Fratelli di Valderrama, figli di Italia ’90

Fratelli di Valderrama, figli di Italia ’90

Venticinque estati fa, i migliori cinquecentoventotto calciatori della terra sono stati scelti da ventiquattro saggi per disputare il torneo mondiale del loro sport preferito.
Da allora molti sono spariti, alcuni hanno cambiato mestiere, altri non possono fare a meno di continuare a fare calcio. Allenano, dirigono, fanno gli osservatori. Guardano, da fuori. Valderrama vuole rintracciare questi cinquantenni, osservarli, seguirli, restare dalla loro parte.

Numeri

Negli elenchi dei giocatori convocati al mondiale di calcio italiano del 1990 si registra il predominio di atleti nati tra la fine degli anni cinquanta e la prima metà dei sessanta. I 528 calciatori di Italia ’90 hanno in media 27/28 anni. Raro trovare CT coraggiosi in grado di portare giovanissimi allo sbaraglio. Diciottenni non ce ne sono. Diciannovenne solo uno, Chris Henderson, americano, che in campo non entra nemmeno per un minuto. Il più vecchio ha 41 anni ed è il celebre Peter Shilton, portiere inglese all’ultimo mondiale della carriera. Tra l’inglese Peter Shilton (classe 1949) e l’americano Christopher Henderson (classe 1970) passa ben più di una generazione calcistica.

Henderson forse non lo ha mai sospettato, ma appartiene all’era dei nuovi rampanti, sensuali, impomatati ragionieri del centrocampo come Paulo Sousa o Ciriaco Sforza ma anche dei centrocampisti che cominciavano a privilegiare specificità di corsa e fiato, come il motorino Petit e l’instancabile Karembeu. Nel 1970, nel cuore dell’est Europa, sono nati Boksic e Raducioiu, anche loro a Italia ’90 in vetrina come ventenni di prospettiva. A casa, a Southampton, è rimasto invece Alan Shearer, talentuoso ma non ancora esplosivo. Alla classe 1970 appartengono anche leggendarie comparse della nostra serie A come Tentoni e Robbiati. E per non dimenticare nessuno, quell’anno sono venuti al mondo anche Alessio Secco, Angelino Alfano e Matt Damon. Peter Shilton, invece, è contemporaneo di Causio e Cuccureddu, oltre che di Lionel Richie e Piero Fassino.

Si accostino ora le immagini di Alan Shearer ed Antonello Cuccureddu e quelle di Christian Karembeu e Piero Fassino, e ci si accorgerà che il risultato va ben oltre i 21 anni di distanza tra Shilton ed Henderson. Italia ’90, comunque, resta lì, ricordo mite e accogliente come la temperatura di quell’estate, imperioso e colorato come il pelo di Valderrama, nel traffico inesplorabile di un corto circuito temporale.

fratelli di valderrama

Cinquantenni

Oggi troviamo Refik Sabanadzovic, sempre titolare con la sua Jugoslavia a Italia ’90, in un negozio di caffè a Podgorica. Philippe Albert, difensore-icona del Belgio e del Newcastle, in un’azienda di import-export di frutta e verdura in una imprecisata regione belga. Ayman Shawky, che non giocò nemmeno un minuto nell’eroico Egitto che costrinse al pari Olanda e Irlanda prima di capitolare contro l’Inghilterra (ma solo 1-0), sui campi di calcio della prestigiosa Islamic Saudi Academy in North Virginia, creatura americana del governo saudita. Un barista, un imprenditore, un docente di educazione fisica. Conducono così le loro esistenze, anche se forse dovremmo usare il condizionale, perché è fin troppo bello immaginarli davvero lì, in questi rassicuranti quadretti borghesi fatti di routine e scambi di battute – ora morbose, ora incredule – tra i loro dipendenti o allievi. “Ha giocato davvero con Stojkovic?”. “Sì, guarda, con lui Prosinecki faceva panchina”. “Quanti anni hai? Ventitré? Io all’età tua ho esordito ai mondiali. Marcavo Martin Vasquez e Butragueño”. “Ma davvero hai giocato i mondiali in Italia?”. “No”. Di fatto non c’è alcuna prova recente che Sabanadzovic, Albert e Shawky siano lì dove si vorrebbe che fossero. Esistono ancora i loro bar, aziende, cattedre? Si tratta di notizie vecchie, senza fonti. Dove sono, perché non si fanno vivi?

Dopotutto non si aveva più prova dell’esistenza di Andreas Brehme e Wim Kieft prima del turbamento pubblico prodotto dalle loro disgrazie, con tutto ciò che ne è conseguito. La povertà di Brehme, eroe di Italia ’90 torturato dai creditori, il teatrino di Beckenbauer che invita l’opinione pubblica a occuparsene, l’offerta di un lavoro come addetto alle pulizie in una piccola azienda, che tradotto nell’isteria giornalistica diventa ben presto “campione del mondo finisce a lavare i bagni”. Le dipendenze e le crisi di Wim Kieft, che improvvisamente fanno luce sull’oscurità della vita di un ex attaccante, tanto celebre da essere ricordato da chiunque abbia seguito il calcio negli anni ’80-’90, senza però aver prodotto alcun giudizio. Né troppo positivo, né troppo negativo, al di là della chioma bionda e della faccia magra e gentile, più da cameriere che da cannoniere. Di Gascoigne si viene informati ogni volta che va in ospedale. La depressione di Van Basten trasforma in scoop ogni sua dichiarazione “Sono felice. Mi diverto molto. Sto bene”. Degli eccessi di Caniggia ci aggiorna periodicamente la stampa locale di Bergamo. Per sapere come stanno Skuhravý e Aguilera basta attendere le iniziative malinconiche della Genova genoana.

I figli di Italia ’90, fratelli di Valderrama, che a volte nemmeno sanno di esserlo a differenza dei loro colleghi più anziani e soprattutto dei più giovani, vivono nascosti. Lasciano appena tracce, loro malgrado, segni impercettibili della loro esistenza. Una volta ogni cinque, sei, dieci anni. Con discrezione, timidezza, l’inadeguatezza tipica dei papà cinquantenni che non sanno se essere saggi o ancora un po’ vitali, che intervengono a sproposito, goffi, e perciò preferiscono non intervenire. La stampa li ripesca pigramente, li interroga con diffidenza. Se la loro vita non è interessante li rimette nel cassetto e li tira fuori quando proprio non c’è altro da pubblicare. Cosa ne è del mitico Roger Milla? Che fine ha fatto quel buffo uomo che era Tony Cascarino? Lo sapevate che Preud’Homme…? Vi ricordate il mitico Francescoli? Nemmeno più nostalgia, che è il dolore che produce il desiderio di un ritorno. Nemmeno più il desiderio di ritornare. Gary Gillespie, difensore scozzese, figlio di Italia ’90, fratello di Valderrama, scrive su Twitter pochi giorni fa: “Relax, saggezza e golf”. Perché mai uno dovrebbe esistere, quando può tranquillamente giocare a golf?

Fratelli di Valderrama

Figli di Italia ’90, fratelli di Valderrama

In piccoli pulitissimi stadi della provincia viennese, caotiche accademie camerunensi, interminabili sessioni di allenamento nel disciplinatissimo Iran, festose e informali aggregazioni di ragazzi di strada nell’interior dell’Uruguay, speziate atmosfere in Qatar e Arabia Saudita, estenuanti trasferte nelle periferie rumene, moldave e bulgare, alcuni figli di Italia ’90, fratelli di Valderrama, resistono. Vivono il calcio, non hanno mai smesso, o lo hanno fatto e poi hanno ripreso entrando nel giro dei procuratori, dei contratti annuali, ricattati da presidenti ricchi e capricciosi senza alcun rispetto per il loro passato.

Gheorghe Hagi, campione affermato, elegante danzatore mancino, nella città di Costanza è re con la sua Accademia di calcio. Eppure cerca disperatamente di essere anche allenatore e deve ricorrere al mestiere per non finire senza lavoro: venerdì 21 novembre il suo mediocre Viitorul gioca in casa con il Chiaina, zona retrocessione, ma di fatto solo cinque punti in meno rispetto a lui. Hagi punta tutto su Tanase, numero dieci diciannovenne, l’unico ad avere quattordici presenze su quattordici giornate. Solo un gol segnato. Non tocca a lui far gol, Hagi lo sa.

Nella Persian Gulf Pro League, la serie A iraniana, sulla calda panchina della neopromossa Padideh siede Thomas Hassler, che fa da vice ad Ali Reza e continua il suo silenzioso apprendistato in attesa di guidare una squadra tutto solo, dopo aver imparato l’arte di allenare da gente come Berti Vogts, Volker Finke e Frank Schaefer, guru delle giovanili del Colonia. Nell’antica Persia si è piazzato decimo. È arrivato a giugno, non si sa quanto durerà. Lontano dai riflettori, serio, tenace, figlio di Italia ’90, fratello di Valderrama.

È bastato un solo punto di differenza tra il Kuwait e il Libano. Il ct dei libanesi Giuseppe Giannini non parteciperà alla Coppa d’Asia, obiettivo alla sua portata visto il girone non proibitivo. Non è servito a nulla strapazzare la Thailandia, sulla quale hanno passeggiato tutti, se poi a Beirut e a Madinat al-Kuwait un mese dopo non si è andati oltre molli pareggi. Intervistato, Giannini garantisce che alle Olimpiadi il Libano ci sarà. Aveva due anni per far compiere il salto di qualità alla squadra. Ne è rimasto uno. Da parecchio tempo, ormai, il tempo non ha gli stessi tempi del Principe.

Fratelli di Valderrama

Herzog e Polster sono pienamente figli di Italia ’90. Vi sono giunti all’apice delle loro rispettive carriere, soprattutto il colosso Toni. Oggi Herzog sfoggia eleganti abiti serali al fianco del divo yankee Jurgen Klinsmann, ct degli Stati Uniti. Anton Polster invece deve mostrare di che pasta è fatto il suo Wiener Viktoria, solo quarto livello del campionato austriaco, ma il più importante dei tornei regionali. Piantato al dodicesimo posto, ha in calendario due minacciose trasferte, una nel distretto di Gersthof, l’altra davanti ai 1.000 tifosi dello Sportplatz Union di Landhaus, dove gioca l’Admira, quinta in classifica. La guida un certo Schneider, che da calciatore non ha mai giocato nemmeno nella serie B austriaca o quasi. Marcatura stretta su Robert Siegl, ventisettenne, 8 gol in 13 partite. Anche Polster ha il suo bomber, tal Parapatits, 6 gol in 11 gare. Di anni ne ha 33. Non si possono dare più molti consigli a chi supera i trenta. Toni lo sa, infila le mani in tasca, sorride e bestemmia: “Schneider chi?”.

Ci sono anche eccezioni: Ancelotti appena licenziato dal Real Madrid, Ronald Koeman (con suo fratello Erwin) al Southampton dei miracoli, lo spagnolo Michel al velenoso Olympiakos. Figli di Italia ’90, fratelli di Valderrama. Carlos Valderrama, fratello di sé stesso, è un’eccezione anche lui. Fa l’attore in una pellicola colombiana, una commedia che trae spunto proprio dai suoi capelli. Higuita ha smesso di giocare a 45 anni e solo per la toxoplasmosi. Zenga dall’Al Jazeera alla Samp, Scifo e Mattheus allenatori senza contratto.

Quando non allenano, dirigono. Savićević, Šuker, Boksić si sono spartiti quel che resta dell’ex Jugoslavia e si sono accomodati su ampie e influenti scrivanie, presidenti federali e team manager delle nazionali. Katanec si è preso l’onere di guidare la Slovenia. A Darko Pančev basta quel che gli dà il Vardar, la sua prima squadra di quando era ragazzino. Ma anche per lui ci si affida a rare tracce, se non a tristi pettegolezzi rimbalzati dalle tifoserie interiste. Quando non allenano e non dirigono, osservano. Come Carnevale all’Udinese o il tedesco Littbarski al Wolfsburg.

Più in alto vanno i fratelli di Valderrama e più le notizie su di loro sono granitiche, costanti, luminose. Più scavano dentro di sé profondi abissi di incertezza e più è dolce per chi li cerca trovarli su scomode, tumultuose panchine, di squadre di calcio o di giardinetti pubblici. Le vicende, quasi sempre banali e senza alcun carattere notevole, sono molte. Cinquecentoventotto, per la precisione, cinquecentocinquantadue includendo i ct. Per molte di esse non ci saranno sviluppi né aggiornamenti. Ma per ogni traccia che un figlio di Italia ’90 e fratello di Valderrama lascerà distrattamente o volutamente, noi proveremo a esserci, a dare notizia dei loro licenziamenti, delle loro coppe di Moldavia, dei loro 0-0 strappati in casa di una capolista in quarta divisione, istantanee sgraziate e spesso inadeguate di chi non vive nel ricordo e continua a essere violentemente attratto dal rettangolo verde, che non ammette repliche né ripensamenti, con la stessa certezza che l’Odissea non è un’operazione nostalgia dell’Iliade. Da oggi Valderrama seguirà questi cinquantenni, fratelli di Valderrama, alla deriva o col vento in poppa.