Classifiche Uefa e immortalità

Classifiche Uefa e immortalità

Articolo originale di Simon Barnes per Newsweek

Nel 1983 Luther Blissett passò dal Watford al Milan per un milione di sterline. Appena arrivato in Italia lo portarono a vedere lo spettacolo inebriante dello stadio di San Siro, che somigliava agli stadi inglesi  quanto i grandi magazzini Harrods assomigliano a un negozietto di paese. “Accidenti se è diverso”, disse Blissett. “Dov’è la pista per le corse dei cani?”.

All’epoca il calcio inglese era squallido, malconcio e rozzo. Un gioco per i poveri segnato dalla violenza e dal razzismo. Il calcio italiano invece era scintillante, raffinato e alla moda. Gli inglesi avevano inventato il gioco, ma gli italiani lo avevano reinventato e trasformato in qualcosa di sofisticato. Il calcio italiano incarnava tutto ciò che l’Inghilterra non era: ricco, sfavillante, cosmopolita.

Nei suoi pezzi sul Sunday Times il giornalista sportivo Brian Glanville usava regolarmente parole italiane come “catenaccio” e descriveva una costante dicotomia di questo sport: quella tra il primitivo e campagnolo calciatore inglese perennemente surclassato dai raffinati cittadini italiani.

L’Italia era la patria del vero calcio. David Platt passò dall’Aston Villa al Bari e poi alla Juventus e alla Sampdoria. “La settimana scorsa mi hanno chiesto se mi manca il Villa”, disse una volta. “Ho risposto di no. Ora ci vivo, in una Villa”.

Quando l’Italia organizzò i mondiali del 1990 a tutti sembrò che il calcio fosse tornato alla sua patria spirituale.

Il programma Football Italia, trasmesso tra il 1992 e il 2002 da Channel 4, ha fatto registrare fino a tre milioni di spettatori. James Richardson apriva la trasmissione seduto in un bar con in mano un caffè e una copia della Gazzetta dello Sport. Per gli appassionati era un appuntamento imperdibile. Bastava guardare un minuto di una partita di serie A, anche solo un passaggio, per capire perché. Se passavi la palla a un calciatore del campionato inglese sarebbe rimbalzata indietro come se avesse colpito un muro. Se la passvi a un giocatore di serie A e sarebbe stata accarezzata come da un cuscino di piume d’oca. Calcio di un altro livello, insomma.

Oggi è tutto cambiato. L’Italia è il malato terminale del calcio europeo. C’è una cifra che dice tutto: durante l’ultimo mercato estivo l’Hull City (il cui obiettivo stagionale è sempre stato evitare la retrocessione) ha speso 39,5 miliardi di sterline. Più di Milan, Inter e Napoli messe assieme.

Non è vero che ormai l’Italia è l’ultimo posto al mondo dove cercare una buona partita di calcio. In realtà è il quinto. Nella classifica della Uefa la Serie A è ormai dietro alla Liga spagnola, alla Premier League inglese, alla Bundesliga tedesca e alla Ligue 1 francese. Per questo motivo oggi ci sono meno posti per le squadre italiane in Champions league e di conseguenza meno soldi. Il calcio è così: più sei povero e meno soldi ti danno, e viceversa. Quest’anno soltanto tre squadre italiane sono state ammesse in Champions league, contro le quattro inglesi. Soltanto due, Juventus e Roma, si sono qualificate per la fase a gironi.

Come ha fatto il calcio italiano a finire così in basso? È possibile invertire questa tendenza? Guardando i dati sugli spettatori negli stadi, si potrebbe pensare che gli italiani abbiano dimenticato il calcio. La media della Serie A è di 16.843 spettatori, contro i 36.657 della Premier League e i 43.497 della Bundesliga. Se non vanno allo stadio, si vede che gli italiani non amano più il calcio, o no?

Il calcio non è un bene di consumo più di quanto lo sia la religione, a cui viene spesso paragonato. Il calcio affonda le sue radici nella cultura. In questo senso è interessante confrontare le difficoltà dell’Italia di oggi con quelle attraversate dall’Inghilterra a metà degli anni ottanta. All’epoca le squadre inglesi erano bandite dalle competizioni internazionali perché durante la finale di coppa Uefa del 1985 tra Liverpool e Juventus 39 persone erano morte nel crollo di unua tribuna provocato da una carica dei tifosi inglesi contro gli italiani.

In Inghilterra il calcio era inevitabilmente associato a concetti negativi. Nel paese si stava diffondendo la mania del football americano, e molti pensavano che avrebbe soppiantato il calcio. Ma il calcio va più in profondità, e di sicuro non è un prodotto. I mondiali del 1990 hanno fatto riscoprire agli inglesi la gioia del calcio. Due anni dopo, la nascita della Premier League segnò l’inizio della risalita.

Oggi gli italiani non vanno alle partite perché gli stadi sono vecchi e brutti. Gli impianti non sono di proprietà delle squadre ma dei comuni, e dunque soffrono di tutti i problemi dell’amministrazione pubblica italiana (scioperi e corruzione su tutti). Le squadre non hanno molto da offrire ai tifosi, e di conseguenza non possono far pagare prezzi alti per le partite. Mancano le strutture accessorie che trasformano una partita di calcio in un evento consumista. A ogni incontro la cifra incassata dal Chelsea è sei volte superiore rispetto a quella della Roma.

Così la gente si limita a guardare le partite in tv. Fino al 2010 le società negoziavano gli accordi direttamente con le emittenti. Questo sistema penalizzava le piccole squadre, ma anche le grandi squadre ne pagavano le conseguenze negative (perché l’impoverimento delle piccole rendeva le partite meno combattute e interessanti). Da allora le cose sono cambiate, ma il nuovo sistema di spartizione dei diritti è ancora nettamente inferiore a quello inglese.

Nel frattempo il calcio italiano è diventato più squallido, anche se non quanto lo era quello inglese dei momenti peggiori. In Italia la violenza è ancora intimamente legata al gioco. Il razzismo è uno scandalo continuo. Mario Balotelli, un italiano nero, ha dichiarato di essersene andato via dall’Italia per sfuggire al razzismo. Queste cose allontanano le persone normali e anche gli sponsor. Per il calcio italiano è arrivato il momento di riconquistare i cuori. La buona notizia è che in questo sport c’è sempre la voglia di tornare a credere. La gente e il calcio sono così, come può testimoniare chiunque abbia attraversato gli anni bui in Inghilterra.

Sono state proposte molte soluzioni, tutte mutuate dalla Premier league: sponsor ufficiali, relazioni più strette con le multinazionali, sfruttamento dei mercati asiatici. In poche parole più attenzione ai soldi e meno alle rivalità locali e – dio ce ne scampi – al calcio stesso.

Il primo passo per affrontare l’alcolismo è ammettere di avere un problema con l’alcol. Oggi in Italia tutti hanno capito che il calcio è nei guai e che aspettare un colpo di fortuna o una soluzione dall’alto è assolutamente inutile. Il cambiamento è inevitabile. Alla fine gli imprenditori si prenderanno il merito della rinascita, ma non credetegli. Il calcio italiano tornerà a germogliare perché nessuno potrà mai estirparne le radici. E quando lo farà, sarà come il fagiolo magico di Jack.