Lettera da Milano

Lettera da Milano

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera di un nostro affezionato, scritta a macchina con l’inchiostro rosso. La lettera è arrivata senza punteggiatura. Abbiamo ovviato per facilitarne la comprensione.

Milano, 21 ottobre 2015

Dopo aver inutilmente invocato una nebbia di smog e fantasmi catarrosi – che tu possa calare in tempo dagli inferi per avvolgere piazzale Axum, stendendo uno sfondo caliginoso tra le tribune e il campo di gioco e sfumando i contorni delle torri spiraliformi del Meazza! –  mi arrendo all’evidenza puttana, irridente e maligna: nessun provvidenziale fenomeno metereologico impedirà che si giochi il derby più tristo e mortifero degli ultimi 23 anni, col rischio concreto che la sacra bacheca dell’F.C. Internazionale venga infestata dal Necronomicon del calcio italiano. Il “Luigi Berlusconi”.

Il pericolo era stato già miracolosamente scampato nell’unica episodica partecipazione dei nerazzurri al torneo, nell’anno del signore 1992, all’alba di Mani Pulite. Quella volta, misericordiosamente, Il gol decisivo di Papin scongiurò il peggio e al triplice fischio mi addormentai serenamente con il televisore ancora acceso mentre Bruno Longhi lanciava la pubblicità, generosa dispensatrice di chiappe aerobiche e tette ipertrofiche made in Fininvest.
Ricordo che il torpore di quella infinita pausa pubblicitaria mi sommerse di schianto, rassicurandomi sulla bontà del disegno divino. Nulla lasciava allora presagire che quasi un quarto di secolo dopo mi sarei trovato ancora a sintonizzarmi con esponenziale disagio sulla medesima partita, sulle stesse reti aziendali, per tifare sempre e ostinatamente per la squadra sbagliata.

Ora l’angoscia mi assale a fiotti. Come è potuto accadere di nuovo? Dopo rapide indagini scopro che un manipolo di spavaldi neo yuppies californiani catapultati in Italia tre giorni prima per essere nominati d’urgenza direttori commerciali di Milan e Inter (dopo una rapida e folgorante carriera nel settore dei lubrificanti anali per prestigiose multinazionali) ha avuto la geniale trovata di offrire ai bulimici avventori della fiera delle atrocitá gastronomico/affaristiche EXPO 2015 uno spettacolo degno dei loro palati atrofizzati dal glutammato monosodico. Un’esibizione a prezzi popolari di freaks da circo e puttane sifilitiche: una partita fra le due squadre cittadine, fino a pochi anni fa ancora vincenti e rispettate, ora vergognosamente assenti da ogni competizione europea.

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Le due compagini sono mestamente ridotte a doversi contendere – in un freddo mercoledì autunnale, di fronte alla miseria di 15.000 paganti e ad un orario TV da torneo di carambola per non disturbare le dirette dell’Europa Che Conta – un trofeo che suscita soltanto il lugubre rantolo del disgusto. Tutto questo proprio nella stagione in cui la finale di Champions torna a disputarsi a San Siro. Scorro le formazioni di partenza e cerco di rassicurarmi: l’Inter, imbottita di seconde, terze linee ed esuberi in saldo con la valigia in mano, con i soli Kondogbia e Telles potenziali titolari, non ha alcuna intenzione di vincere. A conferma del ribrezzo ostentato dall’Inter verso la competizione e della volontà di voler cedere il passo ai cugini, i nerazzurri si camuffano con un’improbabile terza maglia giallonera. Il Milan, al contrario, schiera sette titolari ed è moralmente costretto a portare a casa il trofeo di famiglia in un clima da ultima spiaggia per Mihajlovic, come conferma lo sguardo severo del Presidente, che siede in tribuna accanto a un terreo Galliani.

Dopo soli dodici minuti avviene l’irreparabile: su uno svarione collettivo della rivedibile difesa milanista, Kondogbia si inserisce centralmente e fulmina l’incolpevole Donnarumma. Il francese, consapevole di averla combinata grossa, reagisce con imbarazzo alle pacate felicitazioni dei compagni di squadra, mentre Galliani in tribuna e io a casa serriamo le mascelle all’unisono. Le lenti degli occhiali da vista del Presidente luccicano di fastidio. Il Milan cerca di reagire, ma un Carrizo insolitamente ispirato e la dabbenaggine di Honda e compagni precludono ogni possibilità di pareggio. Nell’ultima mezz’ora Mancini pratica un estremo tentativo di rianimazione bocca a bocca nei confronti dell’amico Mihajlovic, inserendo al posto delle terze linee ragazzi della Primavera, dei Giovanissimi e della Berretti, ma non fa che peggiorare la situazione del serbo.

Capitan Dodò, eroe dei più piccini, riceve la coppa maledetta dal fantasma di Franco Baresi, mentre io assisto annichilito e senza forze, scivolando in un torpore più amaro, rimpiangendo il 1992 e quella provvidenziale sconfitta. E il conforto di quelle tette smisurate che la fascia protetta Mediaset adesso crudelmente mi nega.