedersi con delle vecchie amiche per un week end fuori porta programmato da tempo, tra sole donne, a base di creme solari, mohito sulla spiaggia, libertà ma non troppo, una deludente notte in discoteca e, in gran parte, a letto alle dieci. Lui capisce, apprezza, tutto scorre. Gli piace vivere senza eccessi e di questo non si vergogna. Sì al ristorante, no ai bar, niente merendine fuori pasto né incontri casuali, uscite con amici selezionati e possibilmente non troppo spacconi, meglio lavoratori che universitari.

D’estate un viaggio di coppia all’estero, Provenza, Londra, Praga, Croazia e in particolare gli Stati Uniti che lo hanno colpito profondamente perché, come racconta alle sue clienti, “lì puoi incontrare neri, bianchi, gialli, pazzi, geniacci, straccioni, gente elegante, ricchi, poveri, insomma di tutto ed è tutto normale”. È il suo sogno, la normalità. Non potrebbe mai farne a meno, purché non gliela si imputi come limite. Oggi però gli è successo qualcosa di strano. Mentre cercava parcheggio per andare a far spesa in un centro commerciale, ha notato su un lato della strada una figura riversa sul marciapiede. Era un momento in cui non sembrava circolare nessuno. Senza staccare del tutto gli occhi dall’asfalto, ha concesso qualche sguardo di approfondimento alla sagoma.  Sembrava un bambino. Ed era certamente disteso, ma non si riusciva a capire se fosse svenuto o se fosse solo dolcemente adagiato, chissà per quale motivo. Il signor Barzagli ha rallentato ulteriormente, già non andava veloce, fino a quasi fermarsi. Non sapeva se fosse più inquietante la presenza di quel corpo abbandonato o l’assenza di esseri umani e macchine, a parte quelle parcheggiate. L’unico segno di vita che circondava lui e il bambino era rappresentato da due o tre negozi aperti, un alimentari asiatico, un’agenzia immobiliare, un bar. Dopo brevi riflessioni sul da farsi, il signor Barzagli, per nulla pavido, ma nemmeno particolarmente portato ad immischiarsi nei fatti altrui, ha deciso di accostare e dare un’occhiata a distanza. Sceso dalla macchina, gli è parso di vedere la sagoma muoversi impercettibilmente.  Si muove, sta bene, posso andarmene. Sarà uno stratagemma per derubare i passanti, non conviene avvicinarsi. La cosa giusta da fare, la scelta sana, la sua caratteristica principale.

E in effetti anche stavolta il signor Barzagli si è trovato sul punto di farla e di abbandonare una volta per tutte quel dubbio di omino sul marciapiede, quando improvvisamente quella cosa si è tirata su all’improvviso e ha iniziato a fissarlo, seduta. Sembrava davvero un bambino, ma ora appariva più come un uomo, un uomo sulla trentina, probabilmente, ma molto piccolo. Aveva una maglietta blu, pantaloncini bianchi, gambette e braccia minuscole, occhi chiari, capelli corti biondi, faccia larga e buona. Lo fissava, evidentemente, ma non era aggressivo.  Si è solitamente portati a dire qualcosa in questi casi, come un “tutto bene?” o un “ha bisogno di aiuto?” Ma la strada era deserta e la gola del signor Barzagli era chiusa, senza che un respiro potesse uscire. Il piccolo omino aveva uno stemma sulla maglietta, il tricolore. La nazionale di calcio. Oggi c’è un’altra partita dell’Italia, e con questo? Lui il calcio non l’ha mai seguito davvero, ci giocava sì, da ragazzo, anche più volte a settimana, perché era il passatempo dei suoi coetanei e a lui riusciva piuttosto bene. Difendeva, con coraggio, dicevano i suoi allenatori. Ma a quei tempi era solo un bambino, forse più piccolo di questo strano mostro che ora gli sembrava voler dire qualcosa, prendendo un respiro profondo chissà da quale abisso. E qualcosa gli ha detto, effettivamente. Ma accompagnando la voce con un ghigno atroce, gelido come l’acqua di un fiume di notte in aperta campagna. Nelle ossa del signor Barzagli ha iniziato a scorrere per un attimo un pensiero ghiacciato, imprevisto, inafferrabile. E, come ci si potrebbe aspettare da un uomo del genere, nel momento più inconsueto della sua giornata, ma forse anche della sua settimana o degli ultimi dieci anni, il signor Barzagli è fuggito immediatamente nella sua macchina, pentito di essersi fermato e con la salda risoluzione di ripartire senza dare alcun peso a quanto il piccolo incubo avesse cercato di dirgli. Acceleratore, semafori gialli lampeggianti, strade senza ostacoli. Fino al parcheggio del centro commerciale. Una lunga frenata, un respiro profondo ed ecco che la realtà di luci all’interno e lampioni fiochi all’esterno è tornata a pulsare nel suo corpo, insieme al battito del cuore, ora finalmente regolare e al respiro, come nuovo.  Ma una volta tra gli scaffali, qualcosa ha ricominciato a non funzionare bene.

Forse orribili immagini di mozzarelle e lattine di fagioli in offerta si legavano fatalmente alla partita dell’Italia. Se vince costa la metà. Ma se perde i fagioli non costeranno il doppio. Si vince sempre, insomma. Alla cassa, ritrovando per un istante l’opportunità di un incontro di sguardi con un essere umano diverso da quell’omino, venti minuti dopo l’incontro, il signor Barzagli ha tenuto gli occhi fissi su quelli della dipendente che aveva superato i trent’anni da molto, evidentemente suo malgrado, fioca come il lampione fuori: “Con chi gioca l’Italia stasera?”, le ha chiesto. La signorina, stupita, sembrava non saperlo, impallidendo, prima confondendosi, poi sorridendo, svelando così in un impeto di confidenza di non saperne proprio nulla. Bancomat. “Contro la Germania”. Ha detto improvvisamente qualcuno dietro di lui. Ma non era un qualcuno qualsiasi. Il signor Barzagli sapeva benissimo di chi si trattava, lo aveva riconosciuto dal gelo, dal sangue immobile mentre con due dita tendeva il bancomat alla cassiera. Perciò non aveva alcun bisogno di girarsi. Come aveva potuto seguirlo fin lì? Che intenzioni aveva l’omino? Era in pericolo? Scappare o voltarsi ed affrontare il nemico? La mente sceglieva la prima, il corpo, piantato, la seconda. Erano in pubblico, c’erano le condizioni per scappare in un secondo momento o per chiedere aiuto. Voltarsi dunque. Ed ecco la maglia azzurra, gli occhi trasparenti, il sorriso che tagliava la parte inferiore del volto da orecchio a orecchio, grossi denti. “Vinciamo noi ai rigori, stasera. Vedrai Andrea che vinciamo noi.” Gli ha detto proprio così, prima di porgere alla cassiera una baguette confezionata, marmellata, burro, spezie e allori contenuti in un sacchetto ben chiuso e un altro sacchetto di fette di carne sanguinolente.

Il signor Barzagli non gli avrebbe mai chiesto perché quell’omino sapesse il suo nome. Forse era qualcuno con cui aveva giocato da ragazzino e che lo aveva riconosciuto, gli aveva suggerito la fidanzata poco dopo al telefono, sulla via di casa. Non ci aveva pensato, sicuramente era così. Ma per qualche motivo indipendente dalla sua volontà, dalle labbra di Andrea è uscita una frase incontrollata, apparentemente innocente, se non fosse stata pronunciata da lui: “La voglio vedere.” e dopo una pausa, col telefono premuto sull’orecchio e l’acceleratore nuovamente schiacciato senza ritegno, “voglio vedere l’Italia stasera”. “Ma volevi leggere un po’ stasera”. “Voglio vedere la partita.” e chiuso il telefono, nessun altro impegno gliel’avrebbe impedito.  Che cos’ha, si è limitata a commentare la sua fidanzata. Non è così che fa di solito Andrea. Non è una bella cosa. Che strano, si è limitato a pensare il signor Barzagli, prima di rientrare nel suo ordinato appartamento. Aveva la camicia sudata e non è riuscito a dire una parola fino al momento di mettersi a tavola. La fidanzata, anche lei, in silenzio. Finita l’insalata, però, contrariamente alle aspettative della sua convivente, si è limitato a rimanere a lungo sul proprio divano con una rivista di design di interni tra le dita. Ha letto un po’, poi è andato a letto, sorridendole dolcemente e sussurrando, senza svegliarla, i propri impegni della giornata successiva. Lei ha ascoltato, senza riuscire a capire nulla. Quel pensiero a voce alta, scagliato con violenza in macchina, al telefono. L’Italia, lui, quando mai. Buonanotte amore. Qualcuno in quella che gli era sembrata una lunghissima notte ha urlato. Un coro di nomi, nomignoli, insulti, forse un  pianto. Un pianto raro, inconsolabile, ghiacciato, cresceva a pochi passi dal signor Barzagli e lui non sapeva da quale abisso venisse e soprattutto dove l’avrebbe portato.

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