Fratello dove sei? Ross Aloisi

Fratello dove sei? Ross Aloisi

Il 16 novembre 2005 John Aloisi, entrato sul terreno di gioco al quinto minuto del primo tempo supplementare, si presentò sul dischetto per tirare il quinto rigore davanti a Fabian Carini, portiere dell’Uruguay, e agli 82.698 spettatori del Telstra Stadium di Sydney. Dopo una lunga rincorsa, con i pugni chiusi e la maglia numero 15 che faceva poco onore all’importanza del momento, Aloisi piazzò il suo sinistro a mezza altezza radente il palo alla sinistra di Carini, proteso in tuffo ma in leggerissimo ritardo rispetto al pallone. Quel gol mandò l’Australia ai mondiali di Germania, segnando il momento di massima gloria per un paese che di calcio non sapeva molto e non s’interessava troppo.

Quello fu un giorno di gloria, per l’Australia. La stessa Australia in cui viveva anche il fratello di John Aloisi, pure lui calciatore, pure lui con un passato lontano in Italia, pure lui inspiegabilmente odiato dalla maggior parte dei (pochi) appassionati di calcio del paese. La carriera di John, vista dall’Italia, si esaurisce in poche righe. Comincia tutto dal passaggio non entusiasmante alla Cremonese, dove per qualche strana ragione i telecronisti avevano l’abitudine di chiamarlo Aloisi John, invertendo nome e cognome, come se l’Australia fosse un posto tanto assurdo che uno si poteva chiamare Aloisi di nome e John di cognome, o perché sospettavano dell’esistenza di un fratello (improbabile), o forse perché suonava meglio così, più esotico e meno emigrato, o semplicemente perché non c’era nessun motivo, così sono andate le cose. La continuazione della carriera di Aloisi è un giro abbastanza lungo nelle massime serie di Inghilterra e Spagna, quattro squadre e 81 gol in dieci anni, concluso dal ritorno in Australia. Verso la fine, prima del ritorno, ci sono quel rigore e la gloria eterna, anche se circoscritta all’emisfero australe, oltre a un gol ininfluente contro il Giappone alla prima partita dei mondiali tedeschi. Poi, dopo il ritorno, una vittoria del campionato nel 2010 senza giocare la finale per infortunio e una carriera passabile da allenatore. E tutto l’odio dei tifosi.

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La carriera del fratello maggiore Ross, invece, non è riassumibile, perché mancano le fonti. C’è l’immancabile odio dei tifosi, certo, ma il resto sono solo accenni, mezze storie, numeri che si contraddicono. In Italia Ross si è fatto tre anni tra C1 e C2 con l’Alzano e la Pro Sesto, senza lasciare traccia, alla fine di un tour europeo cominciato dopo e finito prima di quello del fratello, in campionati e piazze meno prestigiose (periferie estreme di Francia, Svizzera e Austria). Poi, dopo il ritorno in patria, la faccenda si complica e cominciano i misteri. In Australia Ross si lega indissolubilmente ad Adelaide, città lontana dal turismo frenetico dei giovani europei e americani, se possibile un centro periferico di un paese che è tutto una periferia del mondo.

Ross diventa capitano dell’Adelaide United, perde un paio di semifinali importanti, gioca per un anno nell’imperscrutabile campionato malese (pare che il suo Selangor FC sia arrivato secondo in campionato grazie alla sua schiacciante superiorità tecnica, ma è poco più che un’illazione), si sposa con una donna di nome Lisa e poi ha una tresca con un’altra donna, pure lei di nome Lisa, di origini indiane, presentatrice televisiva e ossessionata dal fatto di aver avuto la fortuna di nascere in Australia e non a Calcutta. Poi all’improvviso lei confessa la relazione, e lui per tutta risposta la interrompe. In mezzo a tutto questa confusione ci sono numeri, classifiche marcatori in cui Ross è sempre assente e classifiche dei cartellini in cui è sempre ai vertici. Le classifiche lasciano il tempo che trovano, e districarsi tra le varie competizioni e i vari campionati australiani è difficile quanto credere a due numeri che fissano la stessa partita in date diverse.

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Forse qualcuno, un giorno, metterà ordine negli annali che raccontano le gesta dei pionieri del calcio australiano, ma per il momento di ordine non se ne parla. Il mistero più grande della vita di Ross, “l’incidente” di cui si parla in quasi tutti gli articoli che raccontano la carriera e i dolori di Aloisi il maggiore, riguarda però una singola partita, o meglio i suoi effetti. Il 18 febbraio del 2007 l’Adelaide United capitanato da Aloisi affronta, in quella che dovrebbe essere la finale della massima competizione australiana, il Melbourne Victory. La squadra di Aloisi perde 6-0 e Ross viene espulso per doppia ammonizione al 34simo del primo tempo. Entrambi i falli, visti oggi, avrebbero meritato il rosso diretto e una lunga squalifica, ma non è chiaro quali fossero i parametri arbitrali in Australia, terra di sport fisici e animali insospettabilmente assassini e dunque di relativo valore dell’incolumità umana. Fatto sta che all’indomani della partita, mentre le prime pagine dei quotidiani inneggiano ad Archie Thompson, autore di una cinquina, il presidente dell’Adelaide United rivela al paese (o alla parte di paese che lo sta a sentire) che il capitano Ross Aloisi ha chiuso con il calcio.

Strano che a dare l’annuncio sia il presidente e non il diretto interessato. Ancora più strano, però, è il fatto che Aloisi smentisce, parla di complotto, promette di rivelare tutto in un libro scandalo e poi va a giocare 12 partite in Nuova Zelanda, dopodiché si ritira. Ancora oggi non sappiamo quale fosse la verità scomoda, promessa e mai detta. Quello che sappiamo è che Ross Aloisi ha dimostrato di saper allenare e anche bene, guidando i semidilettanti del West Adelaide (tornato alla periferia della periferia, come si torna sempre all’amore) per tre anni con una impressionante percentuale di vittorie dell’83 per cento. Per premiare il suo talento, però, non gli è stato offerto niente di meglio che un posto come allenatore di una squadra femminile. Oltre ai soliti insulti sparsi un po’ ovunque e sopravvissuti negli angoli remoti degli archivi.

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Di recente la storia di Ross e John Aloisi, o almeno questa sua versione approssimativa, si è chiusa con una specie di lieto fine – o un’amara accettazione della realtà, a seconda dei punti di vista. Nella primavera del 2016 John ha chiamato Ross alla sua corte di Brisbane come vice allenatore. Ora il campionato è alle porte, gli insulti sono raddoppiati, le premesse per ottenere un buon risultato ci sono tutte, i fratelli Aloisi sembrano molto affiatati.

E chissà cosa ne pensano loro due, gli Aloisi, del carrozzone calcistico australiano che continua ad andare avanti a velocità folle, sospeso tra l’imitazione del calcio europeo e l’imitazione della vita americana, con nomi di squadre improponibili come La Vittoria di Melbourne, la Gloria di Perth, il Ruggito di Brisbane, la Fenice di Wellington, con sponsorizzazioni selvagge, ossessione per le percentuali, creme solari, antidoti per i serpenti e le meduse, terrore dello straniero con gli occhi a mandorla, senso di colpa per gli aborigeni massacrati e soprattutto odio verso due fratelli che hanno fatto la storia, il piccolo alla grande e il grande in piccolo, di uno dei tanti sport in cui sembra gli spettatori vogliano solo corpi statuari e facce ebeti, sangue che scorre e l’illusione che tutto il mondo, in fondo, provi invidia per il loro sole inclemente, per le loro strade troppo pulite, per il loro deserto che li spaventa la notte.

“Perché odiamo John? Non capisco. Non ha ancora giocato per Sydney ed è sempre stato disponibile per la nazionale. Invece mi viene in mente un milione di ragioni per odiare di più Ross. Non posso credere che abbia giocato in 17 squadre. Di sicuro non ha alcuna stabilità nella sua vita. È soltanto un uomo brutto pieno di odio e rabbia. E poi è un Aloisi”.