Una cucina stampata sul petto

Una cucina stampata sul petto

Fotografie di calciatori noncuranti più che ignari, con lo sguardo fisso nell’obiettivo, alcuni anche sorridenti ma senza lo straccio di un pensiero, se non l’assenza dello stesso. Diventano figurine, icone laiche, ma uguali per tutti, a prescindere dalle qualità tecniche di ognuno, con la conseguenza di risultare un privilegio troppo grande per la maggior parte dei mediocri protagonisti del campionato e, naturalmente, un onore troppo piccolo per i pochi campioni. Tutti, gli Antognoni e i Brady come, con tutto il rispetto, gli Antonino Criscimanni o Ottorino Piotti, accomunati da un quadretto spigoloso e uno sfondo anonimo e a volte sinistro, paesaggi floridi ma sfumati, vegetazione indistinguibile, cieli troppo azzurri, irreali, orizzonti negati. E per tutti, poco sopra il nome, stampato sul petto, lontano dal cuore, tra la casacca e l’occhio del consumatore avido, fa appena capolino una scritta che confonde e disarma, Snaidero o J.D. Farrow’s. Un’immagine alienante, per lo più appena intravista, ma che lavora nel torbido dell’inconsapevolezza, in profondità squamose: è lo sponsor. Lo sponsor è un’allusione che esula dal nome della squadra e del giocatore. Una citazione di un mondo esterno al calcio, macchine, elettrodomestici, capi d’abbigliamento, cose che nessuno vorrebbe vedere sui campi di gioco, se non altro perché sarebbero fisicamente d’ingombro alle manovre offensive e agli schemi degli allenatori.

Eppure ci sono, evocate come metafore però, e chiariscono a tutti, definitivamente e in modo assai subdolo (ma è nella natura delle figure retoriche), che il calcio è il gioco più bello del mondo, laddove l’accento della frase è sulla parola mondo e, per la legge non scritta della medaglia che ha due facce (come le monete), dunque, il mondo è la cosa più brutta del calcio. Il mondo con le sue regole, ignorate, date per scontate, stampate, bidimensionali, ineludibili. Strappare la maglietta a un attaccante durante l’azione di gioco è atto passibile di sanzione arbitrale, ma, bisogna riconoscerlo, attrae molto gli scatti dei fotografi o degli operatori televisivi, forse per quel lembo di stoffa mostrato disperatamente dal calciatore strattonato che inveisce e piagnucola a pochi centimetri di distanza dal volto imbarazzato di un arbitro che, in fondo, non si è accorto di nulla. Ma ormai è tardi. L’inquadratura dello strappo chiarisce l’entità del fallo non punito e non visto. Non visto e non punito è anche lo sponsor che campeggia involontariamente al centro dei pensieri di chi guarda la scena comodamente da casa o sfogliando il giornale al bar. L’occhio guarda il buco, ma lo sponsor fissa l’occhio, e ha l’effetto di riportarlo sulla terra, dall’astratto al concreto. Il buco in una maglietta è solo un buco in una maglietta, il calcio è solo un gioco. Un angolo cottura, invece, è un angolo cottura, arreda la cucina della casa di chi ce l’ha. È una cosa seria, insomma, moglie e suocera apprezzeranno, e il gioco è fatto.

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Non è un male? Non è un bene? Come al solito, il male (relativo) è che non ci sia niente di male e il bene (relativo) è che nessuno in fondo ancora ingenuamente si accorga del male, o riesca a riconoscerlo. Il male è una terra fredda, il bene è un paesaggio florido. La realtà è in mezzo alle due cose. Lo sponsor sdogana il circolo vizioso del relativismo. Mette pesanti sacchi di pro e di contro davanti alla porta e chi è fuori è fuori e chi è dentro non sa se vorrebbe uscire o starsene lì. Ma poi si resta lì. Incuranti del messaggio della favola, ottusi e passivi. La verità è che l’occhio fissa sempre un punto mentre un altro occhio sta fissando lui. Prima o poi da questo strabismo moltiplicato all’infinito si creerà un condizionamento, un corto circuito della volontà, una crisi. E questo è l’obiettivo dello sponsor. Se per un attimo, poi, e capita spesso, i due sguardi si incontrano, in cerca di una amara verità, la reazione istintiva e istantanea, nel tempo e nella durata, del più debole dei due è fare no con la testa, non è possibile, mi sto sbagliando. E il più debole non è mai lo sponsor.

Ecco allora che la figurina, l’icona laica, espone ai dardi dell’imbarazzo il petto nerazzurro di un poco convinto Altobelli, squarciato da un’azienda di elettronica, dal nome impronunciabile, che dovrebbe produrre televisori o apparecchi del genere. Quello del perplesso Di Bartolomei è sfregiato dal cognome di un altro uomo, un imprenditore che, benché ambizioso e in forte espansione, essenzialmente fa e vende pasta, Di Bartolomei porta a spasso per il campo i maccheroni. Furino e Scirea giocheranno curvi, protesi in avanti, per il peso di una premiatissima azienda di scaldabagni; il povero Franco Causio, appena approdato alla provincia friulana dalla regale Juventus, ha forse molti motivi per non essere felice e volge lo sguardo poeticamente altrove ma è inchiodato a terra da una zeta feroce e sanguinolenta che punisce la sua maglia bianconera come fosse un segno di un destino infame che lo inchiodi all’ultima lettera dell’alfabeto: si tratta invece soltanto dell’iniziale di un gruppo industriale di Pordenone piuttosto operoso nel campo degli elettrodomestici.

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Pasta, scaldabagni, frigoriferi, per stare in casa, per stare belli comodi. E siccome in settimana si lavora, la domenica si montano i mobili nuovi, magari con la radiolina in sottofondo. Ma non solo, spuntano ancora ditte di motociclette, di veicoli industriali, di macchine agricole, di altre cucine, di ceramica, persino di linee di jeans, una molisana e una abruzzese, di successo planetario, che anziché trarne prestigio, valorizzano esse stesse con la loro autorevolezza l’espressione altrimenti impacciata di un ricciolone tosto del Milan appena promosso in serie A. Mauro Tassotti, appena ventuno anni, tutt’altro che bravo coi piedi, ma testimonial entusiasta e involontario dei tempi che stanno arrivando. Tempi dell’involontarietà. Si può fermare questo meccanismo? Dicono i saggi che quando una macchina si mette in moto, vuol dire che qualcuno l’ha costruita. E se l’ha costruita bene non c’è niente da fare, è pronta a muoversi. E quando questa si muove, chi l’ha costruita può dedicarsi a costruire qualcos’altro. Perciò non è più importante fermare la macchina. E chi l’ha costruita sei tu. È il circolo vizioso, di nuovo.

Ciò che più atterrisce, però, è che sulla macchina di questo tempo diventato inspiegabile è salito persino Bruscolotti. È lui che racconta più di ogni altro giocatore il cambiamento che sta per compiersi: Bruscolotti muta completamente l’estetica del calcio. Nella figurina del 1979-1980 appare com’è, come tutti se lo sono sempre immaginato, almeno nella sua dimensione pubblica, un terzino roccioso, serio, un abitante di Pompei prima dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., uno di quelli che provò a far rinvenire l’avventato Plinio il Vecchio, un armigero al soldo dei Borboni, un soldato semplice di Re Vittorio Emanuele, uno che avresti detto che sarebbe morto prima di tutti in battaglia ed invece è tornato, con un odore di cipolla e di vita, senza nemmeno una parola che non sia un mormorio spento, alternato a sguardi torvi che si addolciscono in improvvisi squarci di dignitosa sofferenza, magari davanti a un bambino che ruba una mela.

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C’è il suo volto, ci sono le sopracciglia perfettamente orizzontali che proteggono gli occhi dalla pioggia e assorbono l’umidità di lacrime che non devono scendere mai. Vicino al volto, perfettamente al centro dell’inquadratura, su uno sfondo di vegetazione cupa che pare ricordare più un cespuglio, meglio una siepe dietro cui Bruscolotti ha trovato saggiamente riparo dagli avversari, numericamente di certo superiori, campeggiano le informazioni: c’è il nome della squadra, l’anno della stagione in corso, un disegno di un ciuchino che palleggia di testa e corre sorridente, per contrastare in modo giocoso l’austerità senza tempo del calciatore. Poi il nome, il cognome, sotto i quali spiccano in un ulteriore riquadro i colori sociali, che sintetizzano in una sorta di vessillo le vestigia di antiche famiglie nobiliari e, insieme, le nuove esigenze repubblicane che democraticamente indicano algide che il celeste e il bianco, con prevalenza per il primo, sono i colori ufficiali di questa associazione sportiva, validi e riconosciuti da tutte le nazioni del mondo. Di fianco, infine, lo stemma del Napoli, la N al centro di uno scudo in campo azzurro. Quest’uomo è un atleta e gareggia per conto di questa squadra.

È la perfezione comunicativa, nulla di superfluo, tutte le informazioni in un’immagine, davanti alla quale nessuno può definirsi confuso. Forse è poco creativa, poco accattivante, poco seducente? Certo, è statica. E il ciuchino disegnato è un oggetto estraneo, lo si guarda con stupore, lo si tollera, ma è, con buona pace dei bambini che forse lo adorano e forse lo ignorano, il punto debole della composizione, perché è un’immagine dinamica, allude a una vita che non è affatto riconducibile alle vittorie del Napoli, cioè al bene supremo, ma al massimo a una concessione ironica allo spirito popolare della città, alla tradizione, una strizzata d’occhio a chi vorrà acquistare la figurina per collezionarla, guardarla, ammirarla, attaccarla su un album pieno di nobili epitaffi come questo.

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Che tempo fa mentre scattano la foto a Bruscolotti? Nessuno lo sa, perché nessuno se lo chiede. È una domanda superflua, appunto. C’è un sole caldo, invece, ma non aggressivo, con raggi dolci che imbiondiscono, ma solo in apparenza, i riccioli improvvisamente morbidi dello stesso calciatore nella figurina della stagione corrente, 1981/82: tutto è immerso in un’atmosfera accogliente, rilassante, con uno sfondo, come si può definire?, “interessante”, che presenta il tema del doppio: sopra la spalla destra della figura umana, peraltro perfettamente al centro dell’inquadratura, un verde di campo fertile, vitale, con alberi floridi ma dal tronco sottile schierati sulla linea dell’orizzonte, e invece un’insospettabile distesa grigia, fredda, mesta sopra la spalla sinistra. La testa di Bruscolotti separa i due mondi. Il tepore del sole insiste su un lato della mascella del calciatore, quello caldo, mostrando una fossetta così peculiare, così umana… interessante appunto; sulla parte in ombra invece si fa appena fatica a immaginare una superficie liscia, continua, una pelle grigia come la terra che lo aspetta alle spalle, per un allenamento o per una spettrale passeggiata, nessuno può saperlo.

E, quel che è peggio, che rende tutto ancora più difficile da accettare, la prova definitiva che la macchina è in moto e i costruttori hanno molti progetti e nessuna intenzione di fermarsi, è che Giuseppe Bruscolotti esegue uno sforzo muscolare disumano, spaventoso, angosciante, proiettato in un angolo delle labbra, quello, guarda caso, immerso nel cono d’ombra, leggermente pendente verso l’alto, forse sarebbe meglio dire deformato. È in posa. Se uno fosse nato oggi, avrebbe la netta sensazione che Bruscolotti stia sorridendo, ma se lo dicesse a qualcuno che non fosse nato oggi, quest’ultimo si chiederebbe cos’abbia in fondo da sorridere, dopo anni di onorata carriera da milite ignoto. La risposta scivola con lo sguardo, come le strette di mano delle persone viscide, verso il basso, un colletto a v, elegante, che si chiude in un disegno che ricorda una freccia, appuntita peraltro, e che punta verso una parola che non può che condurre a un’unica conclusione: “Forse gli hanno regalato una cucina Snaidero”. O forse tutto questo sproloquio è un abisso reazionario di chi è dentro una casa con sacchi di pro e di contro a chiudere la porta d’ingresso o d’uscita, e quel sorriso è semplicemente la voglia di vivere di una presunta primavera. La stessa primavera del giovinastro Tassotti, la voglia di vestire un paio di jeans di successo, subito dopo i novanta minuti, contagiosa, innegabile. Nuova.