Domenico Luzzara, mano a mano

Domenico Luzzara, mano a mano

Cremona, 29 aprile 2006

La stanza ha pareti e armadi bianchi. Lo stantuffo del respiratore e il segnale elettrico dell’elettrocardiogramma emettono rumori continui e attutiti. Il comodino, la lampada e le sedie sono avvolti in grandi fogli di plastica trasparente. Sul letto giace lui, Domenico Luzzara. Indossa una camicia da notte, lo sguardo perso, la barba lunga. L’ex-presidente della Cremonese sembra non essere lì, la sua memoria vaga per sentieri tortuosi. Tiene in mano una palla di vetro in cui la neve posticcia cade sullo stadio Zini di Cremona. 

Luzzara comincia a rantolare, le forze lo abbandonano. Non ha voluto nessuno al suo capezzale, anche se gli hanno scritto in molti. Il problema sono i germi. Quanti virus gli avrebbe portato Vialli? Quanti Gualco? Con quali batteri si sarebbe presentato John Aloisi? E Cabrini? Cabrini ha la faccia da sifilide.

Domenico Luzzara prende la mano dell’infermiera, una mano morbida e rotonda e bianca come il latte, una mano che non nasconde insidie di malattie, soltanto una promessa immacolata. La palla cade sul pavimento, l’uomo morente si alza dallo schienale e sillaba una sola parola: “Ram-pul-la”.

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Bergamo, 23 febbraio 1992

In un angolo dello stadio Atleti Azzurri d’Italia di Bergamo, uno spicchio di curva grigiorosso incita senza sosta i giocatori della Cremonese, sotto di un gol contro l’Atalanta. Al quarantasettesimo della ripresa Alviero Chiorri, già soprannominato “Il Marziano” dai tifosi della Sampdoria, calcia una punizione dal limite. In mezzo all’area piccola appare Michelangelo Rampulla, che di testa batte Ferron e pareggia il gol di Careca III (Carlos Alberto Bianchezi). È il primo portiere a segnare un gol su azione in Serie A.

Sulle tribune tutti si voltano ad applaudire lui, Domenico Luzzara, il presidente della Cremonese, che per non deludere nessuno si alza in piedi facendo finta di scalmanarsi. Ma la gioia del pareggio inaspettato, firmato dal proprio portiere, non può scacciare dalla mente i pensieri cupi del presidente. Dal primo minuto, infatti, Luzzara ha tentato, non riuscendoci, di rimuovere le solite ansie. Massaggiandosi le mani coperte da guanti di plastica e da guanti di pelle – gli ultimi indossati sopra i primi – ha guardato spesso i tifosi cremonesi accalcati sulle tribune di metallo. I conti tornano troppo bene, a volte. Cremona è un grande centro di spaccio dell’eroina. Secondo le stime dell’USL una persona su trecento ha contratto l’HIV. Se si conta che in quel maledetto spicchio di curva ci sono almeno 1500 tifosi, allora lì, a duecento metri da lui, cinque persone stanno morendo. E forse non lo sanno. Per non parlare di chi, nel giro di pochi anni, si ritroverà con un adenocarcinoma o con un Hodgkin. Quanti di loro non risponderanno bene alla chemio? Quanti parenti mentiranno loro ogni giorno dicendo che ce la possono fare? Mentre formula questi pensieri, Luzzara si ispeziona il collo in cerca di ghiandole ingrossate.

Bergamo è inospitale, anche se ha uno dei migliori centri per la cura della malattie infettive di tutta la Lombardia. Soprattutto quelle che portano gli immigrati. I negri che vengono dall’Africa, che rubano lavoro agli italiani e che seminano le loro pestilenze in giro per la Pianura Padana. Per questo lui non li ha mai voluti in squadra. A parte Gustavo Neffa. Ma Neffa non è negro, è caffelatte, e poi assomiglia a un domestico pronto a correre ogni volta che qualcosa di unto cade sul pavimento. Molto meglio gli oriundi come Dezotti, capello riccio e sguardo da faina, che al contrario di Neffa ogni tanto segna.

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Proprio a Neffa ha pensato quando, all’inizio della partita, ha visto scendere il tridente atalantino Piovanelli, Caniggia e Bianchezi. “Quelli sì che sono attaccanti” pensa, anche se avverte un incredibile fastidio nei confronti del mullet di Careca III e dei capelli ossigenati, lunghi e sporchi del Pajàro Caniggia. Non come Neffa. Neffa potrebbe, al massimo, andare in giro a fare l’ambulante e vendere rose. Piovanelli, Caniggia e Bianchezi. Un salto del battito cardiaco fa immediatamente preoccupare Luzzara, che, ventun anni prima, aveva avuto un infarto proprio durante una partita, a Pavia. Per fortuna al San Matteo c’era un reparto di cardiologia ben funzionante.

Le mani, avvolte nei guanti di plastica, sudano per tutta la partita. Sul seggiolino di fianco, uno dei dirigenti dell’Atalanta ha una vistosa lesione epiteliale. Potrebbe essere un melanoma, si dovrebbe far vedere. Oppure carenza di vitamina D. Alla fine anche il corpo è una macchina, ha bisogno di un apporto costante di sostanze altrimenti smette di funzionare. O forse, più che una macchina, è come una piccola ditta. L’economia è il perfetto equilibrio tra prodotti inseriti e prodotti ricavati. Il calcio “pane e salame”, in fondo, è questo. Non fare mai il passo più lungo della gamba. Gli ingaggi devono essere sempre proporzionati alle spese. Il calcio in provincia deve essere così. In fondo anche chi ha una piccola azienda che fattura 8/10 miliardi all’anno può arrangiarsi. Il resto è solo provare a spiegare perché non si possono spendere grandi cifre. Il resto è ideologia.

Il calcio “pane e salame”, infatti, è una costruzione ideologica. Prendi la provincia, prendi una buona dose di nazionalpopolare, mischiala con un po’ di istrionismo e un po’ di vivaio e avrai la tua bella ricetta. L’importante è fare credere che la società calcistica sia a misura della città che intende rappresentare. L’importante è che sia un punto d’orgoglio per la sua gente. Ma a Luzzara, di questo, non è mai importato molto a livello personale. La questione fondamentale è sempre stata sbattere in faccia a tutti il suo côté da uomo di strada e al contempo portare avanti il progetto che Attilio, il figlio morto in un incidente stradale nel 1970, avrebbe voluto realizzare se fosse vissuto abbastanza.

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In quella fredda giornata di febbraio a Luzzara continuano a dare noia le mani. E non solo le mani, anche il corpo. Perché le mani alla fine sono protette. È il corpo a essere nudo, fragile, vulnerabile. Il gol di Careca III è l’ennesimo dardo avvelenato scoccato verso di lui. È l’ennesimo punto di crisi. Come quando ci si accorge che una parte della propria vita è finita. Non la vita, ma un suo periodo, con le sue routine e i suoi cicli. E allora si è messi davanti a una scelta: si può far finta di niente e pensare che tutto sia ancora lì, pronto per essere vissuto, o ci si può immalinconire per le occasioni perdute, per quello che poteva essere e non è stato. O peggio ancora si può fare finta che il tempo sia recuperabile, che basti un colpo di spugna per ricominciare da capo e concedersi ciò che ci si è negati per paura o per scarsa consapevolezza. Insomma si può scegliere tra l’indifferenza nei confronti di se stessi, il compianto di chi si sente postumo in vita oppure il patetico, se non grottesco, tentativo di addolcire la nostalgia del non vissuto, il dolore per un ritorno impossibile semplicemente perché niente è mai successo. Perché poi, alla fine, niente mai succede. Tutto torna come prima, con le sue routine, con i suoi cicli.

E un po’ a Luzzara dispiace che alcuni di questi siano definitivamente passati. Cabrini, Vialli e Mondonico non si fanno più sentire da un pezzo. “Verranno tutti al mio funerale, anche se di me, a loro, non frega più niente”, pensa. Cabrini, poi, se non fosse stato un raccomandato, non avrebbe mai fatto carriera: dopo il provino i tecnici della primavera avevano chiamato direttamente Luzzara per sapere se non fosse uno scherzo. Vialli, invece, se non fosse stato per una promessa fatta da Luzzara a Mantovani, non sarebbe mai andato alla Samp. Se ne sono andati loro, ne sono arrivati altri. Come quando si rompe un rapporto con una persona e qualche tempo dopo si capisce che niente nella propria vita è cambiato. Ma se ognuno di noi coltiva relazioni di cui può fare – liberamente (scelta) o necessariamente (abbandono) – a meno, che senso ha passare del tempo insieme? Che senso ha parlare di nulla?

Che senso ha che Chiorri indovini, come ogni partita, solo due giocate? Che senso ha che un portiere si lanci verso la porta avversaria e stacchi di testa? La palla compie una traiettoria perfetta, come se fosse destinata a posarsi sulla testa di Rampulla. Il caso e l’azione umana coincidono? Forse è solo una pura illusione. A dominare è il caos, migliaia di vermi che infestano il corpo, che mangiano i tessuti, che occupano le cavità ossee. Il gol di Rampulla, per Luzzara, è questo. Non può gioirne. Non può rallegrarsi per quella vittoria del disordine che nessuno vuole vedere. Ma d’altronde deve fingere. Perché, nei momenti peggiori, fingere è un obbligo.

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Cremona, 29 aprile 2006

Dopo aver pronunciato il nome del portiere, Luzzara si irrigidisce e ricade sullo schienale. La faccia ormai è stravolta da quello spasmo. I suoi occhi cominciano a muoversi velocemente. In una frazione di secondo può rivedere Simoni, la coppa Anglo-Italiana vinta a Wembley nel 1993, Verdelli, Maspero, Aloisi e gli ultimi anni in cui il paradigma del “pane e salame” non funzionava più. Muove le mani in aria, cercando di disegnare qualcosa. Forse è la traiettoria del gol di Rampulla, un gol inutile eppure così denso di significato. Luzzara abbassa le dita lentamente e si addormenta con gli occhi aperti. L’infermiera tonda, bianco del latte e curve morbide dell’abbandono, ancora lì al suo fianco, gli abbassa dolcemente le palpebre.