La più bella Italia di sempre – Parte seconda

La più bella Italia di sempre – Parte seconda

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Tavolino allenatori di club senza club

Cavalier Walter Zenga
Ultimo incarico: Al Jazeera, 2014.

Cavalier Ciro Ferrara
Fermo dal 2012 ma ancora stipendiato dalla Sampdoria fino al termine della stagione in corso.

Ufficiale Pietro Vierchowod
Da poche settimane esonerato dalla panchina del glorioso Budapest Honved, serie A ungherese.

Un altro piccolo tavolino, di faggio leggermente incurvato, accoglie due Cavalieri e un Ufficiale. Vierchowod, come Bergomi, ha avuto un trattamento speciale perché già campione del mondo 1982. Marocchi e Pietro a Italia ’90 non parlavano molto, ma una volta a calcio balilla si trovarono a far coppia insieme e si conobbero meglio, naturalmente senza parlare di cose che non facessero parte del gioco. Pietro ha un problema grosso, secondo Giancarlo: prende tutto troppo sul serio e non è una persona sufficientemente colta da tenere alto il livello della sua serietà. Sembra davvero malato di onestà, devoto al lavoro, mai una bugia, mai uno scherzo. Viscerale e ben pensante ma insofferente al dialogo, incapace di intavolare una conversazione. Leghista della prima ora e poi pentito e pronto a candidarsi sindaco di Como con una lista civica, il Faro per Como, lanciata in un momento di megalomania dagli spalti dello stadio cittadino prima di una partita importante. Giancarlo non lo frequentava più da tempo, ma a Bologna girava per bar e i giornali li leggeva. “Cerco delle persone che vogliano aiutarmi a fare qualcosa per il bene della città, visto che le persone che hanno governato fino adesso, di destra e di sinistra, hanno fatto delle cose non buone per la città”. Dichiarazioni di questo tenore. Il suo programma politico era basato su impegno e voglia di fare. Fatti. Fare. Basta parlare. Svincolati da tutto, destra, sinistra, tutto. Basta. Adesso, tirarsi su le maniche.

Nelle tribune politiche finì per fare la caricatura di sé stesso, del marcatore rude che solo alla soglia dei quarant’anni ottenne contratti con Milan e Juve. Quello che non molla mai. È stato il primo allenatore della nuova creatura fiorentina dei Della Valle. Dopo nove giornate lo mandarono via. Da allora sembra un Terence Hill di provincia senza pace, senza contratti, senza fiction, senza lavoro. La politica lo ha fatto vivere di nuovo. Prese più di mille voti a Como, ma non volle ripetere l’esperienza. Ripescato in panchina a Budapest, pare che a margine di una sconfitta bruciante il presidente gli abbia detto che comunque erano anni che non vedeva una squadra giocare così bene. Il giorno dopo è stato licenziato. Ha molto tempo libero, l’Ufficiale Pietro Vierchowod. Giancarlo è sicuro che sarà uno dei primi ad arrivare, con un cesto di primizie ed un album di fotografie sotto braccio. Non è che abbia tutta questa voglia di vederlo.

Chi non può mancare è Walter. Walter, lui sì, è un grande allenatore. Giancarlo lo stima moltissimo anche se non ha mai capito se la cosa sia reciproca. Vicini fu chiarissimo: a far perdere l’Italia ai Mondiali non è stato l’errore di Zenga, ma i rigori sbagliati da Donadoni e Serena. Marocchi è sempre stato d’accordo con lui, anche se l’errore di Zenga è arrivato cronologicamente prima di quelli di Donadoni e Serena (Giancarlo di norma è un tipo molto logico). Da allenatore Walter è stato bravo a Catania, a Palermo non come a Catania ma non fece danni, in Romania lo amano, nei paesi Arabi è un’autorità. Un formatore nato. Una volta Giancarlo ha assistito a una lezione di tattica di Zenga a giovani aspiranti allenatori. Capacità d’improvvisazione, umiltà, disponibilità.

Ha tantissimo da insegnare, ha carisma, coraggio, follia, voglia di vincere. Di tattica sa quanto basta, senza esagerare. Non si guarda mai alle spalle. Non esita a uscire dalla propria sfera di competenza, anche a essere inopportuno. Qualche uscita la sbaglia, certo, ma insomma sarebbe un perfetto allenatore moderno. L’unico insormontabile problema di Zenga è che vuole fare per forza l’allenatore dell’Inter e questo gli sta rovinando la vita. A Giancarlo ricorda un ragazzino dei suoi tempi della scuola, a Imola: era bellino e tutte le ragazze gli andavano dietro, ma lui voleva a tutti i costi la giovane e procace supplente di inglese. Tanto le sbavava dietro che alla fine le ragazze cominciarono a pensare che fosse un po’ uno sfigato. Lei, la supplente, nemmeno a dirlo, se lo lavorava per bene, lo illudeva e lo scaricava. Come si chiamava più? (Storiella da non raccontare a Walter, comunque: emotivamente è instabile).

Ciro Ferrara era simpatico, ma ora è odioso. Faceva tanti scherzi, ora però è una specie di zitella cupa. Prima era un vulcano di socievolezza, ora non parla mai per primo, non va a ballare, resta austero nel proprio stile elegante e funereo e interviene il meno possibile. Ciro nel 2012 è stato messo sotto contratto da Garrone per tre anni, fino alla fine del 2015. Per la Samp aveva lasciato l’Under 21, dopo aver scoperto di non provare più emozioni nemmeno per la maglia azzurra. Ciro voleva tornare in Serie A. Sogna ancora la coppa dalle grandi orecchie. Il successo dà alla testa e crea dipendenza. È diventato suscettibile. Non lo si vede molto in giro. Una volta Giancarlo era di passaggio in Campania per seguire i ragazzini del suo Bologna e incontrò lo storico omonimo di Ciro Ferrara, quello scarso, il Ciro Ferrara che giocava nelle serie minori. I due Ciro avevano fatto le giovanili insieme, nel Napoli, tanti giornalisti avevano pubblicato le notizie su quello famoso, associandolo per errore a una foto di quello non famoso. Erano sempre andati d’accordo, sempre in allegria, a ridere della loro omonimia. “Non lo sento da tanto. Gli feci i complimenti quando lo chiamarono alla Juve, poi è un po’ sparito. Non lo so, non voglio disturbare”, aveva detto l’omonimo scarso, forse risentito, al curioso Giancarlo. L’omonimo era sempre uguale, sorriso sbarazzino, faccia dura ma beffarda. Bel carattere. Ora nessuno li confonderebbe più, pensò il profondo Giancarlo. A pranzo il Ciro giusto verrà, passerà. Ha detto che subito dopo pranzo riparte. Bisognerà stare attenti a parlare con lui. Forse al tavolo con Walter è meglio di no.

Tavolino degli allenatori di nazionali

Cavalier Giuseppe Giannini
Khobar 6.11.2014, dati spettatori non disponibili
Emirati Arabi Uniti – Libano 3-2

Uno splendido tavolino di ciliegio, legno pregiato. C’è una sedia sola: è per Giuseppe Giannini, ct del Libano. Giancarlo, durante quelle notti magiche, subiva il fascino oscuro di Giuseppe. Il Principe giocava in casa, si sentiva a casa. Contro gli Stati Uniti ha risolto una partita imbarazzante con classe cristallina e forza fisica. Fuori dal campo faceva discorsi strani, legava poco con gli altri. Cinque minuti lo si stava a sentire, in amicizia. Poi prendeva a sragionare. Diceva che voleva aprire un’attività commerciale. Agenzie di assicurazioni, ortofrutta, Giancarlo non ricorda più. Tutti pensavano a vincere, lui già pensava al futuro dopo il calcio. Gli arrivavano decine di telefonate di tifosi della Roma, tutto il giorno. Rispondeva sempre, parlando forte, senza vergognarsi di niente. Giancarlo evitava di trovarsi da solo in una stanza con lui. In campo era imbronciato. Non prendeva le redini del gioco, gliele lasciavano i compagni. Era un regista del popolo, come un capocameriere che fa quel lavoro da trent’anni e ti dice: “Il pesce al tavolo del senatore lo porto io”. E non ti dice perché, ma tu stai zitto e gli dai il vassoio con il baccalà. Lui manco lo guarda, agisce, sta già pensando alle prossime tre quattro mosse. Ma fuori dal ristorante non è nessuno.

Da allenatore del popolo, ama le piazze minori. Risponde ancora sempre forte al telefono ai tifosi, ma sempre più spesso anche faccia a faccia. Con i potenti perde la pazienza, non sta al gioco, sbatte la porta e se ne va. Il presidente di una Sambenedettese prossima al fallimento avrebbe raccontato di essere stato massacrato da un tizio molto vicino a Giannini perché non aveva pagato al Principe gli ultimi stipendi. A Grosseto, dove otteneva buoni risultati, il Principe ha mollato dopo una vittoria spettacolare, scaricando tutta la colpa sul presidente. I giocatori erano con lui, la piazza anche: il popolo intero. Al contrario del mammone Zenga, Giannini nella Roma da allenatore non ci ha mai sperato. Se non lo chiamano, lui non la cerca, non la cita neppure. Secondo Giancarlo, che è una persona riflessiva visto che ha molto tempo libero, la sua rovina è stata il soprannome: il Principe, il grande equivoco della sua vita. Male si addice allo sguardo torvo e ai modi spicci con cui oggi dichiara di voler portare la nazionale del Libano alle Olimpiadi del 2016. Niente di principesco ha avuto la sua breve carriera politica culminata con la candidatura per Forza Italia nel 2005, non eletto. Difficile anche associarlo alle recenti accuse di frode sportiva per un Gallipoli-Real Marcianise di sei anni fa. Sono invischiati clan mafiosi e Giuseppe, cinquantenne incensurato, cerca di smarcarsi da ogni coinvolgimento. Non un Principe, un avventuriero piuttosto, un hidalgo, sperduto e pericoloso. Giancarlo l’ha invitato per ultimo, sperando che avesse un impegno. Invece no, era libero, gli avrebbe fatto piacere rivedere “gli altri” ha detto. Forse neppure ricordava precisamente chi.

Tavolino dei dirigenti

Cavalier Andrea Carnevale
Capo osservatori Udinese

Ufficiale Franco Baresi
Staff ufficio marketing Milan

Faggio anche per i dirigenti, con un ripiano un po’ più largo per poggiare i propri portatili, visto che Giancarlo sa che i dirigenti lavorano sempre, soprattutto a pranzo. Non lo sa per esperienza diretta, però quando va a pranzo con un dirigente, quello è sempre distratto dai suoi file excel. Giancarlo ha un portatile ma lo usa più che altro per guardare dei filmati su youtube, che lo fanno ridere, qualche volta. A Marocchi per riempire questo tavolo è stato sufficiente fare solo due telefonate: una a Carnevale (e non è stato semplice raggiungerlo, visto che due volte al mese va a Granada e a Londra e tiene sempre il telefonino staccato), l’altra a Baresi, che qualche volta va in giro per il mondo a testimoniare con la sua smorfia dolorosa quarant’anni di Milan ma per il resto è spesso a casa, su una poltrona sistemata tra la televisione, il computer fisso perennemente acceso e il telefonino in mano.

Entrambi hanno rischiato di conoscere la galera. Anche per questo Giancarlo, nel timore di dire qualcosa di inopportuno, ha perso i contatti con entrambi da molti anni. Con Carnevale, per esempio, non si sentiva dalla storica squalifica per doping, addirittura pochi mesi dopo le notti magiche, il primo caso mediatico nella storia della Serie A. Dieci anni dopo sono arrivati anche i domiciliari per le bustine bianche di cocaina che entravano ed uscivano dal Ministero dell’economia, che in qualche modo inizialmente coinvolsero anche lui. Trovarono una bustina nel cortile di casa sua, bussarono alla sua porta, fece finta di non essere in casa, dopo un bel po’ aprì e negò tutto: questa la leggenda. Ma Giancarlo sapeva solo quello che leggeva sui giornali e non era il tipo da giudicare sulla base di un trafiletto di cronaca. Come quando Carnevale si candidò per l’Udeur nel 1999. Marocchi, a cui nessun partito aveva mai proposto nulla, ne era indispettito. Ora, lasciamo stare che nessuno l’ha votato, ma insomma, lasciamo stare anche la faccenda del doping eccetera, però perché uno come lui sì e io no? Questo il pensiero del gentile Marocchi.

Certo che l’Udinese se l’è coccolato ben benino Carnevale, nella seconda parte della sua vita. Fa il lavoro dei sogni, Giancarlo lo invidia molto. L’ha chiamato per invitarlo e Andrea ha fatto finta di riconoscerlo. Quasi alla fine della chiacchierata, gli ha detto: “Ma chi sei, De Agostini?”. No no, sono Giancarlo. Marocchi. Dai. Non mi vedi in televisione? Due risate di circostanza. Andrea ha fatto un po’ il vago, forse vengo, forse non vengo. Devo andare a visionare due ragazzini dalle parti tue, magari faccio un salto. A che ora è? All’ora di pranzo. Una volta, nello spogliatoio, prima di Italia ’90, un’amichevole forse, Giancarlo aveva chiesto ad Andrea che musica ascoltasse. A Carnevale non piacque la domanda, la ritenne forse troppo intima, e restò sul vago. Musica napoletana, disse. Poi però affermò con aria provocatoria: “I Cimarosa, conosci i Cimarosa?”. Giancarlo non li conosceva e la prese per snobismo. A Giancarlo lo snobismo non va giù.

Con Franco è stato più facile. Nell’ambiente dei calciatori, malizioso e pettegolo, si dice che ci sono due galere nella vita di Franco. Una è quella reale, che ha rischiato ed evitato, patteggiando, dopo lo scandalo dei cosiddetti “quadri rubati”. Una storia così assurda e oscura che Giancarlo non ha mai approfondito. L’altra galera di Franco è, sempre secondo i pettegolezzi (ma qui Giancarlo si dissocia fortemente), la famiglia. La moglie di Franco è intraprendente, troppo. E Franco è innamorato. Troppo? Non si è mai troppo innamorati secondo Giancarlo, che ama sua moglie e i suoi suoceri esattamente come il primo giorno, né più né meno. Franco ha lasciato squillare un po’, facendo finta di non essere in casa, poi ha richiamato dopo quindici studiati minuti. Giancarlo ha atteso. Gliel’aveva detto Filippo Galli, informalmente. “Guarda che Franco alla prima telefonata non risponde, dopo un quarto d’ora richiama”. “Ma cosa fa in quel quarto d’ora? Si misura la pressione? Una spremuta di pompelmo?”. “No, credo che guardi l’orologio.”

Giancarlo provava a parlare con Franco durante Italia ’90. Tentativi disperati. Uno con un senso tattico così spiccato non era capace di spiegarsi, di dare un consiglio, un’opinione. Non voleva ferire nessuno e sentiva di non avere niente da insegnare. Era poi bravissimo a far cadere i discorsi, guardando un punto lontano o per terra. Ogni parola che non appartenesse al calcio era per lui un tempo libero che non poteva concedersi, un’occasione per tornare a rimuginare in silenzio, tra sé e sé. Le donne erano un argomento tabù. A Giancarlo piacciono molto le donne, era uno sfrontato da giovane, non aveva paura di chiedere appuntamenti. Quando capitava in ritiro, durante le sere libere, Franco lo osservava con curiosità, il solo sentimento che i suoi occhi, in alcuni brevi istanti, sembravano suggerire. Ma erano troppo brevi per poter approfondire.

Marocchi gli ha telefonato ogni anno, per il compleanno, come si chiama un vecchio zio. Poi, quando si è ritirato, le telefonate si sono diradate. E dopo la faccenda dei quadri a Marocchi non pareva opportuno infierire. Ma la presenza di Baresi al pranzo resta comunque importante. È un catalizzatore di civiltà. Niente battutacce se c’è lui. Niente cattiveria. Potrebbe soffrirne.

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