Cyberequipe Romagna

Cyberequipe Romagna

Los Angeles, 2019. Le piogge acide, dovute alla forte concentrazione di idrocarburi gassosi nell’atmosfera, hanno ormai sgretolato le gradinate di cemento del Rose Bowl di Pasadena lasciandone intravedere l’armatura di ferro. Cinque anni prima, nella speranza di garantire l’autosufficienza al terzo mondo, i paesi del G20 avevano deciso di colpire con microcariche atomiche i cieli di alcuni deserti, tra cui la parte messicana del deserto di Chihuahua. Le analisi dei think tank finanziari sostenevano che le continue piogge avrebbero aiutato l’agricoltura intensiva in alcune aree interne.

Al motto di “Mangiate nucleare, mangiate con gusto”, molti governi avevano ratificato la Nuova Carta di Milano. I risultati, però, avevano smentito tutte le previsioni: l’incapacità di controllare le correnti ventose aveva comportato lo spostamento di nuvole radioattive in tutti gli Stati Uniti sud-occidentali. A quel punto il governo federale aveva deciso effettuare i bombardamenti anche nei cieli del territorio statunitense, perché gli esperti selezionati dalla Casa Bianca ritenevano che l’unica possibile soluzione fosse generare controcorrenti atmosferiche che riportassero quelle nuvole azzurrognole al di là del confine. L’operazione era riuscita, ma, come spesso accade, il paziente era già morto.

I microbombardamenti nucleari avevano generato altri fallout, in una sorta di irreversibile effetto domino su scala mondiale. La popolazione aveva cominciato ad ammalarsi. Coloro che erano sopravvissuti non potevano più uscire di casa. Tutti gli sport conosciuti erano stati banditi: non c’era più nessuno che volesse gioire per un home run, per un touchdown o per un gol. Anche gli archivi delle televisioni avevano subìto dei danni permanenti. La mancanza di manutenzione e soprattutto le altre concentrazioni di materiali radioattivi nell’atmosfera avevano cancellato tutte le riprese degli eventi sportivi del passato. In ambito calcistico, non erano rimasti né le lacrime di Baresi a Usa ’94 né “la mano de Dios” di Maradona in Messico né il grido di Tardelli in Spagna né la cerimonia di apertura di Italia ’90. Niente per cui valesse la pena ridere o piangere.

Ma non tutto è andato perduto. Tra i pochi nastri sopravvissuti c’è quello su cui è stata registrata una partita strana, e nonostante la qualità delle riprese sia pessima i tecnici della Silicon Valley sono riusciti a trasformare le immagini in ologrammi proiettabili sul campo del Rose Bowl. Anche se l’algoritmo di trascrizione è stato molto preciso nel sincronizzare gli ambienti rappresentati a quelli dello stadio, permane uno strano senso di inadeguatezza di ciò che viene riprodotto. Un campetto di periferia in uno stadio da 90.000 posti, il manto erboso irregolare, il terriccio polveroso che si alza a ogni rinvio, le porte senza rete. Qualche giocatore sovrappeso con la fronte imperlata di sudore. Sullo sfondo i fumi dei barbecue all’aperto. Le immagini si susseguono in maniera frammentaria e diventa quasi impossibile comprendere che cosa stia realmente accadendo. Poi, d’un tratto, si vedono due squadre schierate a centrocampo. C’è anche una banda che suona “Romagna mia”. Il trionfo dei fiati culmina con alcune modulazioni che danno vita a un inatteso medley: l’orchestra raccorda le note con impressionante facilità, trasformando l’inno di Casadei in The Star-Spangled Banner.

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Sugli spalti vuoti vengono proiettate le infografiche delle formazioni, elaborate con i colori sgargianti dei software amatoriali. Da una parte c’è l’Equipe Romagna del 2003, dall’altra le vecchie glorie della nazionale statunitense di Italia ’90. L’Equipe Romagna, la squadra dei giocatori disoccupati convocati da Giancarlo Magrini, presenta la sua migliore formazione: Scalabrelli in porta; Capecchi, Cannizzo, Marco Aurelio e D’Aloisio in difesa; Schenardi, Magoni, Orlandini, Statuto a centrocampo; Merloni e Mouzakis in attacco. Gli Usa ’90, invece, schierano Meola in porta; Doyle, Banks, Windischmann, Armstrong e Balboa in difesa; Caligiuri (o Calighiuri, come era solito ringhiare al microfono Bruno Pizzul), Ramos e Harkes a centrocampo; Murray e Vermes in attacco.

Al tempo in cui erano state registrate le immagini, l’Equipe Romagna era una delle più importanti selezioni dei giocatori disoccupati. Non soltanto perché era capace di attrarre giocatori importanti a fine carriera (nella selezione del 2003 compariva un centrocampo da serie A), ma soprattutto perché, come era accaduto anche a Michele Paramatti, la permanenza nella squadra dei giocatori senza contratto aveva permesso a molti calciatori di ricollocarsi all’interno del mercato professionistico. Tra un allenamento e l’altro, la squadra romagnola faceva regolarmente da sparring partner dei team professionistici emiliano-romagnoli, e le amichevoli con il Bologna, il Cesena, il Modena, il Parma e la Reggiana erano appuntamenti estivi regolari da cui l’Equipe non usciva sempre sconfitta, compensando il gap tecnico con l’agonismo.

Ma ora, in questa goffa riproduzione olografica, che cosa può rimanere del sudore del sottoproletario calcistico, della rabbia legata al rifiuto dell’ennesimo prolungamento, della percezione di sé come oggetto non più utile al divertimento delle masse? L’algoritmo ha adattato biomeccanicamente i livelli di serotonina rilevati dalle espressioni facciali in dati separati da operatori booleani.

Magrini, a bordo campo, ripete sempre lo stesso movimento: la pancia prominente, l’urlo strozzato in gola. Il mister continua a dondolare le braccia come se fosse contemporaneamente sul punto di dare un’indicazione di gioco e di bestemmiare. In campo, i giocatori, molto più rilassati in volto, si dispongono lungo le linee previste prima del calcio di inizio. Alla prima azione la simulazione dell’incontro replica fedelmente lo scontro tra l’ex difensore brasiliano del Vicenza Marco Aurelio e Caligiuri. Il primo, dopo aver stoppato la palla con la coscia, viene subito aggredito dal giocatore statunitense, che non perde l’occasione di lasciargli il segno dei tacchetti sui polpacci. Marco Aurelio, flemmaticamente, allarga le braccia e, con colpo secco del gomito, frattura il naso di Caligiuri. Il medico della squadra statunitense butta a terra il proprio boccale di birra e si getta sul giocatore rantolante. Ne scaturisce una rissa nella tre quarti della squadra romagnola: Meola lancia la borraccia con una bevanda al ginger e si scaglia dalla sua porta contro Magoni, che sta cercando di separare la mischia. È l’unico sussulto del primo tempo. Per il resto, l’unico elemento di attrazione della riproduzione olografica è il tentativo di Schenardi di riprendersi dal jet-lag.

Perché il problema, in fondo, è questo. La partita in sé era stata poco più di un allenamento tra una squadra di vecchie glorie che sfruttavano l’occasione per ritrovarsi e giocatori in una tournée un po’ bizzarra, voluta dagli organi federali solo per rendicontare alcuni soldi che, altrimenti, sarebbero andati perduti. Gli ultimi anni dell’età dell’oro e della spesa pubblica in Europa. Un reperto raro, certo, ma la scelta di trasmettere via cavo la riproduzione olografica di una partita del genere va ben oltre la necessità di sfruttare la nicchia degli appassionati al calcio amatoriale. Richiama un bisogno profondo di qualsiasi persona abbia visto una palla rotolare sull’erba: la proiezione olografica, atto necrofilo che, al contempo, conserva e nega la memoria, incide sulla pelle viva di quei pochi statunitensi che amano il calcio (e che sono sopravvissuti alla catastrofe) e di quegli italiani che possono ancora permettersi un collegamento satellitare con i network californiani.

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In termini psicanalitici si può chiamare regressione. Ed è, forse, il motivo per cui criticare gli appassionati di calcio risulta sempre moralista: inseguire quella palla significa inseguire quella fase compresa tra la scena primaria e la prima sega che viene comunemente definita infanzia. In questo gioco di rispecchiamenti simbolici, la partita in sé, riassunta dal loop prossemico di Magrini, perde ben presto interesse. Anche perché gli unici due sussulti corrispondono ai due gol, entrambi nel secondo tempo. Il primo, per l’Equipe Romagna, è un’invenzione di Schenardi, che rientra in partita dopo aver smaltito i postumi del jet-lag. Prende la palla sulla fascia destra e, con un’azione in velocità, riesce a penetrare la difesa e a superare Meola. Il secondo, invece, è il pareggio della selezione degli Stati Uniti: dopo una mischia in area al termine dei novanta minuti, la palla passa a Meola che, salito ai limiti dell’area avversaria, tira e segna.

Ma la memoria degli spettatori, a quel punto, vaga già in altre dimensioni del cyberspazio, lungo le linee che portano ai server in cui viene immagazzinata la memoria personale. Qui, l’aumento dell’energia richiesta è esponenziale per tutta la durata della simulazione olografica: molti si ricordano delle estati in riviera, dell’odore della sabbia, della volontà di affermare se stessi per la prima volta e di andare a prendere il giornale da soli. E anche della timidezza con cui si chiedeva al giornalaio “Per caso ha lo Stadio?”. Macchie di inchiostro sui polpastrelli e la zaffata di carta da riciclo e inchiostro che arriva insieme al resto. Poi c’era la cura con cui si sfogliava il quotidiano mentre si ritornava all’ombrellone e il piacere di leggere che la propria squadra aveva battuto l’Equipe Romagna. Se il risultato dava almeno 2 a 0, significava che la squadra era già in salute. Se no, si leggevano i commenti del mister di turno: i ragazzi non sono ancora pronti, i carichi di lavoro troppo pesanti e le altre solite giustificazioni estive, perlopiù prive di senso.

L’Equipe Romagna, in fondo, nel suo ventennio di attività, ha sempre rappresentato un valore differenziale a cui qualunque tifoso si è affezionato. Per questo motivo, nei dintorni di Palo Alto, quella sera un fascio di luce diviene chiaramente leggibile dai rilevatori satellitari per il risparmio energetico. Una concentrazione anomala che collima virtualmente con l’energia psichica di una generazione: una bolla di cuoio, materia celebrale, silicio e fibre ottiche che ricorda a tutti quanto il calcio possa costituire, anche nello sgretolamento postmoderno, un punto di ancoraggio del nostro essere-nel-mondo.