Josef Bican, Praga, Cecoslovacchia

Josef Bican, Praga, Cecoslovacchia
26 Novembre 2014 Federico Ferrone

È il 2 novembre a Praga. Il tempo è mite, per essere Praga. Cioè fa abbastanza schifo, con il cielo color cemento e carico di pioggia. Però potrebbe essere più freddo. Per onorare il giorno dei morti, con una compostezza che invano si troverebbe nel più turistico centro città, molti praghesi si sono recati al cimitero di Vyšehrad, riposo eterno di molte personalità illustri del paese. All’ingresso alcuni cartelli ammoniscono il visitatore, con la sola forza del disegno, a rispettare alcune regole basilari: dentro al cimitero niente punture in vena, skateboard, alcool, fumo o picconamento delle tombe. Fuori fate quello che vi pare, ma questo è un luogo di devozione. Può sembrare ovvio, ma è bene ricordarlo. Sempre all’ingresso, una mappa chiarisce professione e posizione delle tombe più importanti. La didascalia numero 22 recita: Bican, Josef (1913-2001), nejlepsi strelec fotbalové historie, “miglior cannoniere della storia del calcio”. Del calcio mondiale, s’intende. Di tutti i tempi. A dirlo sono le statistiche dell’IFFHS (International Federation of Football History & Statistics) che gli attribuiscono l’invidiato titolo di bomber del secolo, ma anche quelle della RSSSF (Rec.Sport.Soccer Statistics Foundation) che parlano di almeno 805 reti in competizioni ufficiali, 33 più di Romario e 38 più di Pelè. Le amichevoli sono escluse, altrimenti si arriva a oltre 1.400. Non c’è coefficiente UEFA che tenga. Intanto perché l’UEFA (per non parlare del coefficiente) è stata fondata quando Bican si era quasi ritirato, e poi perché comunque, negli anni ’30 e ’40, il campionato austriaco e quello cecoslovacco erano dei signori campionati.

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La vita di Josef ‘Pepi’ Bican è costellata di episodi e numeri leggendari. In più, nelle pieghe della sua carriera, si possono leggere tranquillamente i convulsi eventi storici della Mitteleuropa di quegli anni, gli stessi che hanno segnato i momenti più tragici di tutto il ‘900. Bican è nato nel 1913 da padre boemo e madre ceca, a Vienna, capitale dello scricchiolante Impero austroungarico e residenza, in quello stesso anno, di Hitler, Trockij, Freud, Tito e Stalin. Nell’arco di una carriera quasi trentennale Bican ha messo assieme molte più reti che presenze, giocando in tre nazionali: Austria (con cui arriva in semifinale a Italia ’34), Cecoslovacchia e Rappresentativa boemo-morava. I primi palloni li calcia appunto in Austria, dove milita nel Rapid Vienna e nell’Admira Wacker. La sua carriera, però, è legata soprattuto ai colori dello Slavia Praga, con cui ha segnato 832 reti in 427 partite, metà delle quali in partite ufficiali. Statistiche assai meno prudenti parlano di cinquemila reti, una cifra che suggerisce il grado di venerazione di cui Bican è stato ed è ancora oggetto. In giro è facile imbattersi in storie edificanti e straordinarie che parlano di allenamenti a piedi nudi da bambino a causa della povertà, di una madre volitiva che aggredisce a colpi di ombrello un avversario che lo marcava in maniera scorretta, di allenamenti-spettacolo dove si divertiva a colpire file di barattoli posizionati sulla traversa per la gioia dei tifosi o dei cento metri corsi in meno di undici secondi.

 

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Ma la sua carriera porta anche le tracce di un secolo tormentato, fatto di mutazioni territoriali e scenari possibili. Come nell’unica partita disputata dalla nazionale boemo-morava (vale a dire la Cecoslovacchia privata dei Sudeti appena annessi dalla Germania hitleriana) nel 1939 contro la Jugoslavia e in cui Bican, manco a dirlo, segna una tripletta. O come quando, all’indomani del conflitto mondiale, il campione attira l’interesse dei migliori club europei, rifiutando però le avances della Juventus perché, consigliato da amici ignari della svolta di Salerno, temeva che in Italia salisse al potere un governo comunista. L’ironia del destino vuole invece che nel 1948, mentre da noi si afferma un solido governo democristiano, proprio il partito comunista cecoslovacco, con l’appoggio dell’Unione sovietica, prenda il potere inaugurando un quarantennio di dittatura. La mitologia calcistica del dopo muro di Berlino insiste sul fatto che Bican fosse un uomo di infinita modestia e di sani principi, il cui successo gli valse grande ammirazione ma anche gelosie e cattiverie, con accuse legate alla sue origini austriache o alla sua proverbiale diffidenza politica. Evidentemente poco incline all’entusiasmo per l’invasione tedesca o per il governo filosovietico, Bican rifiuta di aderire sia al partito nazista che a quello comunista, fatto che gli vale una grande freddezza, per non dire di peggio, da parte del nuovo governo cecoslovacco.

Forse per questo nel 1948 decide di abbandonare la capitale e accasarsi prima con la squadra dei minatori di Ostrava, il Vítkovice, e poi con il Hradec Králové, squadra dell’omonima cittadina. Qui un gruppo di tifosi, con sprezzo del pericolo proprio e di Bican, rompe il protocollo delle celebrazioni del Primo maggio 1953, e scende in piazza urlando cori in suo onore che sovrastano quelli, scanditi da un altoparlante, in onore del presidente Zápotocký. Il partito comunista locale non gradisce particolarmente e Bican fa in fretta le valigie tornandosene, forse sollevato, a Praga, dove chiude la carriera con lo Slavia. Nel frattempo il nome della squadra è stato “socialistizzato” in Dynamo, e il vecchio campione ricoprirà anche il doppio ruolo di allenatore-giocatore. Il bilancio finale è di sei campionati vinti, undici titoli di miglior marcatore del campionato cecoslovacco (tra i pochissimi a non fermarsi durante gli anni del conflitto). Praticamente tutti quelli compresi tra il 1938 e il 1950 ad eccezione del’39 e del’49. Nel 1968 è tra i pochi a beneficiare concretamente della primavera di Praga. Sfruttando il clima di fermento e incertezza, ottiene infatti il permesso di allenare all’estero, venendo ingaggiato dalla squadra di seconda divisione belga del Tongeren, dove rimarrà fino al ’72. Tornato in patria negli anni successivi, di lui si perdono sostanzialmente le tracce.

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Il 12 dicembre 2001  Josef Bican ha lasciato questo mondo, a 88 anni, in tempo per chiudere il suo secolo e intravedere la nascita di quello nuovo. Sua moglie Jarmila, scomparsa esattamente dieci anni e neanche un giorno dopo, ha sempre ricordato con amarezza gli anni dal ’48 all ’89, lamentando la generale freddezza del governo ma anche dei vecchi amici. La transizione democratica sembra aver fatto giustizia  alla memoria del più grande bomber della storia. Essere sepolti a Vyšehrad è di per sé un onore che difficilmente Bican avrebbe ottenuto se fosse scomparso prima del’90. Il suo è un privilegio raro tra i colleghi. Tra i suoi vicini non ci sono calciatori e onestamente è arduo pensare che qui possano un giorno essere trasferiti  Tomáš Skuhravý o Pavel Nedved. La compagnia comunque è ottima. Accanto a lui riposano concittadini illustri come i musicisti Antonin Dvořák e Smetana, l’artista-simbolo dell‘art nouveau praghese Alfons Mucha, il re degli attori comici Vlasta Burian e il poeta Jan Neruda, da cui ha preso il nome il collega cileno Pablo. Sulla tomba del bomber e della moglie giacciono una corona di fiori, varie candele spente dal vento, tre rose rosse e una piccola ghirlanda con nastri bianchi e rossi, dono dei tifosi dello Slavia.